Tutti per il Rendano: l’arte non ha patria, solo popolo

"Nel nostro recente passato già una volta abbiamo lasciato solo il nostro Teatro, oggi rischiamo che un pezzo della nostra storia ci scivoli via tra le mani definitivamente. Del resto, si sa, con la cultura non si mangia."

“E lucevan le stelle,
e olezzava la terra,
stridea l’uscio dell’orto
e un passo sfiorava la rena.
Entrava ella, fragrante,
mi cadea fra le braccia.”

Quando avevo 7 o al massimo 8 anni, la domenica pomeriggio d’inverno significava solo una cosa: andare al Teatro Rendano per vedere l’opera insieme a mia nonna. Vestita bene e seduta su una poltrona rossa di velluto delle prime file, mi guardavo intorno con aria spaesata ma incuriosita. Mia nonna, nel tragitto, mi raccontava la storia dello spettacolo che avremmo visto con una incredibile dovizia di particolari e, per evitare che mi perdessi, mi dava il libretto per farmi seguire meglio. Appena mettevo piede nel Rendano, mi sentivo speciale: era tutto magico, per me. Dalla buca dell’Orchestra, potevo osservare i musicisti accordare gli strumenti e riscaldarsi: è sempre stato il momento che preferivo. Quando li vedevo pizzicare le corde di violini, contrabbassi, arpe o provare il fiato per flauti e trombe sapevo che, di lì a poco, sarebbe cominciato l’incantesimo. Davanti ai miei occhi, scenografie magnifiche e curate ospitavano il canto perfetto del coro e dei protagonisti delle opere che mi hanno fatto appassionare fin da bambina. Non sarà stato un caso, allora, quando un giorno qualsiasi della quarta elementare, a scuola ci parlarono del “Coro delle Voci Bianche” del Teatro Rendano ed io decisi di partecipare. Averne fatto parte, ancora oggi, è per me un ricordo prezioso. Perché l’eccitazione di calcare quel palco, respirare l’aria di quelle quinte, resterà sempre un’emozione unica. 

Allora mi chiedo, a distanza di quindici anni, perché quella magia si è interrotta? Dal 2018, il nostro Teatro non ha più una stagione lirica e concertistica, affossato da altre necessità e progetti improrogabili, è passato in secondo piano, sancendo, di fatto, la fine di un’era. Il Teatro Rendano, non rientrando nel sistema di contributi ministeriale – fondo FUS, MIBACT – ha perso anche il titolo di Teatro di Tradizione. Il Rendano non ha più quel titolo, formalmente, da tre anni, cioè dall’ultima erogazione ministeriale. Il FUS ha una valenza triennale, ragion per cui, il non partecipare adesso alla progettazione, significa rischiare di non avere una stagione lirica fino al 2024. Quello che sta succedendo sotto i nostri occhi è di lasciare che il Teatro affondi, ancora una volta. Quindi, cosa fare? Accettare che il Rendano resti una succursale del Comune e lo sfondo di qualche bella foto? 

Perché il Rendano ci prova a rimanere in piedi come baluardo della cultura cittadina, ma ha perso la sua linfa vitale: la musica. Quel poco che viene eseguito, da qualche privato, rimane circoscritto e non restituisce al Teatro quell’immagine e quel lustro di cui ha bisogno e che merita. Parliamo di un Teatro Comunale il cui fondale storico è opera di Domenico Morelli e del suo allievo Paolo Vetri (entrambi esponenti della scuola napoletana); la cui decorazione degli interni è del pittore cosentino Enrico Salfi e la cui facciata esterna in stile vanvitelliano è di Ezio Gentile.

Parliamo di un Teatro che aveva la sua orchestra, il suo coro, la sua dignità, che niente aveva da invidiare al suo cugino napoletano o barese. Tra le mura del Teatro Rendano sono passati alcuni tra i nomi più celebri della lirica come Tito Schipa, Titta Ruffo, Ferruccio Tagliavini, Tito Gobbi, Mario Del Monaco. Grazie alla lunga direzione di Italo Nunziata, poi, il Teatro conobbe anni floridi e ricchi di straordinari successi. Le programmazioni artistiche lasciavano spazio alle innovazioni, con un pubblico di appassionati e non, che accoglieva positivamente un’offerta internazionale. Addirittura, nel novembre 1997, uno spettacolo che mise in scena due opere del repertorio schubertiano, entrambe in tedesco, I due gemelli e La sentinella per quattro anni, dirette da Peter Maag con la regia dello stesso Nunziata, vincerà il Premio della Critica “F. Abbiati”.

Nel nostro recente passato già una volta abbiamo lasciato solo il nostro Teatro, oggi rischiamo che un pezzo della nostra storia ci scivoli via tra le mani definitivamente. Del resto, si sa, con la cultura non si mangia. 

Per questo, Nova crede che questo sia il momento di recuperare lo spirito di appartenenza e unione che ci ha reso orgogliosi di far parte di una comunità attiva e pensante.

Abbiamo lanciato la petizione per far sì che ci si ricordasse che il Teatro c’è e va salvaguardato a tutti i costi; che la pandemia non può essere l’ennesima scusa per questa situazione assurda.

Quale modo migliore di sentirci uniti se non questa? Non dimentichiamo che il Teatro è una forma effettiva di impegno civile perché incarna valori, modelli, scopi.
Il Teatro è una manifestazione di democrazia, forza, coesione. Il Teatro ha reso eroi i piccoli, portando sulla scena i dolori, le afflizioni, le debolezze dell’essere umano. E continuerà a farlo. 

Il Teatro Rendano sta lì, in attesa che noi cittadini ci diamo da fare per lui, che ci ricordiamo di rispettarlo, di alzare la voce. Di resistere. 
Meritiamo che quei corridoi, quelle quinte e quel palco tornino a vibrare e a colorarsi della musica che, da sempre, lo ha riempito.
Non lasciamo che ci spengano la musica, che la buca dell’orchestra rimanga senza musicisti. Non di nuovo. Lasciamo invece che per la nostra città echeggino le arie di Verdi, Puccini, Bizet. Facciamo sì che ritorni nell’aria quella magia della musica, della danza, dello spettacolo dal vivo.
Non lasciamo che spengano le luci.

Personalmente, non vedo l’ora di tornare ad essere quella bambina vestita bene nella poltrona di velluto rosso che aspetta con ansia che lo spettacolo e la magia comincino.

“Svanì per sempre il sogno mio d’amore…
l’ora è fuggita,
e muoio disperato,
e muoio disperato!
E non ho amato mai tanto la vita!
tanto la vita.”

(Giacomo Puccini – Tosca, Atto III)

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Docente, laureata in Lettere Classiche e Filologia Moderna.
Ha conseguito un Master in Economia e Organizzazione dello Spettacolo dal Vivo, perché il suo sogno nel cassetto è di diventare la giovane manager degli artisti lirici italiani nel mondo.
Dalla spiccata sensibilità, fa dell’istruzione la sua missione quotidiana, plasmando giovani menti, e fa volontariato in ospedale grazie alla sua prepotente voglia di aiutare il prossimo.
Appassionata di musica (di ogni genere), lettura e scrittura, soprattutto creativa.

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