"Dal 2013, in virtù della legge n. 45/2016, il 3 Ottobre è diventa la Giornata della Memoria e dell’Accoglienza. La ricorrenza è stata istituita per ricordare e commemorare tutte le vittime dell’immigrazione e promuovere iniziative di sensibilizzazione e solidarietà. Siamo Umani. Restiamo umani."

Ciao, mi chiamo Girou Olobara, per gli amici Girou, per la mia famiglia sono Guiriou Ogobara, ma quando sono arrivato in Italia non ho scelto io come chiamarmi, e allora lascio scegliere agli altri il mio nome.
Sono nato il 01 Gennaio del 1999 – o almeno il mio certificato di nascita documenta così –  e oggi quindi ho 21 anni. 

Sono nato e cresciuto a Banani, un piccolo villaggio del Mali, in Africa, e ho trascorso la mia infanzia con mia nonna e la mia sorellina piccola.
Avevo un fratello, ma è annegato nel fiume perché non sapeva nuotare, mentre i miei genitori non li vedo da tempo; papà lavorava nella capitale e mia madre aveva un altro marito.
I bambini in Mali crescono sempre con i nonni e durante il giorno, fino all’età di circa 10 anni, pascono le pecore o gli animali di casa. 

Sono Girou e sono scappato dal Mali, sono scappato da una vita che non sentivo la mia; sono scappato perché avevo paura della mia terra e delle mie radici, quindi ho preferito fuggire. Non sapevo dove andare o a cosa andassi incontro, ma sicuramente in quel buco nero di incertezze e paure, nell’ignoto, vedevo il mio rifugio. 

Nel mio villaggio, in tutto il Mali e in molti altri paesi africani, regna il terrore. 
Dal 2012, anno in cui è scoppiata la guerra civile, non si vive più serenenamente, soprattutto al Nord dove i gruppi jihadisti, nonostante la presenza di numerose truppe internazionali, non sono ancora stati sconfitti. 
I sovversivi entrano nelle case e non hanno rispetto per donne, vecchi o bambini.
Ricordo che entravano e saccheggiavano quelle poche briciole di dignità che ci erano rimaste e ci toglievano, se lo desideravano, anche la vita. 
Ricordo un episodio: ero un bambino e nel cuore della notte udii dei forti spari, in quel momento ho avuto una grande paura di morire.
Non potevo fare una passeggiata, dovevo sempre correre e scappare, c’erano persone armate ovunque, persone che volevano solo fare del male ai cittadini, alla mia famiglia, ai miei amici. 

Avevo paura: avevo paura di vivere. 

Il mio viaggio è iniziato nel febbraio 2015, avevo sedicianni, un pantalone e niente nelle tasche.
Sono dapprima fuggito a Bamako, nella capitale del Mali, dove ho cercato qualche lavoretto per mantenermi. Sono poi ripartito dalla capitale il 25 dicembre del 2015, la data ufficiale dell’inizio del mio pellegrinaggio: sono entrato nel Burkina Faso il 26 dicembre e sono rimasto lì per qualche mese, poi sono andato in Niger e poi in Libia, dove ho lavorato 5 mesi come aiuto muratore.
Il mio viaggio è durato circa un anno, mi muovevo sempre e solo a piedi. Andavo in un posto, guadagnavo da vivere e mi spostavo.
La Libia era la mia meta, sapevo che da lì avrei raggiunto, superate le fredde acque del Mediterraneo, la mia Terra Promessa. 

Sai come funziona in queste zone? Alcuni datori di lavoro ti pagano e ti picchiano pure; altri ti fanno lavorare e non ti pagano nemmeno.
Ad esempio, in Libia, non appena ho trovato lavoro, il mio capo ha voluto i documenti – me li ha proprio sequestrati. Il premio dopo i cinque mesi di duro lavoro è stato il mio biglietto di sola andata verso il Mediterraneo.
Avevo sempre quello stesso pantalone, non indossavo neanche le scarpe e sono salito sul gommone.

Avevo sentito parlare dei viaggi in gommone verso l’Europa, ed ero molto terrorizzato all’idea di salirvi, non avevo mai visto il mare, ma sapevo di non aver una via d’uscita se non quella. 
Non sapevo dove sarei attraccato: sapevo solo di lasciare l’Africa.

