Nella giungla dovrai stare finché un 20 o un 21 non compare: per interrompere il gioco, vota “Sì”

"Lo stagno non sarà né oggi né mai un luogo abitabile per chi intende cambiare le cose; in meglio ovviamente."

Come è noto a tutti, la politica degli ultimi trent’anni ha regalato il meglio di sé ridonando finalmente a quel sostantivo il posto che gli spetta fra le scienze e le arti collettive: la più alta e importante forma di attività umana, oltraggiata com’era dai precedenti anni di mala gestio rei publicae quando il nostro Paese approvava leggi pessime come lo Statuto dei lavoratori e via discorrendo.

Revisionismo storico a parte, è piuttosto deprimente continuare a sottolineare come la bassa qualità della nostra politica non sia altro che lo specchio di una più vasta decadenza culturale e spirituale di un popolo sempre più privo (probabilmente da sempre) della necessaria ossatura morale atta a impedire quella pericolosa discesa.

Vi starete chiedendo cosa diamine c’entri questa lunga e tediosa premessa con un articolo che in base al suo titolo dovrebbe occuparsi del referendum costituzionale del 20-21 settembre. La risposta è semplice: ancora una volta, all’interno di un dibattito che meriterebbe di essere tanto più approfondito e meditato quanto più aspiri a essere decisivo, non solo la dialettica tra i partiti politici, quanto anche quella tra i cittadini rende manifesto l’acme, si fa per dire, raggiunto dal dialogo a livello di società civile. Tanto i sostenitori del Sì al referendum, quanto i loro avversari referendari, si stanno affrontando in una battaglia a colpi di slogan, fandonie, dietrologie, proclami a sfiorare il parossistico e prese di principio di ogni sorta.

Un atteggiamento pregiudiziale, quello adottato da entrambi le parti in contesa, che deprime la qualità di quella risposta collettiva di cui tutti abbiamo bisogno, dimenticando così che l’esito di quella risposta sta nella qualità del dialogo che la orienta. Insomma, dobbiamo accettarlo, ci piaccia o no siamo diventati tutti populisti. Ed è arrivato il tempo di fare i conti con la nostra corresponsabilità rispetto ai “cattivi tempi” che stiamo vivendo. D’altronde non si tratta di far altro che accettare uno dei postulati più antichi di sempre: i governanti sono sempre il riflesso dei governati.

Pertanto, comunque votiate il 20 e il 21 settembre, non vi risparmiate da un’analisi il più profonda possibile, equa, priva di pregiudizi e imparziale. Stiamo votando per il nostro paese, non per i politici che ne sono fautori o avversatori della riforma, per cui i significati di quel “Sì” e di quel “No” vanno attribuiti a prescindere dalle motivazioni impresse da quelle parti politiche, simpatiche o antipatiche che ci siano.

Per quanto mi riguarda, cercherò di fare un’analisi accurata (almeno spero), sebbene non esauriente (ci sarebbe ancora altro da dire) delle ragioni che mi portano a votare per il Sì. Partendo da una premessa però: le democrazie non sono sistemi che possono darsi in modo aprioristico, ossia non sono sistemi ideali e perfetti e dunque plasticamente ricreabili nella realtà concreta. Le democrazie concrete devono fare i conti con il tessuto sociale, il contesto storico, culturale, politico e ideologico delle varie collettività, ed è per questo che tutti i sistemi democratici sono profondamente diversi fra loro pur mantenendo la stessa qualificazione “democratica”. La democrazia come modello ideale esprime principi che si concretizzano spesso in modo differente. Detto in altri termini, la democraticità di un sistema va valutata tenendo conto di quanto gli istituti tipici della democrazia riescano effettivamente a rendere più o meno democratico quel sistema.

