Ritorno alla routine? Anche no: il lockdown ci ha tolto tutto ma ci ha ridato il nostro tempo

"Quello che il lockdown ci ha consegnato sono forse i raggi X della nostra interiorità che, troppo spesso, presi dalla fretta, ci dimentichiamo di guardare."

Molto probabilmente questo non è il solito pezzo su “pandemia”, “lockdown” e quello che questo combinato disposto di termini fa saltare subito in mente al lettore, che potrebbe essere – ragionevolmente – nauseato dal compulsivo ingurgitamento di articoli sul tema e, quindi, tentato di abbandonare la pagina ancor prima di leggere.
Non è neanche un pezzo che vuole provare a trovare un lato positivo di una situazione che per molti è diventata insopportabile.

La pandemia da coronavirus e le misure di contenimento adottate dai vari governi per arginarla sono state vissute in modi differenti: c’è chi ha affrontato in prima linea il virus; chi ne è stato colpito e si è trovato direttamente o indirettamente a doverci combattere in periodi e con consapevolezze differenti; chi non ha affrontato il Covid-19 né da medico né da paziente, ma ha dovuto comunque continuare a lavorare uscendo di casa e correndo rischi o rimanendo a casa e lavorando da remoto con tutti i pro e i contro che questa soluzione si è portata dietro.
C’è chi poi, per sua fortuna non ha avuto a che fare col virus ma ne ha subito, come un po’ tutti, ciò che ne è derivato.

Il confinamento deciso lo scorso marzo, che ha poi preso il nome di “lockdown”, è stato sicuramente un qualcosa di controverso. Chiunque – credo – almeno una volta al giorno (o a settimana) avrà maledetto la chiusura, ma non avendo nessuno da incolpare ha poi provato a ipotizzarne benefici, non tanto perché ci credesse davvero, quanto piuttosto per placare la sensazione di impotenza di fronte a un qualcosa che all’improvviso ha sconvolto la propria vita. Tanto per fare un esempio, le frasi diventate poi veri e propri slogan quali “ne usciremo migliori” o “ce la faremo” sono certamente state partorite proprio in uno di questi momenti.

Tuttavia è vero, il periodo di confinamento o lockdown che dir si voglia, ci ha offerto un’occasione irripetibile, cioè quella di guardare in faccia al tempo. Chiunque, eccezion fatta per le categorie di cui ho parlato sopra, nella scorsa primavera avrebbe potuto sedersi al tavolo del suo salotto, prendere una clessidra, capovolgerla e osservare lo scivolare dei granelli di sabbia da una parte all’altra. Vi sarà capitato di perdere la cognizione del tempo, di non sapere che ora fosse, perché fondamentalmente sono gli impegni che ci fanno interrogare l’orologio; una volta che il lockdown ci ha tolto quelli di lavoro o le occasioni di socialità, sono rimasti i rintocchi delle notifiche o il famoso bollettino delle 18 a riportarci sulla terra o, meglio, alla vita di prima.

Abbiamo scoperto di avere tempo, e anche tanto, talmente tanto da non sapere quasi cosa farne. Ma di questo non sono certo io il primo ad essermene accorto. Diversi filosofi e scrittori nel corso dei secoli si sono interrogati sul tempo. Tra questi, quello che ho scelto è Seneca, la cui nascita è attribuita dagli studiosi intorno al 4 a.C.
Il filosofo spagnolo scrisse addirittura un’opera intitolata “De brevitate vitae”, in cui esortava a vivere la vita cercando di sprecare meno tempo possibile. “Il tempo? Non è poco, ma ne sprechiamo tanto”, scrisse.

Un pensiero che si potrebbe dire contemporaneo in un periodo in cui abbiamo visto la quantità di tempo a nostra disposizione dilatarsi, sebbene con ritmi sballati, tra un pisolino pomeridiano che durava 2 ore e le serate infinite che poi diventavano notti iniziate con un episodio di una serie tv e terminate quando la notifica di Netflix interrompeva lo scorrere automatico da un episodio all’altro chiedendoci, timida: “Stai ancora guardando?”.
Ignara del fatto che, benché fossero le 3 del mattino, la palpebra non accennava a calare. Ritmi rallentati e tempi morti.

Il desiderio, che a quel punto si trasformava quasi in brama di tornare alla vita quotidiana fatta di impegni, ha fatto però sorgere spontanei alcuni interrogativi: forse gli uomini non erano abituati a guardare in faccia al tempo, preferendo di gran lunga trincerarsi dietro un “il tempo vola” per illudersi di non sprecarlo.

Si può dire che, se c’è qualcosa di cui l’essere umano va ghiotto, è proprio del tempo: vorrebbe averne sempre di più, illudendosi di poterlo sfruttare meglio. Come scrisse Susan Ertz: “Sono milioni quelli che desiderano l’immortalità, e poi non sanno che fare la domenica pomeriggio se piove”. Un pensiero illuminante e  perfettamente calzante con ciò che è successo tra marzo e maggio dello scorso anno. Siamo rimasti intrappolati in una domenica continua senza percepire un briciolo di ansia per il lunedì che stava arrivando o di nostalgia per il sabato appena trascorso.

I giorni in lockdown sembravano treni lenti con le luci appannate, carichi di speranze che si fermavano al deposito delle occasioni sprecate. Si dice che tutto è relativo e, molto probabilmente, il tempo ci è sembrato amplificarsi per via dell’assoluta mancanza di impegni e programmazioni future. Proprio per questo, abbiamo pensato che la soluzione fosse tornare ad “occupare il tempo”.
Avevamo la necessità di tornare alle vecchie abitudini – o, per dirla à la Gazzelle – “GBTR”, che oltre ad essere il titolo di un suo brano è anche l’acronimo di “Going back to routine”.

Il ritorno alla routine, come escamotage per tenersi impegnati e non pensare, vedere l’alba e poi subito dopo il tramonto, quasi come fosse un “tap” per passare da una storia Instagram all’altra, senza avere il tempo di rimanere soli con se stessi e guardarsi dentro, anche al costo di vedersi brutti. Quello che il lockdown ci ha consegnato sono forse i raggi X della nostra interiorità che, troppo spesso, presi dalla fretta, ci dimentichiamo di guardare.

Il dubbio che ha ispirato questo pezzo e che, molto probabilmente, in esso non ha trovato risposta, è se davvero, in una società che ci sprona a cogliere l’attimo, non sia davvero rivoluzionario chi invece ha il coraggio di andare piano e guardare in faccia il tempo.

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Calabrese, Classe 1994.
Laureato in Economia Aziendale presso l'Università della Calabria, ha a cuore le tematiche ambientali e crede fortemente che l'associazionismo possa fungere da ancora di salvezza per i giovani.
Appassionato di marketing, scrittura, serie TV e partite di calcio!

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