"Se insisto a considerare “sbagliato” un certo pronome o una certa desinenza, sono più propenso a giudicare “sbagliata” anche la persona a cui dovrebbe riferirsi? Quanto è forte il potere psicagogico della parola?"

Riflessioni sparse di inclusività linguistica e del potere della parola

Sempre più di frequente, leggiamo storie di coming out in cui la persona specifichi con quali pronomi preferisca essere chiamata; e apprendiamo, spesso perplessi, che a volte scelgono essi/loro (in inglese they/them/their). Ma davvero si fanno dare del loro? La risposta è, banalmente, no. In lingua inglese, il they e le sue forme flesse vengono usate, con alterne fortune, in funzione di singolare fin dal XIV secolo circa (il cosiddetto singular they): serve per evitare di specificare il genere della persona, cosa ben diversa dal neutro it/its, che invece si riferisce ad oggetti e cose cui non si attribuisce un genere. Un esempio per capire come funzioni il singular they può essere la frase “bacerò la prima persona che entrerà da quella porta, chiunque (lui o lei – in italiano possiamo ometterlo) sia”. In inglese, potrei tradurlo così: “I’m gonna kiss the next person who walks through that door, whoever they might be”. Chi non si identifica nel sistema binario dell’identità di genere prende questa regola grammaticale e ne estende la portata antropologica: non mi interessa essere incasellato in una categoria di genere particolare, esisto al di sopra e in mezzo al dualismo uomo-donna.

Il problema è l’intraducibilità in italiano del singular they: usare il “loro” risulta estremamente cacofonico e fondamentalmente scorretto. Una proposta interessante – che, per inciso, trova il favore di chi scrive – è l’utilizzo della schwa (ə) come grafema più inclusivo: in italiano, il singular they diventerebbe né “lui”, né “lei”, (né “loro”!), bensì ləi. La schwa è un fonema diffuso in molte lingue straniere, ma lo si trova anche in alcuni dialetti e nell’italiano parlato – corrisponde ad un suono intermedio, neutro: quello che emettiamo quando, riflettendo, diciamo “eeeeehm”. Potrebbe essere utile anche per le desinenze del plurale quando il gruppo non è omogeneo in termini di genere – il cosiddetto “maschile sovraesteso”: perché, in un gruppo, “ragazzi” dovrebbe essere sufficiente ad indicare anche i giovani non maschi? Trovo peraltro che sia molto più pratica dell’asterisco (“ragazz*”): oltre ad essere un’oscenità grafica – che potremmo anche farci andar bene, se almeno fosse davvero utile – pone più problemi di quanti ne risolva. La lingua è innanzitutto parlata, non scritta: ha davvero senso un grafema impronunciabile?

“Orrore! eresia! Oltraggio! Non si possono inventare regole e parole dal nulla in una lingua! Questa roba non sta nel dizionario, non la si può usare! La grammatica sancisce altro!”. E chi lo dice? Certo non i linguisti, ben consapevoli di come la lingua si evolva nel tempo e non sia una struttura fissa. Men che meno i lessicografi (quelli che compilano i dizionari), il cui compito è registrare l’utilizzo che una società fa della lingua, non separare il giusto dallo sbagliato. Alle nostre orecchie, parole e frasi suonano più o meno bene sulla base dell’abitudine: non esiste nessun empireo grammaticale in cui vivono le regole della correttezza linguistica.

Ma è poi così importante adottare un linguaggio gender-neutral? Inizierei rovesciando la prospettiva della domanda: perché dovrei usare genere e pronomi, per riferirmi ad una persona, che proprio quella stessa persona considera sbagliati? Se ho un amico che si chiama Giovanni, non mi ostino a chiamarlo Francesco o Aldo o con qualsiasi altro nome; risulterei inopportuno e probabilmente fastidioso. Se sbaglio ad attribuire il genere ad un neonato (“oh ma che bella bambina”, “si chiama Luca”), mi scuso con i genitori o, quantomeno, assumo una faccia imbarazzata. Nel caso in cui capiti con una persona adulta, le scuse saranno ancora più sentite; se lo faccio di proposito, vengo considerato maleducato e anche un po’ stronzo. Perché con le persone nonbinarie dovrei potermi arrogare il diritto di decidere il modo giusto di riferirmi a loro? Se non altro, potrei sforzarmi di usare queste accortezze (carinerie?) linguistiche quando mi rivolgo agli interessati, come forma di rispetto.

Ma ha senso esportare questi costrutti anche nel linguaggio di ogni giorno? O è sufficiente prestarci attenzione quando si è in presenza degli interessati? È solo una trovata fancy del politicamente corretto, o ha qualche valore/utilità? Per provare a dare una risposta, si deve passare per un altro interrogativo, di carattere più generale: è il pensiero che modella la lingua, o la lingua che modella il pensiero? Di primo acchito, la tentazione è di rispondere che sia vera unicamente la prima ipotesi. La parola – e, quindi, la lingua – nasce per rispondere alle necessità comunicative degli esseri umani; e la necessità comunicativa può sorgere solo nel momento in cui si ha qualcosa da comunicare: quindi, il pensiero precede ed è causa della parola.

