Lù, sono tuo padre!

"Mio padre è così: non parla, sorride. E se sorride, fa parlare il cuore. Ha scelto, tra tutte le possibilità, di restare in silenzio e sorridermi, alleggerendo, con il solo movimento dell’angolo della bocca, il momento più duro della mia vita".

“Ehi Lù, ma cosa regaliamo a papà per la festa del papà? Siamo già in ritardo.” mi dice tutto d’un fiato mia sorella al telefono.

“Mmh, prendiamo dei dolcini o un libro sulla seconda guerra mondiale! Che ne pensi?” rispondo di getto senza pensarci.

“Io non ho molto tempo per andare a prenderlo, direi meglio qualche pasticcino”.

“Dai no, vado io a scegliere il libro, tu prendi i dolci!” propongo.

“Bello sì, così facciamo entrambe le cose! Ne sarà contento!”.

Se ve lo steste chiedendo, questa non è altro che una delle conversazioni che intercorrono tutti gli anni, tra me e le mie sorelle, prima della festa del 19 marzo.

Ogni qualvolta vedo comparire il numero di mia sorella sul telefono, tra apprensione e curiosità, nel momento in cui mi rendo conto in che periodo dell’anno siamo, il primo pensiero è “cazzo, la festa del papà!”.

Per fortuna, la questione è semplice da risolvere. Mio padre è sempre stato un amante del cioccolato e di un buon libro, anzi oserei dire dell’ennesimo libro sul secondo conflitto mondiale, conclusosi un anno prima della sua nascita.

Quando varchiamo la soglia di casa, dopo aver superato l’ingresso, siamo abituati a trovarlo sul lato del divano, quello più vicino alla luce naturale che entra dalla finestra, con le gambe accavallate una sull’altra, il pantalone leggermente alzato a causa della calza in filo di scozia che fa resistenza, gli occhiali sul naso sempre puliti, le mani forti e segnate dall’età che cingono il libro e l’espressione di chi è concentrato nella lettura, pur sapendo come si concluderà la storia.

Questa cosa accade anche nelle grandi festività, il giorno di Natale, di Pasqua, con copertine di libri di Benito, svastiche, campi di concentramento e solo qualche volta con romanzi di Carlos Ruiz Zafon.

Ma il giorno della festa del papà è tutto differente perché, intercambiabili come le batterie del telecomando del televisore da 32 pollici Sony Triniton, comprato negli anni 90 e che ha scandito gli anni nella nostra casa, noi figli e successivamente anche i nipoti, abbiamo sempre scelto la lettura che avrebbe dovuto fare Mario, il padre.

E non sto parlando di un libro in regalo.

Per anni, infatti, abbiamo riempito lo spazio tra il piatto fondo e il piatto piano della tavola, di biglietti, disegni, poesie e lavoretti con le mollette, scartoffie e frasi, per lo stupore di mio padre che affermava di non essersi accorto di nulla, anche quando il suo piatto ormai sembrava fluttuare nell’aria fino a coprirgli metà viso.

Con la delicatezza chirurgica che lo contraddistingue, eleva il piatto e mostra i denti dalla gioia, pur non sapendo cosa ci sia ancora scritto su quei biglietti.

Quel lato di mio padre mi ha sempre affascinato; la semplicità di un gesto che alleggerisce i nostri cuori e li lega in un abbraccio che scalda anche a distanza.
La festa del papà, almeno per me, che sono fortunato, si è sempre racchiusa in quei due occhi blu ricoperti di rughe e quel sorriso semi coperto dal baffo folto.

È quel sorriso che porto sempre con me e che ho ancora più nitido nella mia mente dagli ultimi giorni di giugno 2014, quando per strada, asciugandomi le lacrime con il suo fazzoletto in cotone, mi dice che non c’è nulla di sbagliato in me, se non quel taglio di capelli che non ha mai sopportato (non sarà mussoliniano, ma quanto gli piacerebbe vedermi con la scrima).

Non so cosa abbia pensato allora, ma sicuramente fu lui ad aver fatto un regalo a me, pur non essendo “la festa dei figli”.
Mio padre è così: non parla, sorride.
E se sorride, fa parlare il cuore.

