Tokyo2020: campioni olimpici di umanità

A Tokyo2020 abbiamo vinto tutti perché ha vinto il coraggio, perché ha vinto la vita.

Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. 
Ha il potere di ispirare. 
Ha il potere di unire le persone in un modo che poco altro fa.

Parla ai giovani in una lingua che capiscono. 
Lo sport può creare speranza dove una volta c’era solo la disperazione.

È più potente del governo nell’abbattere le barriere razziali.” 
(N. Mandela)

Si sono appena concluse le Olimpiadi più rivoluzionarie della storia e i nostri giovani campioni olimpici stanno facendo ritorno in patria ricolmi di gioie e soddisfazioni. Tirando le somme a fine gara, non possiamo che essere orgogliosi del lavoro svolto dai nostri atleti e patriotticamente non possiamo esimerci dal ringraziarli per aver riportato in auge il buon nome dell’Italia.
È ben noto, ormai, che il 2021 è stato l’anno di rivalsa dell’Italia sotto tanti aspetti: nel fronte musica con la vittoria dei Maneskin agli Eurovision, calcisticamente con la vittoria della nazionale agli Europei e adesso con la conquista dell’Italia del decimo posto in classifica alle Olimpiadi di Tokyo2020.

Oltre alle vittorie sul campo, di fondamentale importanza è stata l’esegesi morale a cui abbiamo assistito durante i Giochi della XXXII Olimpiade: lo sport ha agito da collante, indefettibile leitmotiv, ma ciò che si è resa protagonista in ogni categoria agonistica questa volta è stata l’umanità, la fragilità e, quindi, la forza dei nostri atleti.
Tokyo2020 è stata una vittoria per tutti gli stati e per tutti i cittadini del mondo, è stato un palcoscenico di valori, scuola di solidarietà, rispetto e coraggio.

Lo sport è vita e quindi, inevitabilmente, checché se ne dica, è politica.       
Si può parlare anche di geopolitica: un connubio tra geografia, interazione tra Stati e rapporti internazionali; un fenomeno che comunque produce degli effetti sui consociati, un veicolo di messaggi e scelte politiche in grado di parlare alle coscienze.
Chi non ricorda i pugni alzati con un guanto nero di Tommie Smith e John Carlos durante le Olimpiadi del 1968? Non era forse politica, quella?

È convinzione erronea quella per cui lo sport dovrebbe essere lasciato fuori dalla vita politica. Ce lo insegna un Panatta, sui campi da tennis in Cile, con la maglietta rossa in solidarietà alla popolazione cilena vittima dell’oppressione del dittatore spietato Pinochet.

Lo sport è politica, identità nazionale, rivendicazione sociale e storica, un campo dove si gioca qualcosa di ben più importante del match in sé. Alle stesse Olimpiadi, gli atleti, avvolti dai colori nazionali, sorreggono invisibile il peso di un’intera nazione sulle loro spalle; a maggior ragione nei paesi ancora in via di sviluppo esso diviene vera e propria unità e solidificazione culturale. 


Anche questa Olimpiade appena conclusasi, alla stregua di tante occasioni agonistiche, ha fatto scalpore, è stata politica ed ha fatto la storia. 

Ripercorriamo insieme come.

