"Alzo gli occhi al cielo, e una luna brillante e insolitamente gialla fa capolino dietro un alto campanile. Finalmente realizzo: vedo ciò che vedeva lui con gli stessi colori, la stessa intensità. La stessa luce. È una splendida serata per godersi la notte, assaporarla, attraversarla."

Quando sono entrata nella “Notte Stellata” di Van Gogh era una mattina di caldo a New York, con l’afa che, insinuandosi tra le sue strade a senso unico, aggrovigliata tra i capelli e le caviglie dei turisti e dei passanti, avvolgeva le punte dei grattacieli.
Fu una mattina in cui decidemmo di prendere la metropolitana – creatura mistica e complessa – per recarci al MoMa. 5th avenue – 53rd street la nostra fermata.

New York a luglio è stata una scelta giusta, un regalo di laurea, una spunta segnata sulla lista di cose da fare almeno una volta nella vita. E io mi sentivo assolutamente libera. Libera dagli impegni, dai miei limiti, dalle mie paure. Era così che mi sentivo quando, finalmente, vidi la Notte Stellata. Ed è stato incredibile. Mi sentivo emozionata, grata: non mi sembrava vero poter vedere il dipinto dal vivo e non sul desktop di un pc, su dei poster o su delle agende. 

Vincent Van Gogh è stato un maestro assoluto dell’espressionismo. Le sue pennellate sono vive, bellissime, così cariche e corpose al punto da tradurre in colore l’istinto vitale del pittore.

Ed ecco che, dietro il cipresso in primo piano, si snoda, in un’atmosfera rarefatta, quasi fiabesca, la cittadina illuminata di Saint-Remy-de-Provence.
La luce gialla delle stelle, che sembrano più dei vortici, illumina il cielo blu fino a realizzare una sorta di gioiosa meraviglia che si materializza attraverso le profondità e le ombre dei suoi colori, che sono ricchi e profondi… suggestivi di un incantevole mistero.

È una visione straordinaria anche perché, in fondo, si tratta di un’immagine semplice. A una prima occhiata immediata, si riflette la gioia della meraviglia di un bambino, e se si guarda bene, le stelle sembrano tante girandole mosse da un vento lieve. 

Mentre guardo più a fondo, realizzo che, in realtà, è solo apparentemente semplice, perché in questo paesaggio riesco a vedere la storia di Van Gogh, e intravedo un uomo che aveva un milione di storie da raccontare e che, purtroppo, non ascolteremo mai perché non ha mai pensato di doverle raccontare.
Nella Notte Stellata, vedo le stelle, la città e la luce stessa catturate da un genio che non ha mai saputo quanto fosse grande.

Allora, di sottofondo, quasi improvvisamente, sento un brusìo confuso alle mie spalle, lontana dalla confusione di Manhattan, dai suoi clacson, dal suo caos.

Mi giro, leggermente confusa, e mi ritrovo avvolta in una sera tiepida, d’estate, ma altrove.

Le piccole vie di questo luogo misterioso si intrecciano in un gomitolo di stradine e piazzette, dove alcuni bambini ancora corrono giocando a pallone. Qualcuno pensa che sia una buona idea prendere un gelato – effettivamente non so che ore siano – e mi sembra di trovarmi, più che nella realtà, in un piccolo sogno.

Alzo gli occhi al cielo, e una luna brillante e insolitamente gialla fa capolino dietro un alto campanile.

Finalmente realizzo: vedo ciò che vedeva lui con gli stessi colori, la stessa intensità. La stessa luce. È una splendida serata per godersi la notte, assaporarla, attraversarla. 

Mi lascio trasportare dagli odori dell’edera sui palazzi, della lavanda venduta agli angoli della strada, del pane e dei dolci, dell’estate che profuma e infonde un’insensata serenità.
È una notte meravigliosa, calma, irreale.
Mi tocco le tasche dei jeans per poter immortalare il momento con il mio cellulare, ma mi accorgo di esserne sprovvista.

“Ne farò a meno” penso, mentre mi accorgo di aver rifatto la stessa strada tre volte. Le luci dei lampioni sono fioche, sembrano confondersi con quelle delle case, fino a dissolversi lentamente e guidarmi verso una strada lunga e stretta.
Intorno a me, i passanti non sembrano accorgersi della mia presenza e mi sento come se stessi davvero sognando.

Ma è tutto così reale!
Mi sento come un bambino nel paese delle meraviglie, una meraviglia che comprende anche il lato oscuro e minaccioso del mondo.

La Notte Stellata, mia e di Van Gogh, è così bella anche per la sua completezza. Questa notte è ricca di bellezza e stupore, di stelle che si possono toccare e una pace che assorbe e culla.
Alla fine della strada che sto percorrendo, inizia a farsi strada il cipresso.

So che molti pensano ai cipressi come simbolo della morte e, se fosse davvero così, il cipresso della Notte Stellata rappresenta una piccola “morte” armoniosa, che scorre con passione e collega la terra e le stelle. 


Mi guardo intorno e tutto il borgo è immerso un una nebbia sottile, un’invisibile polvere di stelle che trattiene l’aria. Dalle finestre delle case, fanno capolino le luci artificiali delle abat-jour e delle camere da letto pronte per la buonanotte.
Tra queste, scorgo quella di un uomo avvolto in un pigiama celeste e una sciarpa arancione, molto simile al suo colore di capelli.

I suoi occhi saettano da una parte all’altra, lo vedo concentratissimo ad osservare il mondo fuori, i suoi movimenti mi sembrano quasi sconnessi.

È una visione che mi turba e mi attrae allo stesso tempo.

Non riesco a capire cosa stia facendo, così provo ad avvicinarmi, nonostante più vada avanti e più lui si allontana. L’uomo continua la sua serie di movimenti indecifrabili, e penso che forse dovrei lasciar perdere e tornare verso la città perché, nonostante la notte ricca di luce, si è fatto molto tardi.

Muovo qualche passo e riesco a distinguere una tela da pittura e, tra le sue mani, un pennello sporco. Si passa una mano sul mento, pensieroso e concentratissimo.

Una striscia di colore si imprime sulla punta del suo naso, ma lui non se ne accorge neppure. I suoi occhi sono troppo focalizzati su qualcosa che non riesco ancora a cogliere. La luce che illumina la sua stanza è fioca, tremula, forse è una candela, ma non saprei dirlo con certezza. Lui non sembra vedermi, e questo mi fa sentire più sollevata.

D’un tratto, i suoi occhi chiari si fissano su un punto preciso alle mie spalle, così mi volto di scatto impaurita, temendo che mi abbia visto. Mi volto e vedo, ormai in lontananza, il cipresso oltre il campanile. Quando il mio sguardo ritorna alla sua finestra, i nostri occhi si incrociano. È solo un attimo.

“Andiamo?” mi sento dire.
Il rumore assordante di una frenata inaspettata e un puzzo di motore e luogo chiuso mi invadono.

I vagoni della metro si materializzano davanti ai miei occhi, le porte si aprono. 

“Sì” rispondo.

Autore

  • Docente, laureata in Lettere Classiche e Filologia Moderna. Ha conseguito un Master in Economia e Organizzazione dello Spettacolo dal Vivo, perché il suo sogno nel cassetto è di diventare la giovane manager degli artisti lirici italiani nel mondo. Dalla spiccata sensibilità, fa dell’istruzione la sua missione quotidiana, plasmando giovani menti, e fa volontariato in ospedale grazie alla sua prepotente voglia di aiutare il prossimo. Appassionata di musica (di ogni genere), lettura e scrittura, soprattutto creativa.

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