Un bambino senza scuola è una stretta al cuore

"Cosa conta di più nella vita di un ragazzino, l’istruzione o la salute? Come si concilia la compressione dell’una in favore dell’altra? Una cosa è certa: la scuola non va sacrificata."

Niente lezioni in presenza nelle scuole primarie e secondarie in tutto il territorio campano fino al 30 ottobre: è quanto dispone l’ordinanza della regione Campania sottoscritta dal buon De Luca il 16 ottobre scorso. 

Il Presidente – ritornato sui nostri schermi grazie alla sua evidente idiosincrasia con “alluin” e altre americanate varie – oltre a vietare espressamente feste e cerimonie civili e religiose con persone esterne al proprio nucleo familiare, ha sospeso tutte le attività didattiche nelle scuole e nelle Università, tranne per gli studenti del primo anno.

Misura che si è resa necessaria, a suo dire, a seguito dell’impennata di contagi degli ultimi giorni. Il Presidente campano ha deciso di adottare, di concerto con le unità di crisi, misure rigorose con il doppio obiettivo di limitare gli assembramenti e di ridurre al massimo la mobilità. Secondo lo stesso, invero, l’altissimo livello di contagio registrato è dipeso, in gran parte, dai rapporti fra le famiglie e gli addetti della scuola.

Insomma: per De Luca se vai a scuola ti viene il Covid e, per finire, porti il Covid a casa tua.

Lucia Fortini, Assessore regionale all’Istruzione della Campania, ha recepito positivamente la nuova disposizione, ritenendo che la soluzione sia quella di adottare la didattica a distanza.
Al contrario, il governo, nella persona del Ministro dell’Istruzione e del Presidente del Consiglio, ha ritenuto l’iniziativa di De Luca esagerata e inopportuna. Azzolina ha sottolineato che “la scuola è un servizio pubblico essenziale ed è un diritto costituzionalmente riconosciuto, a maggior ragione in certe zone dove se i ragazzini non vanno a scuola la mattina rischiano di essere preda di altre cose” alludendo, presumibilmente, alle allettanti percorribili vie della criminalità organizzata.
Il Premier Conte, invece, crede fermamente che le scuole, ad oggi, stiano continuando ad operare in condizioni di sicurezza garantendo, in buona sostanza, il diritto all’istruzione dei nostri ragazzi senza violare quello che è il preminente diritto alla salute.

Da questa affermazione, sorge un dubbio di non poco conto: cosa conta di più nella vita di un ragazzino, l’istruzione o la salute?
Come si concilia la compressione dell’una in favore dell’altra?

Una cosa è certa: la scuola non va sacrificata.
Ma non solo la scuola come organizzazione in sé – si pensi ai posti di lavoro deputati al corpo docente o al personale ATA e di segreteria -; ciò che non deve essere sacrificata è l’educazione dei nostri figli. 

Molti genitori sono scesi in piazza lamentando spiacevolmente di non sapere dove e con chi lasciare i figli la mattina in occasione di una chiusura, addirittura temporanea, delle scuole; no, non è questo il problema dell’ordinanza campana.
Un figlio non è un soprammobile: di certo molte famiglie avranno problemi fattivi nell’organizzazione delle loro vite a fronte di un’intensa mattinata di lavoro fuori casa; ma la scuola non deve essere vista come il posto dove “parcheggiare” i propri figli durante la giornata lavorativa. 

La scuola è un luogo sacro.
La scuola è un luogo di cultura e di “coltura”: è il luogo in cui le nostre menti si allevano, si coltivano, vengono stimolate, si sviluppano ed esplodono.

La scuola ha un compito arduo che difficilmente porta a definitivo compimento: essa ha l’obbligo di formare le nuove generazioni, quindi il futuro.