Mi preme cominciare con la questione del risparmio economico, argomento che, a dire il vero, trovo veramente poco interessante. Tuttavia, faccio difficoltà a non contestare una certa speciosità nei confronti di chi parla di un risparmio minimo rispetto al bilancio dello Stato, richiamando nel contempo la necessità di procedere a una spending review più ampia. L’esempio è piuttosto capzioso, se non altro perché qualsiasi capitolo di spesa risulta sempre in certa misura più o meno irrisorio rispetto all’intero bilancio dello stato. Se, per esempio, andiamo a confrontare l’importo del risparmio stimato sul bilancio di Camera e Senato, la cifra risparmiato ammonta ad un più consistente 7-8%. Mi preme ricordare, inoltre, il comune vezzo italiano di ammonire con disprezzo qualche milioncino speso male, gli scontrini della mensa del Senato, gli sprechi delle auto blu o dei voli di Stato, per poi, quando si presenta la possibilità di risparmiare quasi mezzo miliardo a legislatura, cominciare a fare i prodighi con la cattiva economia domestica della politica. Siamo seri: sebbene si possa essere d’accordo sull’opportunità di procedere a un’operazione di spending review più ampia, si osserverà che, al di là del benaltrismo, da qualche parte bisognerà pur iniziare; e la parte più importante, in termini di “buon esempio”, è proprio il Parlamento.

L’argomento per cui il taglio andrebbe a incidere positivamente sull’efficienza del Parlamento apre a una questione più complessa: è vero, a dispetto di quanto si crede, che il nostro Parlamento licenzia un buon numero di provvedimenti normativi. Qui, però, i problemi sono due: la loro qualità che, dal livello meramente sintattico a quello della tecnica normativa adoperata, è pessima; e la loro “natura”. Infatti, una buona parte dei provvedimenti licenziati dalle Camere sono di “estrazione governativa”: leggi di conversione, leggi delega, leggi di bilancio e via dicendo. Si osserverà a tal proposito che le leggi di conversione e quelle di bilancio, non a caso, vengano didatticamente definite “leggi formali”, nel senso che hanno natura sostanzialmente governativa e soltanto formalmente legislativa. La tendenza nel segno di un’amministrativizzazione dell’esercizio delle funzioni costituite ha trasformato il Parlamento in un ammasso informe di yes-man, tutto ciò nel quadro di una preponderanza degli organi facenti parte dell’esecutivo su quelli parlamentari, in spregio alla centralità del Parlamento preconizzata dai nostri padri costituenti. Ripristinare quella centralità richiede ad un tempo uno sforzo politico, consistente in un incremento della qualità delle personalità dei parlamentari, e uno di ingegneria costituzionale: rendere il Parlamento più equilibrato, proporzionale, compatto e influente (rispetto al Governo, naturalmente). In quest’ultimo senso, l’attuale riforma costituzionale può rappresentare un primo passo, seppur non decisivo, nella linea presentata.

Per quanto concerne l’argomento della diminuzione della rappresentanza democratica, secondo cui l’Italia a seguito della revisione finirebbe agli ultimi posti fra i Paesi europei per rapporto tra elettori ed eletti, si osserva che ciò sarà vero solo a patto di non conoscere la differenza tra bicameralismo perfetto e imperfetto. Infatti, il confronto con gli altri Paesi deve essere eseguito tenendo in considerazione soltanto le cosiddette camere basse, ossia quegli organi assembleari che godono di una legittimazione popolare diretta ed esercitano funzioni analoghe a quelle svolte dalle nostre camere. E visto che la matematica non è un’opinione, e tanto meno lo è il diritto, la revisione – rispetto alle principali democrazie europee – andrebbe a normalizzare la proporzione in cui si sostanzia quel rapporto. Infatti, la Camera dei Comuni britannica ha 630 eletti contro i nostri 600, ma con 6 milioni di abitanti in più; il Bundestag tedesco 709, ma con 20 milioni in più; l’Assemblée Nationale francese 577, ma con 7 milioni in più. Senza contare gli Stati Uniti che, essendo di fatto l’unico altro bicameralismo paritario ed elettivo e nonostante abbia il sestuplo dei nostri abitanti, si presenta con un Congresso di 535 parlamentari fra deputati e senatori (65 meno del nostro Parlamento post-taglio).

Il presunto decremento di rappresentanza del Sud poi, è un argomento semplicemente falso. La strutturazione delle circoscrizioni elettorali segue sempre (a pena di declaratoria di incostituzionalità) un criterio di proporzionalità demografica: ogni legge elettorale della storia della Repubblica lo ha previsto; quindi, in questo senso, siamo sempre stati “sottorappresentati” come Sud. In questo caso ci troviamo di fronte a un argomento demagogico: in tutti i Paesi si segue un criterio di rappresentanza modellato sulla densità democratica delle singole circoscrizioni; il problema semmai è che la “sovrarappresentazione”, così come si realizza in Italia, da un punto di vista e strutturale e operativo, mina a prescindere alla rappresentatività nazionale e nonché a quella delle singole aree geografiche del Paese.

