"L’affetto risicato che Giulio le gettava addosso, come ossa ai cani, si consumava in parabole brevi, nello squallore esausto di un monolocale, che, pur non essendo squallido, a furia di scoparci dentro, diventò tale – almeno agli occhi di Valentina."

Bacia il colpevole, se dice la verità.

«I fiori.»

«Che

«I fiori – un cenno della mano, solo un cenno, sguaiato, come a voler scacciare dal viso una mosca- quelli sul tavolo, prendili.»

Valentina incassò la testa nelle spalle.

Aveva pianto? No. Avrebbe pianto? Forse. Avrebbe voluto piangere? – Cristo – sì; ma cedere, ora, in quel momento e a quelle condizioni, era un modo alquanto stupido per dargliela vinta.

Così Valentina si sollevò dal letto.

Le gambe flosce le si erano spalmate sul pavimento e non ressero al peso del tronco, delle braccia, della testa… Cadde a terra in un tonfo muto con la leggerezza di un fiocco di neve che s’aggiunge sull’asfalto, placido e bianco, ad altri fiocchi ormai amorfi e grigi.

Giulio si limitò a un’occhiata sbrigativa e a uno sbrigativo “Tutto okay?”.

Non s’alzò neppure dalla sedia per raccoglierla dal parquet, per rincollarle assieme i pezzi e restituirle un’umanità che da tempo le aveva strappato dal petto senza troppe cerimonie.

Valentina fece leva sulle braccia doloranti.

Fallì – – fallì, due, tre, quattro volte, prima di riuscirci; ma non demorse e, alla fine, si rialzò e tanto le bastò per trovare la forza, seppur minima, di reagire all’ineluttabilità.

Afferrò con entrambe le mani il mazzo di tulipani rosa che, un po’ sbilenco, occhieggiava nella luce tiepida del mattino.

«Che ci devo fare?» chiese in un respiro, con una voce che non le apparteneva più.

«Sono tuoi. Li ho presi per te. – Giulio esitò – m’hai detto che i tulipani ti piacevano e così…»

«E così cosa? Hai pensato di comprarmi? Con dei fiori? Di merda, per giunta? Non trattarmi come una ragazzina…»

«Ma tu sei una ragazzina. Ed è esattamente questo che mi piace di te.»

Che mi piace di te, che mi piace di te, che mi piace di te, che mi piace di teC’hai mai fatto caso? Se ripeti tante volte lo stesso concetto, poi finisce per suonarti strano.

Succede la stessa cosa coi pensieri: più pensi a una cosa, più da normale o, addirittura, straordinaria che sia, diventa banale.

Valentina aveva diciott’anni appena compiuti; e, quando iniziò a scoparsi Giulio, di anni ne aveva a stento sedici.

Era cominciato tutto per gioco – il suo personale invito al massacro – e, poi, come spesso capita, Valentina c’era rimasta sotto… così tanto sotto che lei, di Giulio, finì per innamorarsi.

Perdutamente, ma in omertoso silenzio.

L’affetto risicato e rosicchiato che Giulio le gettava addosso, come ossa ai cani, si consumava in parabole brevi, nello squallore esausto di un monolocale, che, pur non essendo di fatto squallido, a furia di scoparci dentro, diventò tale – almeno agli occhi di Valentina.

Di lei, Giulio venerava – sì, venerava – soltanto la carne giovane; ma, anche quella, a furia di abusi, diventò squallida – almeno agli occhi di Valentina.

Ogni mattina si imponeva di guardarsi allo specchio.

La sua pelle di cera, ormai martoriata, era corrotta da graffi e puntellata da ecchimosi.

Si faceva schifo; da quando aveva iniziato la sua storia con Giulio, aveva anche iniziato a farsi schifo.

«La mia bambolina – le diceva, sfiorandole le labbra rosse e piene coi polpastrelli – tu sei la mia bambolina. La mia splendida, splendida, splendida bambolina.»

Dopodiché Giulio la stringeva a sé e, in quell’abbraccio bisognoso, Valentina trovava un approdo – le rocce nere di un’Itaca che non smetteva di rigettarla in mare, tra flutti e correnti, che, presto o tardi, l’avrebbero sopraffatta, costringendola all’abisso.

Tutte le volte che Valentina tornava a casa, dopo essere stata a letto con Giulio, la madre le diceva che aveva un odore strano, diverso… Poi, monotonale, le domandava dove fosse stata.

La sua apprensione, nascosta male dietro un sorriso troppo forzato per risultare credibile, era evidente, ma non l’aveva mai obbligata a confessarsi.

