"Non grido abbastanza forte, non sono abbastanza chiara? Non sono abbastanza bianca?"

Ho detto a mia madre che voglio ucciderla e che voglio farla finita.

Ho bisogno di mio padre, non voglio più vederla, non la voglio più questa vita.
Questi nove anni mi pesano addosso come fossero mille. Non posso andare avanti così, non voglio andare avanti così. Lei è insopportabile e io mi sopporto ancora di meno.

Pensano che solo perché ho nove anni non capisco niente, ma ormai sono grande, so esattamente cosa voglio da questa vita ed è che non la voglio. Sono stanca. Non la voglio. Voglio papà e voglio andarmene.

C’è la polizia. Sono tanti agenti, non riesco a contarli tutti. Perché sono così tanti?
Si gela qua fuori. C’è neve ovunque, ma non sento freddo, non sento niente, voglio andarmene. Voglio mio padre, papà portami via, portami via da qui, da lei, da loro.

Sento il cuore che mi esce dal petto, mi manca il fiato, perché mi portano via? Devo restare qui, devo aspettare il mio papà. Arriverà lui, arriverà lui a salvarmi.

Mi sento le loro mani addosso, mi tirano, mi spingono.
Urlo.
Ne ho preso uno con un calcio, no, non volevo, che cosa vogliono fare? Cosa vogliono farmi?

Vi prego. Vi supplico, basta, fermi.

Voglio mio padre”.
Mi spingono a terra, la neve mi entra nei vestiti, la guancia è a contatto con il gelo, non mi sentono urlare?

Voglio mio padre”.
Perché non mi ascoltano? Non grido abbastanza forte, non sono abbastanza chiara?

Non sono abbastanza bianca?

Voglio mio padre”.
Mi tirano il braccio destro, lo contorcono, fa male, fa male da morire. Non mi sentono urlare? Non lo sentono il mio dolore?
Sento il metallo che si stringe attorno ai polsi. Le manette? Fate sul serio?

Ti comporti come una bambina”.
Sono una bambina”.

Non lo vedono che ho nove anni? Non lo sentono il mio terrore? Se solo sapessero, ma non sanno niente, non capiscono niente, non vogliono. Non voglio. Mi spingono verso la volante.
Non voglio.

Non vado da nessuna parte, voglio mio padre”.
Vieni, andiamo a sederci”.
No. Voglio mio padre”.

Sono in tanti, troppi. Come possono sollevarmi e spingermi dentro la macchina? No, non ci sto.
Non ci sto. Le mie gambe bloccano la portiera dell’auto, non hanno il diritto di farmi questo.

Devi stare seduta bene e devi calmarti”.
Mi manca l’aria. Chi sei tu? Non ti conosco. Chi sei per dirmi cosa devo fare?
Sono grande io, che ti credi. Sono grande, so cosa voglio, so che non ti voglio qui, perché non mi stai a sentire?

Non entro in nessuna macchina finché non vedo mio padre”.
Non lo vedi che ho paura? Non lo capisci che mi stai terrorizzando?

Se non ti calmi ti spruzzo lo spray urticante negli occhi”.
Ti guardo, è un istante, ma ti guardo bene in faccia. Voglio imprimere nella mia testa il tuo viso. Non sei una poliziotta. Non sei una donna. Non sei neanche umana.

Sento qualcosa che mi avvolge. Come lo chiamano gli adulti? Panico?
Panico. Riesco a sentire il sangue che mi scorre nelle vene come se volesse uscire dal mio corpo e i timpani mi fanno male per ogni battito sordo del mio cuore che pompa all’impazzata.

Urlo. Urlo con tutto il fiato che ho in corpo.
Ho paura.

Voglio mio padre”.
Volevo morire, sì, ma non così. Doveva essere una mia scelta.
Ho nove anni, guardami bene.

Fermati, fermati un secondo, fai un respiro profondo”.
Non posso respirare, non riesco a respirare. Non dirmi di calmarmi, non sono pazza, come fai a non capirlo?

Voglio mio padre”.
Chiamerò tuo padre, ma devi calmarti”.
No, non posso, perché hai detto che mi spruzzerai lo spray urticante negli occhi”.

Sì, spruzzaglielo a questo punto”.

Non riesco a capire da dove provenga la voce, perché credo che il tempo si sia appena fermato. O, perlomeno, il mio tempo lo ha fatto.
È arrivato il clak ripetuto di qualcosa che sbatte contro le pareti confinate di un oggetto.
Per un istante mi ha ricordato il suono della vernice a spruzzo, un secondo prima di essere svuotata sulla superficie. Ma so che non è vernice quella che sta per ricoprirmi.
Poi è arrivato il movimento di un braccio.
E poi, il buio. Vorrei potervi descrivere il fuoco che mi sta infiammando il volto, il senso di soffocamento e nausea, che non hanno forma, non hanno odore, ma hanno il sapore della sconfitta e posso solo urlare ancora e ancora, ma nessuno mi sente.
Nessuno mi ascolta.

Vorrei dirvi che è un film, come vorrei dirvi che Daniel Prude non è morto soffocato dalla stessa polizia che mi sta torturando mentre aspetto che arrivi mio padre a salvarmi. Vorrei dirvi che in America queste cose succedono a tutti, indifferentemente, bianchi, neri, etero, gay, uomini, donne, ma non ho abbastanza tempo per prendervi in giro tutti. Vorrei urlare che essere bambini non è un reato, come non è reato l’aver bisogno di parlare con qualcuno che possa capire cosa mi stia passando per la testa e che forse io sono solo l’ennesimo agnello sacrificale che porterà la rivoluzione culturale che tutti si aspettano.
Mentre io aspettavo mio padre e mio padre, come lo Stato, non è mai venuto a salvarmi.

Ma alla fine che ne so io di queste cose?
Ho solo nove anni.

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Attivista per i diritti umani, classe 1995, cosentina, cosmopolita, bilingue.
Laureata in Politica Internazionale presso la SOAS e specializzata in Diritti Umani presso la UCL, entrambe prestigiose università di Londra, completa i suoi studi a soli 22 anni e da lì in poi si dedica ai diritti di richiedenti asilo e rifugiati politici.
Co-autrice del corto “Non Solo Un Volto” sulla comunità LGBTQI+ cosentina.
Appassionata di politica, attualità, serie TV e scrittura!

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