"Non lascia nulla al caso, si prende cura di ogni angolo, si sente responsabile di quell’unione di ingredienti. E mi sa, non solo degli ingredienti"

Questa sera dormo con la nonna, siamo soli entrambi e ci teniamo compagnia.
Il giovedì sera la nonna impasta il pane. Ogni giovedì sera. È un appuntamento fisso.
Mi siedo di fronte a lei e la guardo nel suo rito sacrale. Non parlo, non parlo mai quando impasta, perché mi piace sentire i suoni del mugnaio e le musiche che lei intona a labbra strette. 

Prende la spianatoia, la pulisce con uno strofinaccio; riempie il setaccio di farina. Lo scuote facendolo ballare da una mano all’altra. Da una brocca fumante, fa cadere l’acqua nella fontanella, e con una dolce serietà inizia ad unire con le falangi farina e acqua. Accarezza quei due elementi con familiarità, li conosce, li sa gestire, l’acqua non scappa dall’abbraccio della farina.

Tuttavia, osservandola, lasciando le sue mani lavorare, mi rivolgo al suo viso. Guarda l’impasto nascente con una luce negli occhi, quasi una lacrima invisibile, a sentirsi creatrice e creatura di quell’amalgamo.
Non capisco.
Ritorno alle sue mani. Mani agili, lunghe, eleganti, piene di pieghe che nascondono sicuramente il segreto del suo sguardo.
Impasta con mani sapienti, all’anulare sinistro due fedi che non toglie mai si tuffano costantemente nella farina come a consacrarla.

Nonna continua ad impastare, bella e cocciuta, e spezza ed unisce, all’impasto caldo, il lievito madre. Lo tuffa un pezzo per volta, dandogli tempo di amalgamarsi. Ne sento il profumo forte, avverto quello nuovo, dell’impasto. La nonna conosce i miei gesti, sa che quando alzo la guancia dalle mani una domanda mi gira nella testa, e questa volta già la conosce.
“Pensa all’acqua, alla farina; una scorre nei fiumi, l’altra è nascosta tra i campi di grano che crescono al sole. Si incontrano nelle piogge, e l’una fa crescere l’altra. Dopo la molitura del grano, la farina si conserva in un luogo asciutto, dove non incontrerà più l’acqua. Fino a questo momento. E guarda che capolavoro che fanno insieme. Una volta che si incontrano, non si lasciano più”.

Sorrido. Che bella la mia nonna, penso con tenerezza.
Continua ad impastare, con una forza che non penso possa avere, ma che il giovedì sera nasce e scaturisce da quelle braccia fragili. Impasta con pazienza, con costanza. Il suo respiro si fa più affannato, si asciuga con il polso la fronte. Aggiunge il sale. Ricomincia. Prima un pugno, poi l’altro. Poi con il pollice pizzica la pasta e la porta sotto il pugno. Con perseveranza. Quanto tempo bisogna dedicare alle cose perché siano buone, e il tempo così diventa prezioso, non un minuto uguale all’altro ma ogni secondo nuovo.

L’incidere continuo sull’impasto era il segreto di mia nonna per dare valore al tempo, per dargli un profumo, per dargli una forma.
Fermarsi, darsi tempo, lavorare insieme gli ingredienti, amalgamarli perché siano buoni tutti insieme. Prova a curare ogni lato dell’impasto, ma se si rende conto che, per distrazione, ha lavorato troppo in verticale, gira l’impasto e ricomincia. Lo cura tutto… proprio come curava il nonno. Non lascia nulla al caso, si prende cura di ogni angolo, si sente responsabile di quell’unione di ingredienti.
E mi sa, non solo degli ingredienti.
Trasferisce l’impasto su un piano infarinato e lo pirla con la stessa abilità di un giocoliere. Lo lascia lievitare per due ore, lo copre con la copertina di lana che aveva cucito la sua mamma, preziosa in ogni rattoppo che ha. Mi prepara la cena, con i sapori che solo nonna sa creare. Non mi lascia libero di aiutarla. Pulisce tutto e con cura certosina, ritorna al suo impasto.

“Nonna com’è grande”.
“Santu Martinu”, mi risponde.

