The Queen’s Gambit: matto per lo scacco!

"Qualche settimana fa, il mio occhio è caduto su di un caschetto rosso e mi sono detto “wow, anche io vorrei i suoi capelli!”, e senza indugio ho aggiunto la serie alla mia lista."

Accedo quotidianamente a Netflix e da quando la mia regione è considerata “zona rossa”, il piacere è diventato ancor più forte. Ma del resto, chi è che nel proprio tempo libero non ha voglia di leggere un libro o di guardare una serie TV?

Dovete sapere che la mia è un’ossessione e come ogni amante di Netflix o Prime Video, metto tra i preferiti le nuove uscite o tutto ciò che uscirà a breve e che voglio assolutamente vedere.

Qualche settimana fa, il mio occhio è caduto su di un caschetto rosso e mi sono detto “wow, anche io vorrei i suoi capelli!”, e senza indugio ho aggiunto la serie alla mia lista.
Ma come ogni cosa che faccio, la dimentico.

Per fortuna, arriva improvvisa la notifica dell’app di Netflix: quella serie TV ha appena fatto capolino sulla piattaforma.
È ora di guardare The Queen’s Gambit.

Non fatevi ingannare dalla pessima traduzione del titolo in italiano, “La Regina degli Scacchi”, perché la traduzione più corretta è “Il Gambetto di Donna”, ovvero una delle strategie più antiche utilizzate dagli amanti degli scacchi; si dice, infatti, che si sia presentata a metà del XV secolo, sconvolgendo il mondo rigoroso di questo gioco.

Ma bando alle ciance, cambiamo la lingua sul menu e avviamo il tutto.
Si parte.

Eccoci catapultati in una realtà d’altri tempi, più precisamente nel XX secolo e negli anni che seguono il 1948. Non vi darò alcuno spoiler, ma voglio raccontarvi come questa serie sia riuscita a suscitare interesse in me che degli scacchi conosco solo i pedoni, il cavallo e la regina.

Beth Harmon è la protagonista, una bambina da un passato difficile, turbolento e con un velo di oscurità, che scopre di essere un prodigio degli scacchi nella confusione e nella polvere di uno scantinato.
Il suo insegnante, un inserviente del collegio in cui vive, Mr. Shaibel, diviene suo mentore, e le vitamine che le vengono somministrate ogni giorno, le danno la carica e spingono maggiormente la sua immaginazione.

È questo il centro focale di questa serie Tv: la bellezza risiede nella mente di questa giovane donna che la sera, prima di dormire, sul soffitto vuoto della camerata del collegio, trasla con la sua immaginazione la scacchiera ed ogni suo pezzo, giocando milioni di partite e pensando a strategie e ad innumerevoli variabili.

Netflix produce una serie dai contorni reali, concreti, di una storia del nostro passato, riguardante la grandezza dei sogni e della regola fondamentale del non darsi mai per vinti.
La storia è un crescendo e si attraversano le fasi e la vita di Beth, la quale, con non poche difficoltà, si ritroverà a viaggiare per il mondo, per sfidare chiunque abbia il coraggio di reputarsi migliore di lei.
Attenzione, non è una sfida che parte dalla stessa protagonista, ma è la naturale conseguenza ed il crudele destino di un vero e proprio prodigio.

Insomma, una storia avvincente, dai tratti psicologici nebulosi e talvolta fuori dalle righe, che fanno a cazzotti con la concentrazione necessaria del gioco, quella che porta Beth a fissare la mossa dell’avversario, con la bocca corrucciata e pensierosa ed un dito, sinuoso e lineare, che segue i bordi di quella stessa smorfia.

Gli occhi grandi, in risalto con il meraviglioso colore dei capelli della protagonista, si accostano perfettamente agli abiti d’epoca prescelti, dai colori sgargianti, ma che mantengono la sobrietà di Beth e che sembrano incorniciare perfettamente le grandi capacità della sua mente.

E poi, beh, bisogna lasciare spazio ad un’attrice straordinaria.
La conoscevo? No. Mea culpa.

Anya Taylor-Joy, attrice classe 1996, è riuscita a fare centro. Pur essendo un personaggio di finzione, Beth sembra reale; una bambina, una ragazza, una donna che combatte con torri, strategie siciliane e fascino, contro un mondo fatto di soli uomini.
Perché il suo compito è quello di far tremare la scacchiera e vincere.

La Taylor riesce ad essere incalzante con il solo sguardo e riversa ogni sua capacità nell’interpretare questa donna intrappolata in delle mosse complicate e nella goffaggine di chi, la vita, non l’ha mai potuta vivere.

La fotografia è straordinaria ed i colori sono un tripudio di allegorie storiche non indifferenti. È da qui che, con semplicità, si percepisce il periodo in cui si cala la storia, con il supporto di luci atte a creare un chiaro excursus narrativo, dal buio più macabro della gioventù allo splendore della crescita della protagonista.

Netflix, perciò, fa nuovamente centro e si arricchisce di attori di grandissimo livello, da Harry Melling, che pur essendo un dotato interprete, non riuscirà mai a sganciarsi, sfortunatamente, dal personaggio di Dudley Dursley nella saga di Harry Potter; Jacob Fortune-Lloyd, conosciuto già in Stars Wars e che ci piace anche con un’armatura più leggera, in una battaglia tra pedoni e cavalli; Thomas Brodie-Sangster, attore eternamente bambino, che ricordiamo in Love Actually e ne Il Trono di Spade e che, in questa grande produzione, riesce ad interpretare un personaggio che supera i 25 anni; per poi passare a Moses Ingram, artista che interpreta la più cara amica di Beth e che l’accompagnerà in alcune fasi fondamentali della vita, quale donna e giocatrice.

Menzione d’onore, però, la voglio dare a Marielle Heller.
La madre adottiva di Beth, tramite questa interpretazione, dimostra le capacità che ha anche dietro la cinepresa, in quanto conosciuta nel mondo della recitazione come regista e sceneggiatrice.
È un personaggio complesso, mai totalmente chiaro, disperato per l’andamento di una vita scomoda e scomposta ed abbinato ad una voglia di riscatto gusto Gibson, perché “trovo che la cipolla sia più raffinata dell’oliva”.

Questa serie riesce a raggiungere la prima posizione nella classifica Netflix e conferma di essere ben fatta, pensata e prodotta in maniera più che esemplare.
Lascia a bocca aperta e al contempo amara… Ma questo è proprio il bello per chi non riesce a fare a meno di finire il prima possibile tutte le puntate di una serie TV.

Per concludere, perciò, direi che guardarla e goderne, è d’obbligo.
Ma una cosa devo dirvela (e sono certo di non essere l’unico a pensarla così)… Penso che non giocherò mai a scacchi!

Autore

  • Luigi Sprovieri

    Social Media Strategist, cosentino classe 1991, fluente in 3 lingue. Laureato in Giurisprudenza per caso, in Marketing e Comunicazione per scelta, ha vissuto a Roma, Milano, Alicante, Boston, Londra... Ma per lui nessun posto è come “casa”. Eletto vincitore della Hult Business Challenge da una giuria di Google per il suo progetto sui matrimoni calabresi intitolato “WEDDIE”. Appassionato di viaggi low cost, serie TV e Instagram!

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