Non so se quel giorno abbia pensato alla mia forza nel condividere ciò che sono sempre stato; non so se abbia pensato che in me ci fosse qualcosa di sbagliato; non so se abbia avuto paura di me o di ciò che gli altri potessero pensare di me.

Ha scelto, tra tutte le possibilità, di restare in silenzio e sorridermi, alleggerendo, con il solo movimento dell’angolo della bocca, il momento più duro della mia vita.
Ripenso al suo imbarazzo e credo che rientri nel compito di un padre farsi vedere forte e senza paura di fronte ai propri figli… e più guardo quel suo fare così stoico, più io di quest’uomo mi innamoro.

Sono certo che alla lettura di queste parole gongolerà, e con gli occhi semi lucidi, abbinando ad un abbraccio un sorriso di imbarazzo, mi dirà “bravo Lù”.

Ma esiste qualcosa di più dolce?

Ad ogni festa del papà, anche se per me è festa ogni volta che lo ho accanto, sento di voler essere un padre come lui.

Sarà un desiderio o forse un’utopia, ma quando devo dire “papà” ad alta voce, devo quasi convincermene.
Dover aggiungere termini come “omogenitorialità”, “omosessuale”, “coppia di fatto”, o “stesso sesso”, mi sembra sempre un’eccessiva sottolineatura, non dovuta seppur obbligatoria.

Rimango stranito dalla parola omogenitorialità che viene segnata ancora come errore su Microsoft Word. Immaginate cosa si provi quando ad essere sottolineata è la mia condizione di papà “diverso”, “non convenzionale”.

Ma la parola padre, papà o babbo, non racchiude già tutto quello di cui c’è bisogno?

Prendersi cura di qualcuno, occuparsene, rendersi disponibile all’ascolto, educare e indirizzare non sono già segni intrinsechi nella natura di un essere umano cosciente, responsabile e maturo e che non hanno alcun elemento in comune con gli aggettivi aggiunti dopo “papà”?

Esistono papà antipatici, papà brutti, papà senza gusto estetico, papà con aggettivi anche peggiori, ma sono pur sempre padri, con i propri difetti, con le proprie disgrazie e con i propri errori, perdonabili o imperdonabili, ma che non vanno a limitare, in alcun modo, la possibilità di essere chiamato “papà”.

Io sento di poter essere un papà.
Io so per certo di poter essere un papà.

Un bravo papà,
brutto, a volte antipatico,
con tutti i miei difetti,
ma un papà.

Del resto, pensate alla fortuna di un bambino che di padre ne potrebbe avere due.
Pensate alla grandezza e alla bellezza che vivrebbe, senza che il resto del mondo debba necessariamente portare il proprio dito indice nella sua casa, nella loro famiglia.

Io voglio essere un papà come il mio papà lo è stato con me.

Vorrei creare un movimento chiamato papàismo per dare la libertà a tutti di sentirsi padre, di esserlo per mezzo biologico, con una provetta, con un’adozione, un affido, una complicità o un semplice sorriso. Vorrei una lingua segreta in questo movimento, che vieti l’uso di aggettivi che aggiungano specifiche alla figura del papà, per evitare che qualcuno possa sentirsi indietro.

Ecco, mi sento indietro, pur sapendo di poterlo fare.

Se nel frutto dell’amore di due individui vedi qualcosa di strano, diverso o addirittura aberrante, scegli deliberatamente la divisione prima ancora dell’unione e dell’amore stesso.

Perché dico questo?

Perché che tu lo voglia o meno, sarò un attore migliore di mio padre e quei biglietti sotto il piatto, proprio come per lui, saranno la mia ragione di vita, per me e per i miei figli.

Buona festa del papà a chi si sente padre, a chi lo è, a chi lo sarà, ma soprattutto a chi sa vivere di quei sorrisi.

Il vostro – anche se magari non siete d’accordo ma a me non importa – futuro papà.

Autore

  • Luigi Sprovieri

    Social Media Strategist, cosentino classe 1991, fluente in 3 lingue. Laureato in Giurisprudenza per caso, in Marketing e Comunicazione per scelta, ha vissuto a Roma, Milano, Alicante, Boston, Londra... Ma per lui nessun posto è come “casa”. Eletto vincitore della Hult Business Challenge da una giuria di Google per il suo progetto sui matrimoni calabresi intitolato “WEDDIE”. Appassionato di viaggi low cost, serie TV e Instagram!

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