Muore per davvero solo chi viene dimenticato

"Ripensa a me, non dimenticarlo mai, ricordami, dovunque tu sarai. Lo sai che devi fare se non sono insieme a te, ascolta la canzone e tu sarai vicino a me. Ricordami, ora devo andare via, ripensa a me, sentendo questa melodia uniremo con le note il cuore e le anime... il tuo amore rimarrà sempre per me.”

Morte. 
Una parola dal suono macabro.

Morire fa paura a chi perde la vita, ma di fatto la morte ferisce più profondamente chi resta.

Morire, però, non significa sempre andar via.
La presenza fisica sparisce, manca la percezione dell’altrui respiro, viene meno il suono della voce; non si può più abbracciare, stringere, toccare una persona che non c’è più. 

Ma la si può sempre sentire.
C’è, infatti, una cosa, che consente di mantenere in vita anche i morti: il ricordo. 

Muore per davvero solamente chi è dimenticato.

Il due novembre ricorre il “Giorno dei Morti”, la tradizionale celebrazione cattolica dei defunti ricordata anche in altre culture, nello specifico nella cultura messicana di origine precolombiana – in spagnolo infatti la ricorrenza è chiamata Dìa de Muertos – che è, per l’appunto, una commemorazione legata al ricordo dei defunti. 

Per molti versi, il Giorno dei Morti è la quintessenza della festa messicana perché sembra fondere le tradizioni cattoliche europee con le influenze mesoamericane preispaniche appartenenti a diverse celebrazioni.
A differenza del rito cattolico, la celebrazione messicana è del tutto originale: il defunto non è pianto, bensì festeggiato.
Ora vi racconto il perché.

La Pixar, nel 2017, ci ha regato un meraviglioso lungometraggio, Coco, che descrive il rapporto fra il mondo dei vivi e il mondo dei morti proprio nel giorno dedicato ai defunti. In questa occasione, questi ultimi si riuniscono con i membri ancora in vita delle proprie famiglie, anche se solo spiritualmente.

In Messico, infatti, la tradizione folkloristica impone la realizzazione dei preparativi per il Dìa de Muertos con cibo, bevande e musica che invade tutte le strade.
I morti si festeggiano, non si piangono: questa è la regola.

La città è apparecchiata con variopinte bandierine di carta che ricadono lungo i cornicioni e dai soffitti delle case, intorno alle ricche Ofrendas, cariche di cibo e offerte per i defunti. Ciò che ha più significato per chi celebra è l’altare, appunto Ofrenda in spagnolo: si tratta di un insieme di oggetti che identificano la persona a cui è dedicato l’altarino, insieme ai punti fermi della celebrazione come il pan de muerto, una tradizionale pasta zuccherina adornata con forme di ossa e teschi creati dallo stesso pane, e petali di calendula.

Gli oggetti che identificano la persona sono fotografie, beni personali che le appartenevano. Questi vengono esibiti su un tavolo, adornato con una tovaglia e carta porcellana tagliata a motivi.
Gli altarini imbanditi – allestiti nelle case, nelle chiese e persino nei cimiteri – prevedono almeno tre “gradini” o livelli di preparazione: su quello più alto viene posizionata l’immagine del defunto, incorniciata da così tanti fiori e caramelle che traboccano sul ripiano più in basso. Sull’ultimo gradino infine, vengono allineati specchi e candele per guidare gli antenati nel loro viaggio verso l’aldilà.

Le Ofrendas vengono, poi, abbellite con bouquet di cempasuchil, le calendule dorate che in Coco diventano  il magico ponte tra il mondo dei vivi e il regno delle anime, e rappresentano il mezzo per tramandare una benedizione di famiglia.

Anche lo stesso aldilà, nella pellicola Pixar, è ispirato al gioioso folclore messicano: lì vivono i defunti, ritratti come eleganti calacas (scheletri) e poi le Alebrijes, creature fantastiche intagliate nel legno, dipinte nel film come sfavillanti spiriti guida.

Coco è una rappresentazione cinematografica che racconta, in un linguaggio semplice e accessibile a tutti, tematiche esistenziali, spingendo ad una riflessione sul significato della vita e della morte. 

Ebbene, per alcune ragioni familiari, a Miguel, il protagonista della pellicola Disney, viene inibito l’uso della chitarra: nella sua famiglia la musica è vietata. Miguel, tuttavia, non condivide assolutamente questa regola che, anzi, lo pone in contrasto con il suo io interiore.

Così, per ribellarsi, nel giorno della festa che celebra i defunti sottrae dalla Ofrenda del suo cantante preferito e idolo della sua cittadina, Ernesto de La Cruz,  la “chitarra magica” allo stesso appartenuta.
Improvvisamente Miguel finisce catapultato in una dimensione sconosciuta: il mondo dei morti.

Dopo una serie di peripezie ed incontri, Miguel scoprirà chi tra i defunti è il vero padre di Coco, la sua bisnonna.
E che il più grande desiderio del suo bis-bisnonno è proprio quello di rivedere sua figlia.

Ed ecco che Miguel scopre la relazione tra i due mondi, quello dei vivi e quello dei morti: Coco è l’unica che si ricorda del padre in vita e solo fintanto che Coco sarà in vita e ricorderà suo padre, lui continuerà a vivere nel mondo dei morti.
Perché una volta che un defunto non viene più ricordato, svanisce per sempre. 

