Pinocchio: come siamo arrivati al secondo lockdown

"La menzogna sta in quell’atteggiamento - tipicamente italiano - teso a cercare sistematicamente il responsabile di quanto stia accadendo in qualcun altro: è colpa del Governo, delle discoteche, della movida, delle palestre, delle piazze, delle scuole, dei mezzi di trasporto. Paghiamo tutti, eppure le responsabilità – secondo quest’ordine di pensiero – sarebbero soltanto di alcuni."

Era ancora il 15 ottobre quando Stefano Massini, scrittore e autore teatrale – presenza fissa del talk show condotto da Corrado Formigli (Piazza Pulita) – analizzava attraverso Pinocchio quanto stesse accadendo a quell’Italia in transito verso il secondo (semi) lockdown. «Pinocchio» – tuonava Massini – «è lo specchio dell’Italia».

Cos’è successo?

Le tragedie umane, come quelle della portata di una pandemia, diventano lo specchio rivelatore della psicologia collettiva di un popolo, testano le fondamenta culturali di una generazione diventando indicatori dello stato del tempo. Ed è per questa via che i vizi e le virtù di questo tempo, che ha il brutto vezzo di confondere gli uni con le altre, emergono con tutta la loro prepotenza, erodendo dalle basi la tenuta complessiva di un popolo sempre più confuso, diviso, incosciente e malato.

Che l’Italia avesse un sistema sanitario inadeguato ad affrontare la gestione delle difficoltà d’ordinaria amministrazione, si sapeva; come si sapeva della mancata manutenzione dei ponti, delle negligenze durante le opere di ristrutturazione che portano gli edifici a crollare come castelli di sabbia durante i terremoti. Sappiamo delle scuole: portafoglio della spesa pubblica, etc. Sappiamo e sapevamo tutto.

Lo sapevamo anche a maggio, ma abbiamo fatto come sempre: incapaci di guardare più in là del nostro naso, abbiamo pensato di aver vissuto un periodo frustrante – a dir poco -, ma anche che fosse tutto finito allora e che dovessimo riscattare il tempo perduto.
Tanto oramai era tutto alle spalle.

Cosa sta succedendo?

Ha ragione Massini: Pinocchio per tutta la storia ricade continuamente, ciclicamente, nei suoi errori, riprendendosi ogni volta con la promessa che domani farà meglio. Non importa quanto siano brutte le cose che gli capitano, dalla prigione all’impiccagione: quand’è il momento di fare una scelta che può cambiare il suo destino, lui, drammaticamente – a costo di innervosire anche il più paziente lettore – fa sempre la scelta sbagliata. Non solo, non vuole assumersene le responsabilità, per cui racconta bugie, e il naso gli cresce, mettendolo non poco in imbarazzo.

Così come l’Italia, che viaggia sopra la soglia dei 19 mila contagi ogni giorno, mentre le terapie intensive vengono precariamente allestite, gli infermieri fanno i doppi turni e la gente continua ad imperversare nelle strade.

Ma qual è la bugia?

La menzogna sta in quell’atteggiamento – tipicamente italiano – teso a cercare sistematicamente il responsabile di quanto stia accadendo in qualcun altro: è colpa del Governo, delle discoteche, della movida, delle palestre, delle piazze, delle scuole, dei mezzi di trasporto. Paghiamo tutti, eppure le responsabilità – secondo quest’ordine di pensiero – sarebbero soltanto di alcuni. E ad aggravare il tutto è il peso di scelte sempre più gravi e improcrastinabili: come tutelare la salute pubblica e impedire un’esiziale (l’ennesima) recessione economica.
Qual è il prezzo da pagare? E soprattutto, chi e come lo pagherà questo conto amaro?

Parliamoci chiaro, non sono più scelte che riguardano soltanto il Governo o una parte del Paese; il nostro agire singolo e collettivo dimostra quanto la politica, con il groviglio di responsabilità e opzioni morali che porta con sé, sia sulle spalle di tutti. D’altronde, come spiegato profusamente da Robert. A. Dahl, in una democrazia la responsabilità e l’autonomia morale di ciascuno discende proprio dal fatto che tutti quanti siamo partecipi di quelle scelte. La costruzione di un sistema politico democratico non dipende pertanto soltanto dalle scelte compiute dai governanti, ma anche da quelle compiute da ciascuno di noi quotidianamente, nel loro intrecciarsi reciproco nella sfera delle relazioni sociali.

Questo comporta che in un sistema democratico l’uomo cessa di essere suddito diventando cittadino, non tanto – o non solo – dal giorno in cui il tiranno viene spodestato, ma nel momento in cui si impegna in quello sforzo attivo che lo desta dal ruolo di destinatario di certe regole per diventare attore delle stesse.

La cognizione della democrazia individuale si raggiunge quando si approda alla consapevolezza di essere non soltanto portatore di diritti, ma anzitutto di doveri; perché la cosa pubblica ora diventa responsabilità di ciascuno.  E ciò significa che si persiste nell’essere sudditi non soltanto quando ci si trova in un sistema opprimente, che riconosce soltanto destinatari di doveri, ma anche in uno gaudente, in cui l’individuo immagina di essere esclusivamente portatore di diritti.

Questo per dire cosa?

Che chi scende in piazza marciando al grido di “Libertà, libertà!”, non sta esprimendo alcuna forma di diritto, ma, al contrario, sta sopprimendo e violando arbitrariamente quelli altrui.

Che chi afferma di non indossare la mascherina perché “non ci crede” o ritiene che non serva a nulla, non sta esercitando alcuna forma di libertà di autodeterminazione, ma sta violando viceversa quella altrui. Anche perché, pur ammettendo per assurdo che sia come dicono costoro, la minaccia di un male grave alla propria e all’altrui salute, cari compresi, seppur ritenuta incerta, dovrebbe sempre prevalere a rigor di logica sulla possibilità che certe proprie credenze/opinioni siano vere nel momento in cui indimostrate/indimostrabili. D’altronde lo dicono pure i detti popolari: “prevenire è meglio che curare” o “la prudenza non è mai troppa”.

Il rispetto delle regole non è trattabile. Specie in un momento in cui la leggerezza di pochi può divenire il male di molti. Non esiste alcun di diritto quando attraverso il suo esercizio si manchi di rispetto quello altrui.

Cosa fare?

Riscrivere la storia di Collodi. Non per impavido ottimismo, ma perché non c’è altra scelta. E riscrivere la storia, implica qualcosa: abbandonare la seduzione di quella bugia. Non abbiamo il diritto di crederci, perché le nostre convinzioni prima o poi impattano con la realtà. Una realtà che finora urla disperatamente 40 mila morti. Abbiamo il dovere di impugnare carta e penna e per una volta scrivere che Pinocchio non si è fidato di Lucignolo, e che sebbene il Grillo Parlante fosse antipatico e petulante tutto sommato dava buoni consigli e mi ha fatto diventare bambino.

Autore

  • Mario Giordano

    Cosentino laureando in Giurisprudenza presso l’Università Magna Graecia di Catanzaro. Amante della filosofia del diritto e di diritto costituzionale, materie che esprimono il suo bisogno di riflettere approfonditamente sulla natura e la necessità delle cose, coltiva un’insana passione per il mondo nerd e per il cibo, anche in qualità di food blogger. Affannosamente curioso e amante del dibattito, è dotato di un animo ironico e mordace. Appassionato di filosofia, politica e cinema!

Lascia un Commento