Due ori per 2,37 metri  


La gioia della condivisione: domenica 2 agosto abbiamo assistito alla più bella finale di salto in alto di tutte le olimpiadi della storia, che verrà ricordata per il magico gesto di Gianmarco Tamberi e Mutaz Barshim che hanno scelto di vincere due medaglie d’oro di comune accordo.
Sembra facile, ma l’accordo nello sport è un parolone che pesa. Siamo soggiogati dalla competizione, viviamo nell’attesa spasmodica di vincere per annientare e fattivamente e moralmente l’avversario, gli sfottò dei predestinati interisti sul triplete vanno avanti da circa dieci anni e questi due giganti, invece, alla faccia di ogni regola consuetudinaria vigente, decidono di comune accordo di vincere insieme
L’italiano Gianmarco Tamberi e il qatariota campione del mondo in carica Mutaz Barshim, hanno condiviso la medaglia d’oro: avevano saltato meglio di tutti gli altri concorrenti fermandosi insieme ai 2,37 metri. Il giudice di gara aveva spiegato loro che sarebbe stato possibile continuare la finale con il “jump-off”, una specie di spareggio da disputare sull’ultima misura saltata con un unico tentativo. Barshim però ha interrotto subito il giudice chiedendogli se potessero condividere l’oro. Prima che il giudice finisse di parlare, Barshim ha dato la mano a Tamberi, che appena capito cosa stesse succedendo gli è saltato addosso, continuando poi a festeggiare il suo primo oro olimpico per tutta la pista. 

Tamberi e Barshim sono coetanei e amici, ed entrambi avevano avuto lo stesso infortunio al tendine d’Achille che aveva richiesto lunghi periodi di riabilitazione. 
Questi due atleti hanno condiviso non solo la gioia dell’oro, ma tutto ciò che rappresentava: in quella medaglia luccicante era scritta la storia della loro – condivisa – passione per una disciplina che ha segnato integralmente la loro vita, la loro crescita personale e atletica, vi era impresso il sudore di ogni sacrificio che ha portato a quei 2,37 metri, il dolore degli infortuni, la pazienza della riabilitazione, la fiducia e la forza di ricominciare e di arrivare, finalmente, in vetta.
Grazie ragazzi per questa immensa lezione di vita. 

“Ho il peso del mondo sulle mie spalle: ma io sono più dei miei successi.”


Improvvisa e inaspettata è stata, invece, la decisione adottata da Simone Biles, la più grande ginnasta statunitense famosa per aver conquistato l’oro alle scorse Olimpiadi di Rio 2016. Prima, però, di essere la grande atleta olimpica che conosciamo, Simone Biles, una ragazza di soli 24 anni, è un essere umano con le sue fragilità, i suoi dubbi, le sue complessità. E lo ha ricordato a ciascuno di noi. 
Durante la finale olimpica di martedì 28 luglio per la ginnastica femminile, infatti, Simone Biles ha deciso di abbandonare la gara, ritirandosi dalle competizioni singole e di gruppo. «Ogni volta che sei in una situazione di stress, vai fuori di testa. La terapia mi ha aiutato molto», ha spiegato l’atleta. «Ho combattuto tutti quei demoni, ora devo concentrarmi sulla mia salute mentale e non mettere a repentaglio la mia salute e il mio benessere. Dobbiamo proteggere il nostro corpo e la nostra mente. Nella mia testa ci sono solo io».
Simone Biles ha vinto una nuova medaglia quest’anno, forse la più importante della sua vita: ha deciso di tutelare la sua salute mentale, scegliendo consapevolmente di ritirarsi a causa dei “demoni” che vivono indegni nella sua testa.
Le difficoltà psicologiche sono all’ordine del giorno per uno sportivo, sottoposto continuamente a pressioni di non poco conto.
Chi gareggia vive in un perenne stato di ansia e tensione, vive ogni allenamento come se fosse l’ultima possibilità di migliorarsi e le gare cui partecipa rappresentano continuamente il vaglio del loro grado di apprezzamento sul mercato.
Gli atleti vivono come se fossero pedine e perciò spesso sono costretti a dimenticare la passione, la gioia di partecipare, la ragione che li ha spinti a iniziare quella carriera.
Lo sport è un lavoro a tutti gli effetti, un lavoro svolto sotto gli occhi vigili di un pubblico sempre più ampio, con i riflettori puntanti sempre addosso e con il timore di sbagliare e vivere la vergogna dell’insulto.
Dimentichiamo che dentro i corpi di quegli atleti vivono uomini e donne, normali, con le stesse paure di noi. E a volte le paure hanno il sopravvento, anche sui più forti e i più “allenati” alle difficoltà delle competizioni della vita. Non è raro che anche atleti affermati non riescano a trovare la via di uscita dal tunnel della depressione. 