Prescindendo da qualsiasi preconcetto religioso, Coco riesce a far comprendere ai grandi e ai piccini cosa significhi davvero morire.
Ripudiato e dimenticato dalla sua famiglia, il papà di Coco continua ad esistere solo nei vaghi ricordi dell’amata figlia che, ormai molto anziana, sta rapidamente perdendo la memoria, anche quella del padre. 

Perciò la vera morte è essere dimenticati: solo allora l’anima si perde nel nulla, non più trattenuta dall’amore, dalla nostalgia o dai ricordi dei cari.

Nel momento in cui Coco morirà, suo padre svanirà e non si potranno incontrare nemmeno nel mondo dei morti. Il compito di Miguel, allora, sarà quello di far sì che tutta la sua famiglia ricordi l’antenato, dimenticato da tutti perché aveva abbandonato la piccola Coco e, per questo, mai perdonato e bandito – assieme alla musica – dalla sua famiglia.

Lei, mi sta dimenticando, mia figlia. Volevo solo vederla di nuovo. Non avrei mai dovuto lasciare Santa Cecilia. Vorrei poter chiedere scusa. Vorrei poterle dire che il suo papà stava cercando di tornare a casa. Che l’amava così tanto. La mio Coco.”

Ed ecco qui che compare il tema del perdono legato a quello del rimpianto e, di conseguenza, al ricordo.
Miguel ritorna nel mondo dei vivi, e corre dalla sua amata Coco: 

Era il tuo papà, se lo dimentichi lui se ne andrà per sempre. 
Non dimenticarlo. 
Ripensa a me, non dimenticarlo mai, ricordami, dovunque tu sarai. Lo sai che devi fare se non sono insieme a te, ascolta la canzone e tu sarai vicino a me. 
Ricordami, ora devo andare via, ripensa a me, sentendo questa melodia uniremo con le note il cuore e le anime… il tuo amore rimarrà sempre per me.”

Ricordare per sconfiggere la morte.
Perdonare, per far trionfare la vita e, di conseguenza, l’amore.
L’amore, che tiene in vita.

Coco ci insegna che la morte non è triste, che i defunti stanno bene, anche se sforniti della nostra linfa vitale. Infatti, l’aldilà viene rappresentato come luogo pieno di luce e colore, una realtà quasi psichedelica e vivace; l’oscurità è bandita, il silenzio sovrastato da chiacchiere e rumori, musica e risate di gioia. 

Coco è il ricordo, è il legame tra il mondo dei morti e quello dei vivi, è la figlia che conserva nel suo cuore la memoria dell’amato padre

Se una persona cara continua ad esistere nella memoria di chi l’ha amata, allora questa continua a vivere, le permette di non svanire mai, di rimanere in quel mondo meraviglioso che con l’aiuto di Miguel scopriamo.

Pensare ai cari perduti è inevitabile; troppo spesso, però, si trascura la memoria di chi non c’è più. Nonostante ciò, la tristezza è alleviata dalla consapevolezza che i legami, quelli veri e sinceri, non verranno spezzati dalla morte e che, forse, il cammino dell’uomo non si ferma all’esistenza su questa Terra.

Coco ci insegna, infine, una triste e dura verità.

Bisogna imparare a perdonarsi e a lasciare andare gli errori che, inevitabilmente, in quanto umani, in vita commettiamo. 
Bisogna imparare ad andare avanti, prendendo il buono che ogni persona ci lascia. 
Bisogna imparare a trattenere l’amore, sotto tutte quelle stravaganti forme in cui lo stesso riesce a manifestarsi.

Il perdono è la chiave che apre le porte del cielo.
Mio nonno mi diceva sempre così. 

Il perdono è la più grande forma di amore ed è lo strumento che consente a chi muore di riposare in pace e a chi resta di continuare a vivere senza rimpianti, senza scrupoli, ma liberi da quel tipo di peso che il cuore non riesce a sopportare. 

Sapere di non poter più perdonare chi ci ha fatto male, ma che comunque è stato parte della nostra vita, ci rende schiavi del nostro stesso cuore. 

Io ricordo persone che oggi non ci sono più, anche se adesso sono abituata alla loro assenza. 
E le ho perdonate per avermi lasciato.
Ricordo il profumo del dopobarba, ricordo il suono di una risata, ricordo i tuffi in mezzo al mare, ricordo gli auguri di compleanno, i sorrisi inaspettati, il tè fresco delle quattro di pomeriggio. 

Talvolta, anche se di rado, sento stringermi forte forte la mano come solo Lui sapeva fare.

Io non dimentico.
E quando penso a loro, sono sempre felice.

Occorre fare la cosa giusta, occorre ricordare sempre i nostri amati defunti, occorre perdonare chi commette errori, prima che sia troppo tardi. 
E non dimenticarli mai, affinché la memoria di chi non c’è più faccia sì che siano sempre con noi. 

E allora sì, bisogna festeggiare.
Perché la morte è solo un ponte, un passaggio: da una vita ad un’altra. 
Ciò che conta sono i legami che rimangono.

Autore

  • Martina Vetere

    Classe 1994, nasce e cresce a Cosenza, ma casa sua è il mondo intero. Avvocato, donna in carriera e aspirante madre di famiglia, è laureata in Giurisprudenza alla LUISS Guido Carli e specializzata in Diritto di Famiglia e Minorile e in Diritto del Lavoro e Welfare, con esperienze di studio presso la Stockholm University in Svezia e la Universidade da Coruna in Spagna. Ha viaggiato in numerosi angoli della Terra con lo zaino in spalla e la voglia di raccontarli. Appassionata di letteratura, cucina, esplorazioni e ambiente!

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