Siamo tutte Fleabag: una seduta di psicanalisi con Phoebe Waller-Bridge

"Al contrario del critico standard e dell’appassionato del settore, io di Fleabag darò una lettura più di stomaco che di testa; un’interpretazione bassa, triviale, senza paroloni né frasi ad effetto. Questa scelta è dettata dal fatto che, ai miei occhi, il più grande merito di Fleabag è quello di avermi fatto provare dei sentimenti."

Un anno e mezzo fa, su un taxi a Roma, un amico mi guarda e mi fa: «Ma sai che c’è una serie che parla proprio di te? Si chiama “Fleabag”… Cioè – ride appena e, appena, scuote la testa – lei sei troppo tu, davvero, la copia spiccicata, t’assomiglia pure fisicamente

Non gli chiesi nulla, neanche un accenno alla trama: le poche informazioni che mi aveva dato mi avevano già incuriosita abbastanza da convincermi a guardarla. Chiamatelo egocentrismo o puro e semplice masochismo, ma resistetti solo trentasei ore, prima di cercare “Fleabag” su Prime Video.

Non l’avessi mai fatto.

Phoebe Waller-Bridge mi ha letteralmente rovinato la vita e, a riprova della vena di sadismo strutturale alla mia natura, continuo a lasciarglielo fare senza opporre resistenza.
Mi ci sono volute poche battute della prima puntata per capire che sì, effettivamente, la protagonista mi assomigliava parecchio e che quindi il mio amico c’aveva visto lungo.

Non appena, però, ho iniziato ad assuefarmi a questa maledetta serie, mi sono accorta che in Fleabag c’era anche qualcosa di Martina e… ma sai che quell’espressione là la usa sempre Bianca? Roba da matti, parla di sesso proprio come Vera!

Per farla breve, all’ennesima volta che la riguardavo, ho capito che sì, io sono Fleabag, ma, come lo sono io, lo sono anche molte delle donne che conosco, che stimo e che frequento. Lì per lì, mi ha sorpreso alquanto riconoscere tutte le mie amiche in Fleabag e in “Fleabag”, ma, in realtà, meno di quanto a primo acchito ci si aspetterebbe.

Questo perché – un po’ sulla scia di Goethe – sono dell’idea che, in un modo o nell’altro, ogni storia che possa essere scritta è già stata scritta. Questo significa, né più né meno, che la discriminante tra un capolavoro e una Caporetto non sta tanto nel racconto in sé e per sé, ma “nel modo o nell’altro” in cui questo racconto viene raccontato.

In parole povere, questo spiega perché, pur essendo un po’ tutte Fleabag, di Phoebe Waller-Bridge ce n’è una sola.

Quando ho letto che, in origine, il soggetto del testo teatrale, che ha gettato le basi della serie, è stato ideato per esaurirsi in una stand-up comedy di dieci minuti, non mi sono stupita più di tanto; in fondo – mi son detta – i disagi esistenziali di Fleabag sono dei disagi generici, seriali e – perché no? – scontati.

Quella di Waller-Bridge è una donna normale, né bella né brutta, né intelligente né stupida che – come chiunque – sgomita per campare, ha alle spalle una famiglia disfunzionale e dirimpetto una vita sessuale/sentimentale totalmente scoppiata.

Insomma, è proprio vero: Fleabag sono io.

Eppure, per quanto la mia sia un’affermazione banalotta, lialesca e immediata, uguale in tutto e per tutto allo sgomento social da attentato terroristico, non è affatto un’esternazione da prendere alla leggera, se riferita a una serie come “Fleabag”.

Non spenderò una sola parola su quanto sia geniale e all’avanguardia Waller-Bridge – del resto, gente molto più competente di me lo ha già fatto (vi basta googlare il suo nome per avere una bella recensione sui pregi e i difetti di “Fleabag”).

