Trom trom drin dran trom: il Carnevale di Mamoiada

"Si narra che le sfilate dei Mamuthones risalgano al XIX secolo, mentre alcuni sostengono che la loro presenza, testimoniata sin dall’età nuragica, sia connessa ad antichi riti propiziatori, di venerazione di qualche nume agricolo o di protezione contro gli spiriti malvagi."

Bella e misteriosa lo è da sempre la Sardegna, terra dall’antico nome Ichnusa – di origine greca – che significa “impronta”.

Delle innumerevoli tradizioni annoverate nel repertorio culturale dell’isola sarda, il Carnevale di Mamoiada – paese dell’entroterra popolato da circa duemilacinquecento anime – risulta essere quella più affascinante.

Il 16 gennaio, in occasione dei tradizionali fuochi di sant’Antonio Abate e dello svolgimento di antichi riti attorno ai falò accesi nei rioni storici, ha ufficialmente inizio il Carnevale mamoiadino.

Momento clou di questo Carnevale è la processione delle maschere tipiche di Mamoiada, ossia i Mamuthones e gli Issohadores.

Il gruppo è composto da dodici Mamuthones e otto Issohadores. I Mamuthones sfilano disposti rigorosamente su due file parallele, mentre gli Issohadores sono posizionati ai lati esterni.

Corteo di Mamuthones e Issohadores

I Mamuthones procedono a piccoli passi, quasi saltelli, con un ritmo cadenzato attraverso il quale ruotano le spalle alternando il lato destro e quello sinistro del corpo. Così facendo, scuotono dei pesanti campanacci collocati sulle loro spalle di nome sa carriga, dal peso di circa trenta chili.

È il capo Issohadore a dare ritmo alla danza dell’intero gruppo, mentre gli altri Issohadores si muovono con passi più agili e lanciano il soha – un laccio realizzato con giunco intrecciato e imbevuto d’acqua – allo scopo di catturare le giovani donne tra la folla: l’atto risulterebbe di buon auspicio per la loro fertilità. La bravura dell’Issohadore consiste nel riuscire a catturare ogni singola persona anche alla distanza di dodici metri.

È in questo turbinio lento e affascinante che si ode solo:

Trom trom

Drin dran trom

Per quanto riguarda i costumi, gli Issohadores indossano una maschera chiara e degli abiti sul rosso, mentre i Mamuthones – dal look sicuramente più “selvaggio” rispetto ai primi – sono vestiti principalmente di nero.

Ciascun Mamuthone deve rigorosamente restare in silenzio nel corso della processione e indossare una visera, ossia una maschera nera realizzata con legno affumicato, che può essere di fico, ontano, olmo, castagno o noce, mentre in passato si utilizzava principalmente legno di pero selvatico. La visera viene assicurata al viso mediante cinghiette in cuoio e contornata da un fazzoletto di foggia femminile. Molte viseras realizzate nel corso dei decenni – opere dei cosiddetti “maestri del legno” – sono esposte attualmente presso il Museo delle Maschere Mediterranee di Mamoiada. Il corpo di ogni singolo Mamuthone è ricoperto, inoltre, da pelle di pecora nera: la mastruca.

Mascheramenti simili – la cui presenza risulta attestata già a partire dal Basso Medioevo – sono tipici di altre parti della Sardegna e dell’Europa; tra questi spiccano, in particolare, i Silvesterklaus svizzeri e i Kukeri bulgari.

I Kukeri bulgari

Si narra che le sfilate dei Mamuthones risalgano al XIX secolo, mentre alcuni sostengono che la loro presenza, testimoniata sin dall’età nuragica, sia connessa ad antichi riti propiziatori, di venerazione di qualche nume agricolo o di protezione contro gli spiriti malvagi. Fra le ipotesi avanzate sull’origine della rappresentazione vi è anche la celebrazione della vittoria dei pastori di Barbagia sugli invasori saraceni, fatti prigionieri e condotti in corteo. Infine, altri studiosi sostengono che la processione mamoiadina possa essere strettamente connessa ai riti dionisiaci.

Ciò che conta è il fascino senza tempo di un rituale che coniuga in sé cultura e leggenda, caratteristica che lo rende protagonista di una tradizione senza fine e che continua ad attrarre turisti provenienti da ogni parte del mondo.

Autore

  • Annanerea Vivacqua

    Cosentina, classe 1991, laureata in Lettere e Beni Culturali, con Magistrale in Storia dell’Arte presso l’Università della Calabria e fluente in Inglese e Francese. Oltre ad un periodo di studi a Vizille in Francia e una formazione con Eugenio Santoro dedicata ai curatori di mostre d’arte, vanta un amore per i pittori fiamminghi e il periodo Barocco e coltiva il sogno di imparare (almeno) dieci lingue. Appassionata di culture mediorientali, cosmesi bio, viaggi, lettura, dolci e mare!

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