Se non è italiano, (non) lo mangio: semaforo rosso al Made in Italy?

"Ma oggi è Natale e fingeremo di essere tutti (i) più buoni, nella speranza che sulla pasta nonna abbia grattugiato parmigiano e non del misto cheddar."

Quant’è buono il prosciutto crudo appena affettato? O il filo d’olio d’oliva artigianale su una fetta croccante di pane caldo appena sfornato?
No, non sto cercando di stimolare il vostro appetito, ché già è Natale e vi immagino stravaccati sul divano in coma da eccesso di pandoro.
E se siete #teampanettone, non dovrei neanche rivolgervi la parola. Ma non divaghiamo.
Notizia delle notizie: i prodotti italiani rischiano di essere penalizzati sul mercato dell’export a causa del cosiddetto semaforo alimentare – o anche “Nutriscore”.

Questo è, di base, un sistema di etichettatura dei cibi confezionati per informare rapidamente i consumatori su quanto siano più o meno salutari – a seconda dei casi – i singoli prodotti.
Verde, giallo e rosso sono i colori di tendenza nella moda di queste etichettature. Il verde, intuitivamente, è il colore destinato ai cibi poveri di grassi e zuccheri, il rosso ai cibi che – neanche a dirlo – fanno inchiattare come fossimo maiali pronti per il macello e il giallo è un “passa veloce se hai già impegnato la corsia del supermercato”.
Insomma, la sintesi perfetta per rendere smart anche la scelta di cosa inserire e cosa no nella dieta di tutti i giorni.

Tutto molto bello, se non fosse che il famoso prosciutto crudo e l’olio d’oliva di cui parlavamo poco fa, finirebbero inevitabilmente bollati di rosso. Rosso scarlatto. Rosso fuoco. Rosso lockdown, per intenderci.
E così finirebbero anche dolci, salse e pasta ripiena.
Mentre l’Europa tutta sta prendendo questa direzione, l’Italia si continua ad affannare da mesi per tentare di arginare quella che potrebbe essere una crisi agroalimentare di dimensioni epocali, evitando accuratamente di non far penalizzare ben l’85% dei propri prodotti attraverso questa etichettatura.

La domanda, quindi, sorge spontanea: chi beneficia da una situazione simile?
E perché proprio le multinazionali?

È curioso, infatti, come prodotti quali ad esempio svariate bibite gassate, abbiano il lasciapassare verde, grazie a manipolazioni del contenuto come la sostituzione degli zuccheri con elementi artificiali. Eppure, il famoso olio d’oliva italiano, viene giudicato dal sistema come nocivo per la salute dei consumatori, meritandosi l’etichettatura rossa semplicemente perché il criterio di valutazione si basa su 100 ml di prodotto.

In altre parole, l’olio d’oliva farebbe male perché l’equivalente di un bicchiere di olio assunto tutto in una volta creerebbe un danno notevole alla salute del consumatore.
E del resto, chi non si cala un buon calice di olio ad ogni pasto?

Senza parlare, poi, dei cosiddetti prodotti pirata – e no, non stiamo parlando dei CD contraffatti del Festivalbar 1999. Sono anni, ormai, che svariate multinazionali hanno creato numerose imitazioni di prodotti originariamente italiani, sostituendo anche in questo caso alcuni ingredienti per ricevere il bollino verde e ridurre il prezzo, sacrificando la qualità del prodotto (e quindi il benessere e la salute reali del consumatore) pur di essere più competitivi sul mercato.

A cosa porta tutto ciò? Ad una deviazione del consumatore.
Chi compra non viene informato di ciò che sta andando a mettere in tavola, bensì viene pilotato a credere di stare effettuando la scelta più benefica e al contempo proficua.

In Italia, tutto questo proprio dal 2020 è diventato reato, grazie alla legge sull’agropirateria, che vieta la produzione e distribuzione di cibo “Made in Italy” all’atto pratico contraffatto. E non poteva essere altrimenti, visto che nel nostro Paese la perdita effettiva annua è di circa 100 miliardi di euro proprio a causa dei cibi fake. Ma nel resto d’Europa, si è ben lontani da scelte simili e, piuttosto, si procede in maniera sempre più allarmante verso le manipolazioni da semaforo alimentare.

Viene da chiedersi, quindi, fino a che punto l’Unione Europea stia tutelando i suoi cittadini con una scelta simile e quanto, piuttosto, stia curando i profitti delle grandi aziende a capo di questa macchina della contraffazione.
Ma oggi è Natale e fingeremo di essere tutti (i) più buoni, nella speranza che sulla pasta nonna abbia grattugiato parmigiano e non del misto cheddar.

E buon appetito!

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Attivista per i diritti umani, classe 1995, cosentina, cosmopolita, bilingue.
Laureata in Politica Internazionale presso la SOAS e specializzata in Diritti Umani presso la UCL, entrambe prestigiose università di Londra, completa i suoi studi a soli 22 anni e da lì in poi si dedica ai diritti di richiedenti asilo e rifugiati politici.
Co-autrice del corto “Non Solo Un Volto” sulla comunità LGBTQI+ cosentina.
Appassionata di politica, attualità, serie TV e scrittura!

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