Al contrario del critico standard e dell’appassionato del settore, io di Fleabag (e non di “Fleabag”) darò una lettura più di stomaco che di testa; un’interpretazione bassa, triviale, senza paroloni né frasi ad effetto. Questa scelta è dettata dal fatto che, ai miei occhi, il più grande merito di Fleabag è quello di – per dirla come il Grinch – avermi fatto provare dei sentimenti (cosa che ha già di suo dell’incredibile, se a parlare sono io, una persona che s’è sempre guardata bene dal cedere a qualsiasi lusinga emotiva).

Per colpa di questa serie della malora, ho versato un quantitativo tale di lacrime, che, al termine del secondo rewatch, mi sono chiesta se Waller-Bridge non fosse in realtà la mia analista sotto mentite spoglie.

Infatti, anche se chiunque può rispecchiarsi nelle (dis)avventure di Fleabag, nessuno, prima di Waller-Bridge, ha avuto la capacità di mettere su pellicola e di veicolare in modo così diretto e senza scadere in facili moralismi un ampio ventaglio di messaggi estremamente complessi.

Fleabag affronta lavoro, relazioni, lutti e molestie in una maniera così realistica da lasciare spiazzato lo spettatore, che, per precisa volontà dell’autrice, è tutto fuorché un soggetto passivo. Anzi, al contrario: il pubblico, nella serie ideata, suonata e cantata da Waller-Bridge, è a tutti gli effetti un personaggio interno alla narrazione. Aspetto, questo, che mi ha provocato un vero e proprio disturbo dissociativo dell’identità. Infatti, nell’arco di una puntata, mi ritrovavo a barcamenarmi tra le macerie della mia vita di Fleabag e ad essere l’interlocutore diretto a cui esprimere le mie/sue perplessità.

Fleabag – un po’ come me, un po’ come tutte (2×3) – è una donna che ha un rapporto intimo e viscerale con il dolore e, sebbene si sforzi in tutti i modi di liberare sé stessa e il suo pensiero dai fantasmi che la infestano, non ne è capace. Anzi, in un certo senso, la morte – che, in “Fleabag”, più che un’ovvia conclusione è una compagna fedele – e i suoi morti sono delle presenze fisse (come per il Sabbath di Roth) che Fleabag non vuole affatto lasciare andar via dalla sua vita, nonostante a una rapida occhiata possa sembrare il contrario.

In uno dei dialoghi più strazianti dell’intera serie, è la protagonista stessa a confessare di avere paura “di dimenticare cose. Persone” (2×4). Così, l’incapacità di Fleabag di piangere i suoi morti si rivela come il suo personalissimo tentativo per non lasciare che loro – gli estinti – si disfacciano nella sua memoria, garantendogli così una nuova vita in una sofferenza che in Fleabag è amniotica e primordiale.

L’immagine che più esplica questo particolare aspetto della psiche di Fleabag si tratteggia quando, alla domanda “Cosa vuoi?” postale dal manager di banca (1×4), lei risponde, sguardo fisso e voce rotta, di voler solo piangere. Piangere continuamente.

Nell’arco dell’intera serie, questa atavica forma di solitudine, che affligge Fleabag, la porta a stringere a sé i suoi cari estinti e ad elemosinare affetto da chiunque e in tutti i modi possibili – banalmente saltando da un letto all’altro e lasciandosi e riprendendosi con il suo ex.

Dunque, il modo libero in cui Fleabag vive la sua femminilità e la sua sessualità non può essere incasellato né in un termine generico, come può essere “femminismo” (tra le chicche più esilaranti della serie ci sono alcune stoccate a quella tipologia di femministe che io definisco “di facciata”, n.d.r.), né, men che meno, può ridursi a uno stigma moraleggiante e reazionario. Al contrario, il sesso è l’espediente più immediato e spontaneo che Fleabag trova non soltanto per appagare i suoi appetiti e per dissipare alcune delle sue insicurezze, ma per riscaldare un cuore intirizzito e per fuggire da sé stessa.

