“Strappare lungo i bordi”: la terapia di cui non sapevi di avere bisogno

"È la fotografia di tutti quelli che stanno ancora sperando di essere destinati a un bel disegno, piuttosto che svegliarsi e scoprire di essere gli artisti di uno scarabocchio, per altro riuscito male. Di quelli che si stanno ancora chiedendo se sia meglio la pizza margherita o la pizzadistocazzo e una risposta ancora non l’hanno trovata. "

“A volte vorrei lasciarmi,
ma non saprei con chi altro andare.
A volte mi innamoro di me
e ritorno a giocare”.

“Anche se tra te e te non c’è comprensione
anche se non hai tempo di starti ad ascoltare
anche se una soluzione non ce l’hai
tu non tradirti mai”.

(La nostra pelle, Ex-Otago feat Willie Peyote)

Devo ammetterlo: ho sempre avuto un debole per il dialetto romano e Roma, si sa… è Roma.

Con queste premesse è evidente che non è stato difficile amare “Strappare lungo i bordi”, il primo vero esperimento televisivo del fumettista Zerocalcare. Terminato l’ultimo episodio il mio unico pensiero, formulato rigorosamente sotto effetto di una buona dose di romanità, è stato: “STI CAZZI”.

In preda ad un’amarezza inspiegabile – e come succede tutte le volte che qualcosa ti smuove nel profondo- avrei voluto chiamare Michele Rech[1] e dirgli semplicemente: “Bravo fratè, c’hai azzeccato in pieno”.

Perché se non è stato difficile amare questo piccolo gioiello, ancora meno lo è stato capire di averne un disperato bisogno.

Intendiamoci, di prodotti televisivi – anche validi- ce ne sono oramai a bizzeffe. Quasi sempre, però, quando cerchiamo qualcosa da guardare, lo facciamo con il desiderio di evadere dalla nostra realtà, di staccare il cervello per mezz’ora e tentare una fuga metaforica dalla nostra banalissima quotidianità. Ed è qui che casca l’asino. “Strappare lungo i bordi” si fonda sul principio esattamente opposto: è un’immersione nel mondo reale, proprio quello da cui volevamo scappare due secondi prima di schiacciare il tasto “Play”.

In un’ora e mezza complessiva Zerocalcare ci costringe a fare i conti con noi stessi, con la nostra vita e pure con quella degli atri. Ad eccezione dell’ultimo episodio, in cui si viene a conoscenza dello snodo principale della vicenda, tutto il resto della serie non procede seguendo una trama ben definita, bensì è un flusso di coscienza che prende vita accompagnando il protagonista in semplici e comunissime scene di vita quotidiana. Riflettendoci, si potrebbe addirittura affermare che la trama altro non è che la banalità disarmante della vita.

Il processo di riconoscimento inizia proprio dai personaggi: Zero, alias chiunque di noi nella versione più scazzata possibile, costantemente devastati da domande esistenziali come “E te che obiettivo te sei dato?” ; Secco, l’amico che tutti conosciamo e che a quelle stesse domande esistenziali risponde indifferente “A me non me ne frega un cazzo. Annamo a pija er gelato?”; Sara, la voce della verità e forse anche della semplicità, che a volte dimentichiamo, schiacciati sotto il peso delle nostre infinite congetture mentali, colei che ci ricorda ciò che troppo spesso scordiamo: “siamo solo dei fili d’erba”; l’Armadillo, la coscienza disfattista di Zero che sembra creata appositamente per assecondare il suo mantenimento dello “status quo”, perché forse le nostre coscienze finiscono per assomigliarci più di quanto vorremmo immaginare; infine Alice, per me l’emblema della vita che non ci aspetta,  di tutta quella vita che sarebbe potuta essere e non è stata, di un’occasione persa.

L’insieme di tutti i personaggi e delle riflessioni che da ognuno di loro scaturiscono formano la cornice perfetta di un ritratto generazionale, di noi complessati e frustrati del cazzo, cinture nere de come se schiva la vita. La nostra, chiaramente, che saremmo disposti a barattare con la vita degli altri: sempre più bella, più entusiasmante, più tutto. Ma di cui in fondo non conosciamo assolutamente nulla se non la superficie.