(Fonte: https://www.corrieredellosport.it/news/olimpiadi/ginnastica/2021/08/03-84198317/la_rivelazione_di_simone_biles_il_motivo_dei_problemi_alle_olimpiadi)

I “demoni” di Simone hanno accompagnato la vita di tanti atleti: lo stesso Adriano, afflitto da problemi di depressione dopo la morte del padre, ha dichiarato su Twitter “So esattamente cosa ti sta succedendo e non è giusto che le persone debbano giudicarti in maniera così severa. Sii felice e prenditi cura di te.”. Nell’ultimo anno ha fatto, poi, rumore il caso di Josip Ilicic dell’Atalanta: “Ho vinto la depressione grazie all’amore per la vita”, ha dichiarato lo sloveno. E poi ancora il grande Gigi Buffon: “Un giorno mi alzai dal letto e mi sentii le gambe senza energie, cioè: tremavano. Non mi era mai capitato”, ha raccontato il portierone, che si è fatto poi aiutare tramite un percorso. Altri campioni che hanno dovuto affrontare la depressione sono il nuotatore Michael Phelps e il ciclista Gianni Bugno. La stessa Federica Pellegrini ha annunciato il suo presto ritiro perché ha trentatre anni e ha stressato già troppo corpo e mente.
La fragilità, la depressione, la paura di fallire e di non farcela sono sintomi di vita e come tali vanno affrontati giorno dopo giorno con coraggio e determinazione e, soprattutto, con il sostegno altrui. 
Imparare a dire no, a ribilanciare vittorie e sconfitte: questo il lascito alla ginnastica della piccola grande Simon Biles.

Lo sport è lotta per i diritti di tutti


Di recente abbiamo assistito ai dubbi delle varie nazionali che durante gli europei tentennavo dall’inginocchiarsi a sostegno del movimento Black Lives Matter: il rifiuto di inginocchiarsi contro il razzismo o quello di colorare gli stadi per i diritti di Lgbtqi+ è frutto di ipocrisia e ignoranza, è il rifiuto di schierarsi con i più deboli. 
Luciana Alvarado, invece, ha deciso di sfidare il Cio inginocchiandosi per il movimento BLM: la ginnasta, infatti, ha inserito il gesto nella sua performance sportiva nel corpo libero.
Luciana, 18 anni, originaria della Costa Rica, il 25 luglio scorso ha fatto la sua routine a terra su note allegre e caraibiche, saltando da una parte all’altra della pedana tra le scritte di Tokyo 2020 e regalando momenti di sport appassionato. Per concludere la sua coreografia, Alvarado ha deciso di unire alla sua routine la combinazione di due gesti a sostegno del movimento Black Lives Matter. In ginocchio con un braccio dietro la schiena, testa all’indietro e pugno alzato, Luciana Alvarado ha reso questi gesti politici un’opera d’arte. Se il pugno alzato porta gli echi del movimento delle Pantere Nere degli Anni Sessanta negli Usa, la posa in ginocchio è una delle più ripetute dagli atleti. Nonostante le regole della Carta Olimpica di Tokyo 2020 richiedano che lo sport si mantenga “neutrale” alcuni hanno manifestato inginocchiandosi, come le giocatrici delle squadre di calcio di Inghilterra e Cile durante le qualifiche. Un’onda di solidarietà che non sembra volersi spegnere tra gli sportivi e che grazie alla ginnasta di 18 anni ha toccato uno dei suoi punti più significativi. 


