Guardami, e se non sai, ascoltami

"Volevo soltanto essere una canzone. E allora iniziai a scriverla."

Vorrei essere una canzone, cantava lo Stato Sociale.
E forse, un po’, anche io.

Vorrei essere una canzone: me lo ripeto da quando avevo 14 anni e andavo al liceo con la cravatta.  
Volevo essere quel particolare tra i tanti miei capelli che nessuno notava. Desideravo che, semplicemente, qualcuno si girasse e incrociasse il mio sguardo. Cosa avrei fatto in quel caso? Beh, non saprei. Non è mai successo.
Non a quei tempi, intendiamoci.

Vorrei essere una canzone, mi risuona nelle orecchie nell’ora di latino.
Quando tra la prima e la seconda declinazione giocavo con il mio braccialetto con le borchie.
Rosa, rosae, rosae, rosam, rosa, rosa.
Niente, nessuno sguardo neanche lì.  
Neanche declinando il mio cognome.  
Avrei potuto alzarmi e urlare, senza che nessuno se ne accorgesse.
Non so, forse la colpa era delle borchie o della cravatta.  
“Vorrei essere una canzone”. Ecco cosa rispondevo a chi mi chiedeva cosa volessi fare io da grande. Da grande poi, perché? Mi sentivo già pronta ad affrontare il mondo. Anche se mancava qualcosa. Quel qualcosa che mancava era una chitarra.  
La musica è prospettiva. 

Vorrei che il paradiso fosse sold out, cantavano i The Giornalisti.
E forse un po’ anche io. 
Me lo ripeto da quando ho preso la patente. 
Senza una meta, senza una strada, con gli occhi lucidi e la sigaretta. 
Quante volte ti sei sentito perso? 
Quanto mi piace questa frase, di sicuro l’avrai già letta.  
Immagina di avere 20 anni e guidare alle 2 di notte su una strada deserta.  
Adesso alza il volume. 
Non ti senti felice? 
Anche se dentro te c’è uno tsunami.  
Mentre immagino di avere 20 anni torno a quei sabato sera di non molti anni fa, quando uscivo per far cose che non mi appartenevano, frequentando gente con la quale non avevo assolutamente niente in comune, se non la città sulla carta d’identità. 
Eppure, in quel momento, quando Tommaso Paradiso intonava ti lascio il mio inno, in un silenzio profondo per quando non ti prende sonno in una notte leggera, mi sentivo più serena e il respiro si placava. 
Ed era bellissimo tornare a casa. 
La musica è aria buona. 

Vorrei essere libera, cantavano i Queen. 
E forse un po’ anche io. 
I want to break free, l’ascolto mentre faccio le pulizie. Mi piace ascoltarla mentre passo uno straccio sul lavandino del bagno. Non so te, ma il rubinetto senza macchie mi dà un senso di soddisfazione. 
Forse è questo diventare adulti, sentirsi bene facendo le faccende domestiche.
Come Freddie Mercury che passava l’aspirapolvere nel video, sentendosi semplicemente se stesso. 
Era questa la chiave di lettura. 
La musica è libertà. 

Io vorrei, non vorrei ma se vuoi. 
E poi arrivano i primi amori. 
Di quelli che ti entrano nel petto come un proiettile. Ma non ti uccidono, no. Ti rimettono al mondo. Come può uno scoglio arginare il mare?
Io ancora non lo so. Ma credo che sia un po’ come la storia dei vasi e dei giapponesi. Non la conosci? Quando un vaso si rompe non è necessario gettarlo via. Anzi quelle crepe, se riempite d’oro, lo rendono unico. 
Non so se Battisti intendesse una cosa del genere, ma io sì. 
Grazie per avermi spezzato il cuore, finalmente la luce riesce a entrare. 
Ringrazio Irene Grandi per la frase, non avrei saputo descrivere meglio la metafora.

Hai capito cos’è la musica per me? 
È questo. 
È un salto, è un incontro.  
È un vortice, è conoscenza, è poesia. 
La musica rende piacevole anche le sofferenze.  
Placa i dolori, meglio di una compressa effervescente.  
La musica è la medicina dell’anima. 
Per gioire, per crescere, per riflettere. 
E, mentre leggi queste parole, t’immagino con il sottofondo di qualche capolavoro di Morricone: perché noi tutti siamo un’opera d’arte. 
Proprio come quei vasi rotti. 
Mi sa che ci scriverò una canzone. 
La musica è un sogno. 
 
Sei corde, un solo mondo. Il mio. Volevo soltanto essere una canzone. E allora iniziai a scriverla. Quelle corde erano il mio particolare, tra i tanti miei capelli, come dicevo prima. Non volevo mica diventare famosa io. Per quello c’erano i Queen, i Radiohead, Lucio Battisti, gli Oasis, Vasco, Raffaella Carrà. Perché la musica è questo: è un abbraccio tra ciò che è diverso. È far l’amore con la testa in giù sognando someone like you. È vivere tutte le vite nonostante le mille sere nere. La musica è scelta. La musica è vita. Dalla Pausini a Janis Joplin, puoi scegliere se piangere, ridere, riflettere, gioire. Soffrire per un amore disperato o per la gioia di vivere un falò con la canzone del sole. Ecco perché scrivo di musica: perché, alla fine, scrivo di me.  
Vorrei essere una canzone.  
E tu?

Desideravo che, semplicemente, qualcuno si girasse e incrociasse il mio sguardo. Cosa avrei fatto in quel caso? Beh, non saprei. Non è mai successo. Non a quei tempi, intendiamoci. Vorrei essere una canzone, mi risuona nelle orecchie nell’ora di latino, quando tra la prima e la seconda declinazione giocavo con il mio braccialetto con le borchie. Rosa, rosae, rosae, rosam, rosa, rosa. Niente, nessuno sguardo neanche lì.  
Neanche declinando il mio cognome. Avrei potuto alzarmi e urlare, senza che nessuno se ne accorgesse.

E invece bastava cantare.  
Adesso lo so.

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Gilda De Rose

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