Poi è tutto un attimo. Sento le mani che si colorano di nuovo di bianco, il battito per togliere l’eccesso, la carezza della spianatoia nello stridore della farina, l’impasto lievitato che vi casca sopra, perfettamente al centro. Nonna ne prende un lato e lo ripiega sulla pagnotta fino a circa la metà del volume della stessa. È un attimo, e l’impasto mi guarda nel sorriso melanconico della scanatura calabrese.
Lo copre, gli rimbocca le coperte e poco dopo le rimbocca pure a me.

Sono ammaliato da come mia nonna possa trasformarsi in sacerdotessa, nella sua pacatezza e serietà, quando ha le mani in pasta, eppure nella vita quotidiana è anche più vispa di me. Penso a come accarezza l’impasto, fisso il soffitto, ripenso ai suoi occhi, a quella perla che le si crea mentre pugno dopo pugno amalgama.
La sento aggirarsi per casa, ancora non è stanca. E io ancora non ho sonno. Scendo dal letto, chissà che starà combinando.

La trovo con i capelli sciolti a fissare il cielo stellato e lo spicchio di luna. I polpastrelli delle dita incollati alla finestra. Il suo fiato caldo che si svela sul vetro, ora opaco. Eccola quella perla. Anzi, ora ha negli occhi la luce che aveva quando c’era il nonno. Ora comprendo quella scintilla che ho intravisto mentre impastava, era troppo fioca per riconoscerla. Ora è viva nei suoi occhi, è splendente.
Era la tenerezza per l’amore della sua vita.

Nonna è bellissima, ha di nuovo i capelli bruni e ricci e il nonno è un ragazzone barbuto dagli occhi vispi. Eccoli, entrambi, seduti su quello spicchio di luna, che lei, romanticamente, paragona al sorriso di Dio e lui, un po’ più verace, paragonava all’unghia del pollice di Dio. Lui perde la sua mano tra i suoi capelli lunghi e lei appoggia la sua testa sulla sua spalla. Splendono entrambi, si stringono in questo abbraccio, non parlano, si guardano soltanto, sorridono. Non hanno più bisogno di parole, i ragazzi che si amano si guardano nel silenzio del loro unico amore. Dopo un po’, la nonna si congeda dal nonno con tre baci, lascia in custodia quella luce che ha negli occhi a Sirio, la stella più vicina alla luna, e ritorna in camera, portando con sé solo quella scintilla, la stessa che scovo quando guarda me. Si addormenta con la mano sul cuscino del nonno.

Mi sveglio con la fragranza del pane caldo. La scorza è ancora fumante, friabile, croccante. Ha lievitato tanto, ha un sapore buonissimo. Nonna lo ha spaccato in quattro, un pezzo per lei e gli altri per i figli. Ha tante camere vuote dentro, segno che la levitazione è andata a buon fine. Lo guarda soddisfatta: “Quando si impasta bene, con calma e pazienza poi c’è spazio per tutti”. Addento la mia fetta, quella piena di Nutella.

E, mentre guardo la mollica bianca, capisco che quel pane è il cuore di mia nonna, tutt’uno con l’amore di nonno. Loro, il profumo di quella casa, la fragranza mattutina che fa svegliare tutti di buon umore; la capacità e il coraggio di essere duri e severi senza mai dimenticare il cuore morbido dell’umanità e dell’empatia. Sono loro l’acqua e la farina, e io, modestamente sono il capolavoro!

Anni di vita insieme, tra litigate, sacrifici, attese, partenze, arrivi, ritrovi ma sempre con la stessa pazienza di nonna mentre impasta. Il sorriso della scanatura del pane ora comprendo essere il sorriso dei miei nonni, dolce, comprensivo, accogliente, quello che li ha sempre accomunati. E con il tempo e l’aiuto del lievito, il loro amore è diventato casa, piena di camere, dove c’è spazio per la mamma, per gli zii, per me, e per chiunque abbia incontrato i miei nonni.
Sarà questo l’amore che tutti millantano, l’amore buono, buono come il pane caldo. Sorrido, guardo la nonna nella sua routinaria corsa alle pulizie mattutine.

“Nonna, che giorno era quando vi siete incontrati per la prima volta con il nonno?”
Lei sorride. “Giovedì”.

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