È la fotografia di tutti quelli che stanno ancora sperando di essere destinati a un bel disegno, piuttosto che svegliarsi e scoprire di essere gli artisti di uno scarabocchio, per altro riuscito male. Di quelli che si stanno ancora chiedendo se sia meglio la pizza margherita o la pizzadistocazzo e una risposta ancora non l’hanno trovata.

È il riassunto di una storia che conosciamo bene: ci manca il coraggio.

La vita la guadiamo da quegli stessi bordi che ci premuriamo di tratteggiare con cura. Non sia mai valicarli, un giorno.

È la storia del loop infinito dei legami che finiscono nel limbo perché la regola è solo una e indica la sopravvivenza: “Non sbilanciamoci”. Chi si sbilancia per primo “firma la cambiale” e perde tutto.

E alla fine tanto l’occasione la perdiamo tutti e due. Che poi a volte ci penso pure io e dico: “ma sei proprio stupida”. Tante volte basterebbe dire “Mi sembri una persona interessante. Vorrei conoscerti”. E invece no, perché l’interpretazione della realtà è più importante della realtà stessa. E allora la strategia è raggirare: seguirsi sui social, mettere like ai post, alle foto… Creare un collegamento, si, ma che ci permetta in ogni momento di negare tutto, di tornare nella comfort zone. E la vita passa e “tutto il tempo del mondo” che pensavamo di avere a diciassette anni non ce lo abbiamo più. Ed ecco l’amarezza che arriva.

La presa di coscienza mi devasta”.

Ma attenzione a non pensare che “Strappare lungo i bordi” sia solo una serie per dare sfogo alle nostre melodrammatiche contraddizioni sentimentali. Manco per il ca…!

Zerocalcare dà voce, costantemente, ad un malessere generalizzato di cui la nostra società non vuole sapere niente, che la politica fa finta di non vedere e nasconde sotto il tappeto di quei maledetti talk show di cui non frega niente a nessuno.

È l’insoddisfazione e la delusione di chi, come Alice, odia vivere “sgomitando e calpestando chi le sta vicino” e per questo fatica a trovare il proprio posto nel mondo. È il rammarico di chi pensava che bastasse sognare per realizzare un sogno.

Sono frasi fatte? Provate a chiederlo ad un qualsiasi mio coetaneo e avrete la risposta che cercate.

Ma allora, vi starete chiedendo, perché devo guardà sta serie se è tutta ‘na depressione?

Beh, perché Zero ha capito e fa capire una cosa fondamentale: si può ridere di tutto, anche della propria tristezza. Che in fondo, anche se continuiamo ad andare avanti per tentativi ed errori, anche se nel tragitto ci sembra di ferire più che di seminare del bene, non portiamo il peso del mondo sulle nostre spalle.

Ed è sempre meglio vivere cosparsi di cicatrici che con il volto cristallino e perfetto di una bambola, perché la vita è anche sofferenza, ma non è solo questo e se riusciamo a trovare delle cartacce stropicciate e malridotte come noi per scaldarci… Siamo comunque fortunati. A volte basta, a volte no.

Ma non ce pensiamo, in fondo “volevo guardà una serie, no fa psicoterapia. Li mortacci tua”.


[1] Michele Rech è il vero nome di Zerocalcare.

Autore

  • Scorpione nell’anima, classe 1996, nasce a Cosenza e atterra a Torino. Specializzata in Scienze del Governo, curiosa del genere umano e di tutto ciò che è cultura, studiosa dei fenomeni di mutamento politico ed economico-sociale in una prospettiva multidisciplinare, aborra l’autoreferenzialità del sapere, il qualunquismo, e le questioni che non vengono analizzate a dovere. Pallavolista a livello agonistico, aspira a diventare docente universitaria e giornalista. Appassionata di filosofia politica, dibattito, sport, viaggi e mondo viticolo… per diventare presto sommelier!

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