Sul gommone eravamo 300 profughi e il viaggio è durato 3 giorni e 3 notti; alcuni stavano in piedi, altri seduti, non mangiavamo e non bevevamo. Pensavo che avrei visto qualcuno morire vicino a me, ma fortunatamente siamo arrivati tutti sani e salvi.
Sono partito che era tutto buio: non sapevo dove finiva la linea del cielo e dove cominciava quella dell’acqua. 

Una volta in acque internazionali, ci ha “salvato” una ONG tedesca, non so dove di preciso, forse all’altezza di Malta; successivamente sono salito su una motovedetta della Guardia Costiera di Crotone che ci ha portato al centro di accoglienza della Croce Rossa.

Sono finalmente arrivato in Italia, in Calabria, a Crotone.

Appena messo piede in Italia ho pensato “sono libero”. Poi, mi sono detto “sono anche vivo”.
Ho ricevuto protezione sussidiaria, ho riavuto i miei documenti circa un anno dopo il mio arrivo grazie alla Questura di Crotone che mi ha ribattezzato Girou. 
Sono stato otto mesi in una casa di accoglienza a Rocca Bernarda, dove mi davano vitto e alloggio; io però non volevo stare senza far nulla e mi sono dato da fare, aiutavo tutti i giorni il cuoco, Claudio, che mi ha dato tanto coraggio e mi ha fatto innamorare della cucina. 


Poi, quando ho compiuto diciott’anni, ho avuto accesso al Programma SPRAR, il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati. Mi hanno quindi mandato al centro di accoglienza di Crotone, dove noi profughi veniamo avviati al mondo del lavoro e qui ho iniziato a fare servizi di volontariato; poi ad Isola Capo Rizzuto ho fatto un campo con la Protezione Civile organizzato dall’UICI. 

Da lì a breve avrei dovuto trovare un lavoro e una sistemazione nuova.

A quel campo, per mia fortuna, ho conosciuto i miei nuovi amici, la mia nuova famiglia, le persone che hanno fatto di tutto per portarmi a Cosenza, la mia nuova casa. 
Qui, grazie al sostengo di ARCALABRIA, associazione di volontariato che mi dava un posto dove vivere in cambio di aiuto nella coltivazione degli orti sociali, ho iniziato il servizio civile all’UICI della durata di un anno. 

Adesso vado a scuola, perseguo il mio sogno di diventare cuoco e frequento le lezioni serali al liceo alberghiero di Cosenza; la sera lavoro come aiuto cuoco in un ristorante della città, mi mantengo da solo e sono felice soprattutto perché non ho più così tanta paura.

Ogni tanto sento i miei genitori e gli mando dei soldi; ancora non posso andare a trovarli perché non ho titoli di viaggio: ho un permesso di soggiorno fino al 2022 e spero che potrò rinnovarlo anche se mi auguro di ottenere, un giorno, la cittadinanza italiana.

Spesso mi chiedo: dove sarò fra dieci anni?
Fra dieci anni sarò un grande Chef e un italiano. 
Avrò lasciato alle spalle la mia terra, i soprusi, la guerra civile, il dolore e la paura di vivere.

Sarò Girou, un uomo libero, un uomo senza paura. 

E questo grazie al mio coraggio che ha vinto la paura, grazie all’amore per la vita e grazie a tante persone buone che ho incontrato sul mio cammino e che hanno deciso di aiutarmi. 

Sono Girou, un ragazzo del Mali che, sbarcato in Calabria dalla Libia, è riuscito a riscattarsi, a trovare lavoro e la dignità perduta nel proprio paese.

Sono Girou e questa è la mia storia. 
La storia di un profugo che ha trovato la salvezza.

Dal 2013 – data del naufragio al largo dell’isola di Lampedusa dove hanno perso la vita 368 persone, tra cui bimbi, donne e uomini che cercavano di raggiungere l’Europa nel disperato tentativo di trovare la pace – in virtù della legge n. 45/2016, il 3 Ottobre è diventa la Giornata della Memoria e dell’Accoglienza.
La ricorrenza è stata istituita per ricordare e commemorare tutte le vittime dell’immigrazione e promuovere iniziative di sensibilizzazione e solidarietà.

Siamo Umani. Restiamo umani. 

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Martina Vetere

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