Come ha commentato lei al podcast GymCastic: “Sento che se fai qualcosa che unisce tutti, ti fai riconoscere come uno che ‘Sì, sei uno dei miei, capisci le cose'” ha spiegato la ginnasta, per poi concludere: “È importante che tutti vengano trattati con rispetto e dignità e che tutti abbiano gli stessi diritti. Perché siamo tutti uguali e siamo tutti belli e fantastici, quindi penso che sia per questo che amo avere questo gesto nella mia routine“.


Ius soli: sport e integrazione


Noi vogliamo occuparci di sport e non riconoscere lo Ius Soli sportivo è qualcosa di aberrante, folle. Oggi va concretizzato: a 18 anni e un minuto chi ha quei requisiti deve avere la cittadinanza italiana“, sono state queste le parole di Giovanni Malagò a Tokyo 2020. 
Un pensiero che ha riacceso il dibattito sulla questione della cittadinanza ai cittadini, in questo caso anche atleti, che sono nati in Italia da genitori stranieri. Sono diversi, infatti, gli azzurri a Tokyo che hanno dovuto aspettare i diciotto anni per poter gareggiare ufficialmente con i nostri colori addosso ed è stato proprio il presidente del Coni a riaprire una questione che, in questo caso, intreccia politica e giochi olimpici. 
Ci sono molti figli d’immigrati nati in Italia o che in Italia hanno compiuto la più gran parte della loro giovane vita, che qui studiano e si allenano, e che però devono starsene nella panchina azzurra, se non hanno compiuto 18 anni.
Secondo il D.Lgs. n. 36 del 28 febbraio 2021, gli atleti minorenni possono essere tesserati presso le federazioni sportive ma non possono gareggiare per l’Italia. 
Le reazioni di dei politici italiani alla proposta di Malagò in vista delle Olimpiadi di Parigi del 2024 è stata di grande preoccupazione. Malagò ha auspicato che tanti giovani atleti stranieri, cresciuti in Italia, possano finalmente gareggiare con la maglia azzurra evitando di rimanere a scaldare la panchina perché sono “italiani a metà”. 


“….ma la causa palestinese è più grande di tutto questo.”


Fethi Nourine, judoka algerino che avrebbe dovuto scendere sul tatami nella categoria 73 Kg, ha deciso di ritirarsi e lasciare i Giochi prima ancora di cominciare perché “Contro un israeliano non gareggio“: avrebbe dovuto scontrarsi con l’israeliano Tohar Butbul. 
Nelle competizioni sportive internazionali sovente atleti musulmani si rifiutano di gareggiare con atleti israeliani, a causa del coinvolgimento di Israele nel conflitto israelo-palestinese. 
Infatti, già a Rio nel 2016 il judoka egiziano Islam El Shababi si rifiutò di stringere la mano all’israeliano Or Sasson dopo un combattimento; e non è neanche la prima volta che Nourine si ritira per non incontrare Butbul: lo aveva fatto nel 2019 ai Campionati del mondo di judo.
Sempre ai Mondiali di judo del 2019 l’iraniano Saeid Mollaei si ribellò all’ordine di dare forfait pur di non incrociare il rivale israeliano Sagi Muki e continuò a battersi fino a perdere, di proposito, come poi rivelò, in semifinale contro il belga Matthias Casse per non trovarsi contro Muki. 
Abbiamo lavorato molto per raggiungere i Giochi… ma la causa palestinese è più grande di tutto questo”.


Stop omofobia e ipersessualizzazione: al via i giochi dell’inclusione


Il pallanuotista Victori Gutierrez ha denunciato sui social gli insulti omofobi di cui è stato destinatario da parte del serbo Nemanja Ubovic: “Se questo succede a me che ho trent’anni e sono visibile, mi chiedo cosa possa accadere ai ragazzi negli spogliatoi, nelle scuole, nelle pisicne, sui campi da calcio”.
Il giocatore iberico – uno dei pochi pallanuotisti gay a fare outing, da tempo impegnato in favore del movimento LGTBQ+ – ha pubblicato un primo video in cui, in lacrime, raccontava l’episodio senza fare il nome dell’avversario che l’avrebbe offeso. 
Volevo inviare un messaggio a coloro che potrebbero ascoltarmi – ha poi concluso il giocatore -, voglio dire che non un commento o un insulto o cento insulti devono impaurirvi. Che non vale la pena vivere dietro una maschera neanche per un secondo, che la vita è meravigliosa e ognuno deve mostrarsi come è con orgoglio, perché è così che siamo”.


