Lettera ad un 2020 ormai andato

Caro 2020, sei diventato il termine di paragone delle disgrazie. Vince chi ne ha vissute di più. Sembra di essere ad un’asta che più che definire benefica, definirei salvifica. Vedo le palette alzarsi, con gente che rialza ed offre malattie, alluvioni, guerre, scontri, paura e soprattutto irreversibile morte.

Caro 2020,

che schifo.

Vorrei finire qui questo pezzo senza dover proseguire, ma ho così tanto da dirti, caro 2020, che non riesco a fare ordine tra idee, insulti e qualche parola che non so nemmeno scrivere.
Vorrei prendermela con qualcuno, con qualcosa, qualsiasi cosa;
vorrei prendermela con la casualità che risiede nelle epidemie che ci sono state nel 1720, 1820 e 1920; 
vorrei indignarmi per l’incapacità di rispondere ad un problema mondiale con celerità; 
vorrei seriamente incazzarmi ed urlarti contro per tutti gli avvenimenti che hai deciso di sputare contro l’umanità neanche fosse tua acerrima nemica;
vorrei schifarmi per i trend di Tik Tok in risposta alla pandemia mondiale perché creano dipendenza ed hanno fregato anche me… ma poi mi fermo e mi dico che sarebbe potuto andare peggio, perché io, al contrario di molti, troppi altri, sono ancora vivo.

Mio 2020, sai come mi sento? Stanco.
Stanco di dover accendere la televisione e trovare una parte del mondo in fiamme; 
stanco di dover aprire un giornale e vedere politici che si urlano addosso sulla gestione della sanità pubblica; stanco di aprire i tabloid e trovare una lista di numeri di persone senza nome che non ci sono più per un virus che non abbiamo saputo gestire al meglio e che li farà ricordare come semplici cifre ammassate tra una bara e l’altra; 
stanco di percepire terremoti al di là della costa, vedere bombe di guerra dietro casa e sentire il fuoco nelle foreste più belle del pianeta, senza darci il tempo di visitarle tutte.

Caro 2020, sei diventato il termine di paragone delle disgrazie: vince chi ne ha vissute di più. Sembra di essere ad un’asta che più che benefica, definirei salvifica. Vedo le palette alzarsi, con gente che rialza ed offre malattie, alluvioni, guerre, scontri, paura e soprattutto irreversibile morte.

Vedo la platea divisa in due parti: chi si affanna dietro uno schermo ad urlare al complotto e chi preferisce, impaurito, restare nascosto; da un lato la spavalderia di chi pensa di sapere come sia realmente andata e dall’altro chi pensa che non ci sia soluzione al peggio.

Disgraziato 2020, vedo alcuni che sfregano le mani convulsamente con una boccetta di disinfettante, ma alzano il dito per ordinare uno spritz in centro città;
vedo gente che accende una sigaretta, pur non avendo mai fumato, ma pur di abbassare la mascherina, venderebbero anche la madre;
vedo gente che pensa di vivere in un episodio riuscito male di Black Mirror, in cui accalcarsi risulta essere la soluzione all’epidemia;
“Vedo la gente morta”, ma questo non è il mio sesto senso, è solo che tutto sembra non averne più, di senso.

Degenerato 2020, il tuo senso, la tua direzione è unica. Sei stato una zona a traffico limitato. Ma cosa dico, a traffico limitante: ci hai chiuso tra le mura di casa, tra un divano troppo stretto e delle sedie riempite di polvere perché inutilizzate; sei stato silenzio, solitudine, depressione, paura, sconforto, forza, passione, crescita, novità.

Sei stato la strada che non abbiamo scelto ma che abbiamo dovuto accettare; sei stato la via per l’inferno, la perdita di speranza, l’impossibile ricerca della gioia.

Io, quest’anno, caro insignificante e becero 2020, mi ero fatto una promessa: dare tutto me stesso perché tutto fosse in linea coi miei sogni ed i miei desideri, ma sei riuscito a scombinare ogni cosa, rendendo sempre più ripida la strada… ed io, purtroppo, soffro di vertigini.

Ma devo ammetterlo, dall’alto, il mondo si vede in maniera migliore e la vista, pur non essendo delle migliori, al momento, tra le gambe che tremano e gli occhi sgranati, mi lascia senza fiato.

Non so se sia la mascherina ad ostruire il passaggio dell’aria, ma ho gli occhi pieni di gratitudine, perché dal mio divano, non così alto del resto, la visuale non è così malvagia.

Ho perso tanto, è vero. Ho perso tempo, possibilità, lavoro, soldi, fiato, lacrime, sorrisi, speranza.
Ma ho guadagnato qualcosa. Quel qualcosa che dimentico sempre di ricercare e che puntualmente non ritrovo. Ora conosco una parte di me che non conoscevo prima, che magari non avrei mai voluto incontrare, ma che c’è e che mi fa piacere vedere e toccare con mano, seppur fatta di sogni scaduti e speranze andate a male.

Hey 2020,
ho guadagnato la luce negli occhi degli altri, che avevo smesso di guardare, facendo diventare le parole la cosa più importante;
ho guadagnato l’attenzione e la cordialità in alcuni che pensavo fossero egoisti, facendo una cernita con quelli che oggi definisco stronzi;
ho guadagnato coraggio, che per forza maggiore ad oggi mi aiuta a stemperare la paura, la stessa che ogni sera mi porto sotto le coperte, ma che ad oggi non limita più il mio sonno, ma al massimo lo accompagna.

Ho guadagnato l’amore per me stesso, per gli altri e per la vita.
Perché pur sembrando una frase del tanto odiato Massimo Bisotti, “l’amore vince su tutto”, non importa che sia individuale o condiviso, che sia tenue o dalla forza bruta, perché è pur sempre amore e fin quando sentirò il mio cuore battere, sarò tranquillo.

Perciò mio caro 2020, è vero, ti odio, ma grazie.

Alla fine, come da programma, ho vinto io. Abbiamo vinto noi.

Autore

  • Luigi Sprovieri

    Social Media Strategist, cosentino classe 1991, fluente in 3 lingue. Laureato in Giurisprudenza per caso, in Marketing e Comunicazione per scelta, ha vissuto a Roma, Milano, Alicante, Boston, Londra... Ma per lui nessun posto è come “casa”. Eletto vincitore della Hult Business Challenge da una giuria di Google per il suo progetto sui matrimoni calabresi intitolato “WEDDIE”. Appassionato di viaggi low cost, serie TV e Instagram!

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