(ATTENZIONE: MINUSCOLO SPOILER) In questo senso, non stupisce affatto la scelta di non praticarne più, con cui si apre la seconda stagione.

La decisione di “disintossicarsi dal sesso” è la maniera che Fleabag ha per ritornare in sé stessa, per fare, in un certo senso, ammenda dei suoi errori/orrori e per abbracciare fino in fondo la sua solitudine. Ed è proprio in questo clima d’ascesi autoimposta che Fleabag s’innamora, perché – banalità delle banalità – l’amore arriva, per parafrasare Lennon, solo quando siamo impegnati in tutt’altri progetti.

Piccolo inciso d’obbligo: credo che la seconda stagione di “Fleabag” mi abbia fatto consumare un quantitativo tale di Kleenex da aver causato, in barba a Greta Thunberg, il disboscamento di almeno cinque polmoni verdi. Se moriremo tutti asfissiati, sappiate che non è colpa di Bolsonaro e affini, ma mia.

La ragione di un pianto così nocivo per l’umanità deriva dal fatto che Fleabag mi ricorda con estrema franchezza che l’amore non basta perché una storia funzioni – anzi, semmai accade il contrario. Più spesso di quanto si creda, un sentimento totalizzante, come può essere l’amore, è percepito da chi lo vive come un vero e proprio deterrente ai rapporti. Checché se ne dica, l’amore ci estranea l’un l’altr*, «ti fa dubitare di te stesso, giudicare te stesso. Ti fa allontanare dalle persone a te care…ti rende egoista.» (2×6)

Per citare il padre di Fleabag (2×6), «Io credo che tu sappia come amare meglio di tutti noi. È per questo che è così doloroso per te.». E questa sofferenza di Fleabag – che è anche la mia sofferenza – dipende dal fatto che, in fin dei conti, l’amore distrugge più di quanto costruisca. Deflagra, radendo al suolo ogni nostra certezza e barriera, lasciando così sguarnite tutte le nostre fragilità.

Al contrario, le relazioni sono strutture stabili, sofisticati compromessi, patteggiamenti emotivi e sfumature che, a lungo andare, sbiadiscono fino a scomparire in una routine che si fa via via sempre più stringente.

Questo per dire che i rapporti c’entrano poco niente col fiato corto e gli occhi lucidi, con le affinità elettive e il travolgimento affettivo.

C’è una scena, in cui l’uomo di cui si innamora Fleabag la guarda (2×1), che esprime alla perfezione quanto detto finora. Lei non se ne accorge neppure, presa com’è da altro, eppure lui non riesce a distogliere lo sguardo dal suo viso. I due si conoscono appena, ma in quell’occhiata sofferente e bisognosa c’è già tutta la tragedia dell’imprevisto e lo struggimento di un amore in potenza, che, ahiloro, diverrà ben presto atto.

Chi ha avuto modo di godere di questo spietato capolavoro sa già come andrà a finire la loro storia; chi ancora non l’ha fatto può solo immaginarlo o, meglio, riviverlo attraverso le mie pennellate brevi, ché tutt* noi, almeno una volta nella vita, siamo stati quello sguardo, quel bisogno, quell’amore…
E Waller-Bridge lo sa bene, mannaggia a lei.

Autore

  • Augusta Castellano

    Nata a Cosenza alla fine del 1994, trapiantata a Milano da diversi anni. Laureata in Filosofia e specializzata in Scienze Filosofiche, esperta di Rivoluzione Francese e vincitrice di numerosi premi letterari, ha collaborato a soli 19 anni ad una nuova traduzione di un’opera di Kant, è un’accanita sostenitrice della ricerca contro i tumori e attualmente si occupa di Neuroscienze Cognitive e della stesura del suo primo romanzo. Appassionata di storia, scrittura, letteratura e fotografia!

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