Allo stesso modo, un grande stop alla mascolinità tossica è stato urlato durante l’esibizione del ginnasta spagnolo Crisstofer Benitez contro cui la russa Tatiana Navka si è scontrata sostenendo che la ginnastica ritmica sia solo per donne. 
Nei “giochi dell’inclusione” ha partecipato anche Alice Bellandi, judoka italiana di soli 22 anni che ha dichiarato di amare “Chiara – la sua fidanzata – e il judo”.
La nazionale tedesca, poi, si è ribellata contro la vetusta tradizione delle tutine sgambate per sole donne, gridando basta all’ipersessualizzazione del corpo femminile.
Infine, Tom Daily ha dato a tutti un gran spintone mentre lo guardavamo attento a lavorare l’uncinetto sugli spalti, a rilassarsi in attesa del suo grande tuffo.
I giochi olimpici sono stati quindi ghiotta occasione per fare politica e quindi trasmettere, tramite la comunicazione diretta, dei messaggi e degli insegnamenti che dovrebbero essere faro nella nostra quotidianità.
Il tema dell’omosessualità, del gender-gap, del maschilismo tossico sono all’ordine del giorno e vengono sempre scavalcati, nelle sedi ufficiali, da “problemi più importanti”. 
Gli atleti, oggi, ripongono i riflettori su tali questioni consegnando alla politica la vera emergenza sociale che la stessa non ha ancora il coraggio di affrontare: la lotta per i diritti di tutti. 


Alla fine di questo lungo excursus socio sportivo, è maturata in me una nuova convinzione: le Olimpiadi lasciano una eredità differente rispetto alle altre competizioni sportive.

All’interno dei cerchi olimpici prendono vita valori che superano le aspettative di ogni spettatore e consegnano a tutti noi emozioni uniche. È vero che le emozioni che seguono una sconfitta e quelle che seguono una vittoria non sono le stesse ma è il modo di comunicare quelle emozioni che rappresenta lo specchio culturale e valoriale dell’atleta.
Di regola, quando in una manifestazione sportiva (come nella vita) arriva “una sconfitta” reagiamo differentemente. L’istinto – come accade in prevalenza nel mondo del calcio – ci fa cercare una giustificazione da addurre come scusante.

Alle olimpiadi, invece, soprattutto quest’anno – nell’era del silenzio, della paura, della ripresa di coscienza e dal forzoso faccia a faccia che la vita ci ha costretto a fare con le nostre fragilità –  parlare di sconfitta non faceva paura. La sconfitta non è più sinonimo di fallimento: grazie a questi campioni olimpici abbiamo imparato che anche la sconfitta è insegnamento, opportunità, occasione per riconoscere con umiltà che si può sempre migliorare.

Anche per questo, a Tokyo2020 abbiamo vinto tutti perché ha vinto il coraggio, perché ha vinto la vita. 

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Classe 1994, nasce e cresce a Cosenza, ma casa sua è il mondo intero.
Donna in carriera e aspirante madre di famiglia, è laureata in Giurisprudenza alla LUISS Guido Carli e specializzata in Diritto di Famiglia e Minorile, con esperienze di studio presso la Stockholm University in Svezia e la Universidade da Coruna in Spagna.
Ha viaggiato in numerosi angoli della Terra con lo zaino in spalla e la voglia di raccontarli.
Appassionata di letteratura, cucina, esplorazioni e ambiente!

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