Infine, circa l’assunto in base al quale la diminuzione del numero di Parlamentari favorirebbe le caste e potentati economici, c’è poco da prendersi in giro: è proprio la presenza di una massa informe di parlamentari, sconosciuti e invisibili, a favorirla! Partiamo dal presupposto che le caste e i gruppi di interessi esercitano – ed eserciteranno – la loro influenza a prescindere dal numero dei rappresentanti (“c’è poco da fare”), ma affermare che una loro riduzione potrebbe addirittura rinforzare quell’influenza è capzioso e inverosimile. Il principale effetto positivo del taglio – e la ragione più convincente ad avviso di chi scrive – sta proprio nel fatto di accorciare la distanza tra eletti ed elettori, se non altro perché essi saranno più facilmente identificabili e riconoscibili, soprattutto nelle singole circoscrizioni elettorali. La loro “controllabilità” da parte dell’opinione pubblica, amplificata dalla loro incrementata riconoscibilità, limita la possibilità di influenza dei potentati, pena la sanzione politica di partiti ed elettori. Il taglio costituirebbe una possibilità per un ri-potenziamento del voto di preferenza, che potrebbe essere sì valutato sul piano della concreta attività parlamentare e sulla sua aderenza al programma presentato in corso di campagna elettorale.

Seguendo questa logica, affermare che questo specifico taglio renderebbe meno rappresentativo il Parlamento è semplicemente controintuitivo. Chi lo afferma, per essere preso sul serio, dovrebbe provare l’esistenza di una specifica, precisa e imprescindibile connessione matematica tra il numero di rappresentati e rappresentanti e il quantum di democrazia. Al di là degli effetti che ciò comporterebbe, una simile prova non può darsi. Inoltre, conviene rammentare che quello della rappresentatività non è un concetto che si esprime tanto attraverso le categorie del matematico, né al più soltanto attraverso quelle del giuridico. Esso esprime la corrispondenza dell’agire politico alla volontà popolare e, come si vede, ha una natura più politica che non altra. Il diritto può fornire degli strumenti tesi a rafforzare o ad allentare le redini di quel rapporto, ma esso rimarrà comunque di natura politica. Ragion per cui, bisognerà chiedersi di volta in volta se il sistema elettorale, la Carta fondamentale e l’assetto costituzionale che essa disegna, favoriscano o meno il realizzarsi di quella corrispondenza. Dunque chiediamoci: l’attuale sistema a 945 parlamentari, sconosciuti ai più, è o meno rappresentativo e democraticamente efficace? Perché il passaggio a 600 parlamentari non potrebbe portare una maggiore ridefinizione dei rapporti tra elettori ed eletti, nel segno di un rafforzamento dei poteri di responsabilizzazione politica dei secondi? Siamo sicuri che non rappresenti invece un vantaggio per la nostra democrazia e per lo stesso principio di sovranità popolare?

In ultimo, slogan come “voglio essere rappresentato meglio, non meno”, oltre a reiterare l’atteggiamento populista che si addebita alla parte opposta, rappresenta il classico atteggiamento del cittadino italiano: sbatte i piedi e reclama politici onesti e operosi senza pretendere da sé stesso quel civismo attivo, onesto e operoso che sta alla base di un sistema politico ben funzionante.

L’immobilismo non paga, né tanto meno è traccia di crescita. Sebbene non sia un passo decisivo, costituisce comunque un primo passo. Checché ne pensiate, lo stagno non sarà né oggi né mai un luogo abitabile per chi intende cambiare le cose; in meglio ovviamente.

Autore

  • Cosentino laureando in Giurisprudenza presso l’Università Magna Graecia di Catanzaro. Amante della filosofia del diritto e di diritto costituzionale, materie che esprimono il suo bisogno di riflettere approfonditamente sulla natura e la necessità delle cose, coltiva un’insana passione per il mondo nerd e per il cibo, anche in qualità di food blogger. Affannosamente curioso e amante del dibattito, è dotato di un animo ironico e mordace. Appassionato di filosofia, politica e cinema!

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