In fondo, sperava che, primo o poi, sua figlia lo avrebbe fatto da sé, senza costrizioni.

Eppure Valentina non cedette mai all’impulso della verità… Anche se, dopo due anni di relazione con Giulio, aveva esaurito ogni scusa plausibile.

A furia di stare con lui, tra le lenzuola sfatte e consunte dai muchi, non aveva perso soltanto la perfezione della sua carne, ma anche il guizzo creativo – Giulio le aveva portato via anche quello.

Un pomeriggio, non aveva retto lo stress, così, dopo essersi tirata dietro la porta di casa, scoppiò in un pianto dirotto con la faccia premuta sui palmi tesi di sua madre.

L’inconsolabilità delle sue lacrime le fece intuire che era ora di smetterla… ma non smise.

Quella domenica, alle 9:00 in punto, eccola lì, trepidante, a lasciare che la sua pelle bianca si facesse logora sotto le unghie dilanianti di Giulio.

Scopavano come s’azzuffano i cani: con la bava schiumosa agli angoli della bocca e una violenza inaudita che, a lungo andare, la estenuò a tal punto da imporsi una tregua.

Dopo l’ennesima lotta, Valentina si rivestì in fretta. Voleva nascondere a sé stessa un orrore al quale, suo malgrado, non era in grado di rinunciare.

«Quant’è grande?» gli chiese poi, stringendo forte tra le dita il mazzo di tulipani.

Le tremavano le mani e sperò che Giulio non se ne accorgesse

«Il problema non è quanto sia grande: il problema è che è dappertutto – Giulio sorrise appena e appena scosse la testa – è ovunque: nella pancia, nel collo… ma, soprattutto qui, nel petto, – si premette un dito contro lo sterno – proprio qui, vicino al cuore.»

Prima d’allora, Valentina credeva che Giulio, un cuore, non ce l’avesse neppure.

E invece eccolo là, pulsante e vivo, incastrato in un mediastino corrotto e torturato.

Valentina posò i tulipani sul tavolo e si inginocchiò per accostare l’orecchio destro al petto di Giulio.

Tum-tutum-tum-tutum-tum-tutum.

«C’è qualcosa che posso fare per te?»

Quella domanda le scivolò fuori dalle labbra senza preavviso. Solo dopo avergliela fatta, si rese conto di quanto fosse inappropriata.

Il respiro di Giulio si fece denso, la bocca impastata aveva appesantito il suo alito.

Tutto in lui puzzava già di putrefazione, di decomposizione, di morte.

«Balla.» le rispose.

Solo questo: balla.

Valentina strabuzzò gli occhi, ma solo un poco; dopodiché capì che era proprio il caso di accontentarlo.

Al solito, mandò a tutto volume “Amore disperato”.

«Sembra parli di te.» le diceva Giulio, tutte le volte che l’ascoltavano insieme; e, in fondo, anche se non gliel’aveva mai confessato, Valentina sapeva che aveva ragione.

Ma, al contrario di Nada, lei, di ragazzi gentili, non ne aveva incontrato neppure uno.

Si annoia appoggiata a uno specchio, tra fanatici in pelle che la scrutano senza poesia. Sto perdendo, sto perdendo, sto perden… finalmente Giulio s’alzò dalla sedia.

I piedini metallici rigarono il parquet in uno stridìo acuto.

Poi trascinò a sé Valentina, tirandosela da un braccio.

S’abbracciarono a lungo nella luce abbacinante di un mattino che più che un inizio aveva l’aspetto di una fine.

«Hai una pelle splendida.» sibilò Giulio con il naso affondato nell’incavo tra il collo e la clavicola destra di Valentina.

«Non più.»

Lei ballerà tra le stelle accese e scoprirà, scoprirà l’amore, l’amore disperato.

«Stai per morire, vero?»

Qualche istante di silenzio.

«Sì.»

Autore

  • Augusta Castellano

    Nata a Cosenza alla fine del 1994, trapiantata a Milano da diversi anni. Laureata in Filosofia e specializzata in Scienze Filosofiche, esperta di Rivoluzione Francese e vincitrice di numerosi premi letterari, ha collaborato a soli 19 anni ad una nuova traduzione di un’opera di Kant, è un’accanita sostenitrice della ricerca contro i tumori e attualmente si occupa di Neuroscienze Cognitive e della stesura del suo primo romanzo. Appassionata di storia, scrittura, letteratura e fotografia!

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