I pareri non sono tuttavia unanimi. Secondo la di “teoria di Sapir-Whorf” (nella forma del determinismo linguistico debole), il linguaggio sarebbe in grado di influenzare e, in un certo qual modo, indirizzare il pensiero. Era sicuramente di questo avviso George Orwell, che dedicò alla neolingua un’apposita appendice nel suo romanzo 1984. Questa neolingua distopica era povera di lessico e caratterizzata da strutture grammaticali estremamente semplificate: lo scopo era privare chi la parlava dei mezzi necessari a concepire pensieri eretici e contrari ai dettami del partito. Impossibile dimostrare se la tesi di Orwell sia vera o meno; tuttavia, ci sono dei recenti esperimenti che sembrano confermare l’ipotesi secondo cui la lingua parlata da un individuo e le sue regole influenzino il modo in cui questi pensa. Alcuni studiosi hanno confrontato le reazioni cerebrali (in termini di “attivazione” di determinate aree del cervello) di individui inglesi e russi quando, messi di fronte a sfumature progressivamente più scure di blu, veniva posta loro la domanda: “che colore è?”. In inglese esiste un’unica parola per il colore blu (blue), che viene poi distinto nelle sottocategorie di scuro (dark) e chiaro (light); in russo, invece, ci sono due parole distinte per il blu scuro (siniy) e blu chiaro (goluboy). Al passaggio dal blu chiaro blu scuro, nel cervello degli osservatori russi si registrava un’attivazione legata al fatto che percepivano un cambiamento (dal loro punto di vista linguistico, si passava da un colore ad un altro), laddove nel cervello degli inglesi questa attivazione non veniva registrata (per loro era sempre lo stesso colore, solo sfumature diverse). La nostra interpretazione del mondo si basa sul processo di categorizzazione, vale a dire scomporre un determinato oggetto nelle sue categorie salienti e, per ciascuna categoria, individuare le qualità proprie di quell’oggetto: in questo processo, le categorie e le qualità che la nostra madrelingua ci mette a disposizione sembrano dunque avere un ruolo rilevante nell’elaborazione della realtà.

Ancora più interessante è l’ipotesi secondo cui la madrelingua possa avere un’influenza sulla morale di un individuo. In uno studio del 2015, lo stesso dilemma morale veniva sottoposto a due gruppi omogenei di individui, al primo nella lingua madre dei partecipanti, mentre al secondo in una lingua che avevano appreso in età adulta. Nello specifico, si chiedeva di rispondere al “dilemma del carrello”. C’è un treno (incapace di frenare) che viaggia su una rotaia su cui si trovano cinque persone impossibilitate a muoversi; ho la possibilità di azionare una leva per spostare il treno su un’altra rotaia, dove si trova una sola persona, anch’essa incapace di muoversi. Scelgo quindi di azionare la leva? Chi non affrontava il dilemma nella propria lingua madre era maggiormente portato a rispondere in termini utilitaristici (azionare la leva per ridurre il numero di vittime); al contrario, chi rispondeva in madrelingua mostrava di avere maggiori remore morali ad intervenire (azionare la leva significa giocare un ruolo attivo nella morte di quella sola persona, mentre lasciando andare il treno si mantiene in un ruolo neutro nella morte di cinque individui).

Se è dunque vero che la grammatica può condizionare il nostro modo di pensare e che la nostra lingua nativa influenza il modo in cui formuliamo i giudizi morali, viene da porsi una domanda: è possibile che, se in una lingua mancano le parole, i pronomi e le desinenze giuste per riferirsi a determinati individui, è più probabile che questi vengano percepiti come diversi? Se insisto a considerare “sbagliato” un certo pronome o una certa desinenza, sono più propenso a giudicare “sbagliata” anche la persona a cui dovrebbe riferirsi? Quanto è forte il potere psicagogico della parola?

Nessuna lingua è perfetta; le sue regole e le sue parole si riveleranno, prima o poi, inevitabilmente fallaci. Siamo incoraggiati alla creatività nelle arti e nelle scienze, ma, quando si tratta di lingua, l’idea di “creare” qualcosa di nuovo (una nuova parola, una nuova regola) viene considerata ai limiti dell’oltraggioso. Ma è paradossale pensare che si possa vietare, ad una lingua, di rispondere alle necessità di chi la parla. Se non ci sono regole grammaticali adatte alla situazione, createle; se vi mancano le parole adeguate, inventatevele. A volerla dire tutta, “inclusività” – forse – non è neanche una parola italiana; non ce n’è traccia nei principali dizionari online e, interrogata in merito, la Crusca me ne ha segnalato la presenza solo nel Devoto-Oli edizione 2014. Possibile non ci sia una parola per esprimere la “capacità di essere inclusivə” (visto? ho usato la schwa, non è poi tanto male). Se è questo il caso, rivendico il mio diritto poietico nei confronti della mia lingua, ogniqualvolta mi tradisca non dandomi gli strumenti necessari ad esprimermi al meglio. D’altra parte, viene da chiedersi: si può parlare di inclusività linguistica se non esiste la parola “inclusività”?

Autore

  • Nato a Cosenza nel 1994, vive a Roma dal 2012. Medico e dottorando, si occupa di Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali. Sul lavoro sogna una carriera che concili l'attività clinica con i pazienti e la ricerca. Appassionato di libri (preferisce i saggi), musica (meglio se su vinile), serie TV (rigorosamente in streaming) e qualsiasi altra cosa gli passi per la testa!

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