La scuola è un tempio e, purtroppo, perde di giorno in giorno la propria sacralità. Sarà a causa della scarsa preparazione di molti insegnanti, ormai disinteressati all’educazione; sarà a causa della maleducazione imperante e del menefreghismo delle famiglie che non alimentano la curiosità e l’arte del rispetto nei propri figli; sarà che i ragazzi oggi vedono nella scuola solo un limite, quando invece è proprio la scuola il posto in cui iniziano a crescerci le ali.
Pochi sono gli amanti della scuola, esistono ancora rari esemplari di docenti e presidi che credono nella loro missione formativa e precettiva; ancora più rari sono gli studenti che si lasciano appassionare e trascinare da quest’ultimi. 

All’ordinanza di De Luca, un bambino comune avrebbe potuto esclamare “Evvai! Niente scuola!”
Un bambino comune, dicevamo. 
Un bambino fuori dal comune, invece, no.

È la storia di Marco (lo chiamerò così, visto che le sue generalità non sono state ovviamente rese note), un bambino di Salerno che ha dichiarato la sua protesta civile, matura e silenziosa. 
Marco, indossando il suo grembiulino blu, seduto su una seggiola, ha riposto il suo banchetto di fronte l’ingresso sbarrato della scuola elementare Matteo Mari chiusa a seguito dell’ordinanza regionale ed è rimasto lì. 

In attesa. 
In attesa di cosa?
In attesa che qualcuno si accorga di lui, dei suoi compagni e dei loro diritti. 
In attesa che qualcuno, piuttosto che correre ai ripari troppo tardi, impari a gestire le crisi tempestivamente senza ledere i diritti dei bambini. 
In attesa che lo Stato capisca che un bambino è un dono, che un bambino è un pezzo in fieri del futuro.
In attesa che qualcuno capisca che non sono i bambini a doverci rimettere: perché non è colpa loro se c’è il brutto virus. 
È colpa di mamma e papà che vanno al bar a bere il Gin Tonic la sera, è colpa della signora che il pomeriggio al supermercato non mette la mascherina, è colpa di chi continua a fare finta di nulla.

Perché devono rimetterci i bambini?

Che soluzione a lungo termine può essere aprire e chiudere le scuole a distanza di 15 giorni, attaccare con la didattica a distanza (sistema inaccettabile nelle nostre scuole vista l’oggettiva carenza di strumenti ad hoc e la palese violazione della parità di trattamento verso quelle famiglie che un pc non se lo possono permettere) e riprendere da quella frontale, magari suddividendo i bambini per giorni od orari? 
E chi ci pensa, invece, ai ragazzi disabili o autistici, completamente esclusi dalla didattica a distanza poiché scevri dalla presenza costante dell’insegnante di sostengo? 
Nella scuola si impara anche a relazionarsi all’altro e a crescere e, così facendo, la psiche di un bambino si sta solo impressionando e corrodendo pian piano. 

È vero, una facile soluzione al problema non esiste: sta di fatto che le istituzioni dovevano pensarci prima, trovare una soluzione prima che il virus si ripresentasse e soprattutto trovare una soluzione che permettesse a tutti i bambini e i ragazzi di convivere con il virus, così come a casa, così come al bar e al ristorante, anche nelle scuole.

Dire che quella di De Luca sia una manovra ingiusta è un’affermazione opinabile: il Presidente campano ha scelto; Vincenzo De Luca, checché se ne possa dire, ha scelto di limitare il diritto all’istruzione per garantire, in via principale, quello alla salute. 

E tu?
Razionalmente, tu, cosa faresti?

Mala tempora currunt!

L’auspicio è che ci sia chi, in futuro, salverà questi studenti e li riporterà in carreggiata restituendo loro tutto ciò che il virus e i De Luca di turno gli stanno, giustamente o ingiustamente, oggi togliendo. 

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Classe 1994, nasce e cresce a Cosenza, ma casa sua è il mondo intero.
Donna in carriera e aspirante madre di famiglia, è laureata in Giurisprudenza alla LUISS Guido Carli e specializzata in Diritto di Famiglia e Minorile, con esperienze di studio presso la Stockholm University in Svezia e la Universidade da Coruna in Spagna.
Ha viaggiato in numerosi angoli della Terra con lo zaino in spalla e la voglia di raccontarli.
Appassionata di letteratura, cucina, esplorazioni e ambiente!

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