Lettera a mio padre che ha solo voluto la mia felicità

"Papà, hai fallito! Quel mondo che tu sognavi per noi, non esiste e non ci vuole, e non ci vede".

Caro papà,
scrivo a te perché scrivere a mamma sarebbe troppo scontato per quello che voglio dire. Scrivo a te, padre di due figlie educate al rispetto e al sacrificio, educate alla libertà e all’indipendenza, capaci di vivere da sole e di saper amare, non per necessità, ma con consapevolezza.

Papà, però, tu ci hai preparate per il mondo sbagliato. Non che abbia mai creduto ad arcobaleni ed unicorni, ma credevo che il mondo potesse guardarmi con i tuoi occhi, gli stessi che mi costringevano a non mollare quando tutto sembrava andare contro di me, gli stessi che mi hanno spronato a partire da sola verso le mie scelte e le mie opportunità, anche se il cuore ti suggeriva di tenermi stretta a te.

Tu, papà mi hai preparato ad un mondo in cui sono io a decidere della mia vita, che sono le mie scelte che determinano la persona che sono, che l’importante è potersi guardare allo specchio fieri di se stessi. Tu hai investito ogni tua forza su di noi, insegnandoci anche i “lavori maschili” perché noi non dovevamo dipendere da nessuno, neanche da te, perché tu non hai mai voluto “figlie da maritare”.

Papà, hai fallito! Quel mondo che tu sognavi per noi, non esiste e non ci vuole. Non ci vede.

Ho trent’anni e il mondo mi vede a metà, il resto si perde in un pancione che non c’è ancora convinti che si possa essere una donna completa solo quando si diventa madre.

Hai presente quando giocavamo alle ombre cinesi e io dovevo indovinare che animale fosse? Ecco, se proiettassimo l’immagine di una donna senza la curva del pancione ben evidente, in molti risponderebbero che è un animale fallito, egoista.

I più cattolici diranno che “la donna dona la vita”, eppure tu, papà, cattolico lo sei sempre stato, e la donna che sono, per te, ha il principale scopo di trovare la felicità. Non ti sei mai permesso di dare un nome alla mia felicità, perché tu non mi hai mai guardata come un’incubatrice, un sacco vuoto da riempire.

Tu mi hai sempre vista giusta nell’essere donna nelle mie scelte. Soprattutto, non mi vedevi come generatrice biologica, ma mi hai sempre dato modo di credere che potessi essere fautrice di possibilità in tanti altri campi, mi hai spinta a prendere voce e posizione.

Ma papà cosa posso rispondere a chi mi parla di tempo biologico con quel sorrisetto deluso e beffardo? Perché all’uomo questa domanda non viene fatta? Perché meritiamo di essere classificate come una clessidra la cui sabbia scorre imperterrita rendendoci sempre più inutili?  

Tu ci hai dato ogni mezzo per apprendere, ci hai spinto ad essere le migliori e ci spiavi da lontano con orgoglio.
É a quello sguardo che ho sempre mirato e che ho portato dentro ogni giorno della mia vita.
É quello sguardo orgoglioso che mi ha spinta a dare il meglio di me, a non sentirmi in colpa se ho dato precedenza ai miei sogni, alle mie esigenze, alla mia carriera, alle mie aspirazioni.

Realizzarsi non è una colpa, e se un giorno vorrò essere madre è perché voglio poter guardare mia figlia con i tuoi stessi occhi, senza buttarle addosso le mie aspirazioni vane, ma lasciandola libera di spiccare il volo, proprio come tu hai fatto con me.

Vorrei essere come la mamma, innamorata del suo lavoro, della sua matematica e della fisica, compagne nella sua solitudine. Il suo lavoro non è mai stato un piano B, ha vissuto e vive la sua vita professionale e familiare in perfetto equilibrio.

E io di mamma ricordo quando mi corresse una frase in un tema, da “completa di essere donna nell’essere mamma” in “donna felice di diventare mamma”. Rimasi stupita del suo disappunto, quasi infastidita, non l’avevo mai vista così (eppure di temi me ne correggeva tanti).

Ho capito con il tempo che in quella correzione c’era lei, donna realizzata, c’eri tu che “non hai mai avuto figlie da maritare”, ma soprattutto c’era il futuro mio e di Rossana, piccole donne che la loro completezza l’avrebbero dovuta cercare e costruire.
Papà, vorrei far capire che di queste donne ci si può innamorare, queste donne non sono sbagliate, sono libere.

Facendo così papà mi hai paragonato a grandi donne, Oriana Fallaci o Rita Levi Montalcini, per esempio, mi hai dato l’opportunità di poter diventare una grande donna, proprio tu, uomo del sud.

Ma in questo mondo in cui vivo, in cui io e te siamo due fallimenti totali, non solo una donna ambiziosa è egoista, una donna che non si accontenta del primo che passa è pretenziosa, ma una donna sterile è sbagliata.
Perché, come è stato ultimamente ribadito, “una donna si completa nella maternità”.

Così facendo, si trascura il vuoto interiore che una donna sterile ha dentro, quel corpo che non sente suo o che non riesce più a riconoscere come abbastanza femminile. Al dramma interiore si aggiungono le spiegazioni di cui ogni volta ci si avvale, al sorriso rassegnato dietro cui ci si nasconde, alle cure costose e estenuanti a cui ci si sottopone con coraggio.

Sono drammi silenziosi quelli di noi donne, che spesso siamo chiamate a vivere da sole, perché è un mondo per femmine, che teme la donna libera.

Eppure tu, papà, sai quanto possa fare male un figlio che non arriva. Io sono nata dopo due aborti spontanei, e io ammiro la tua discrezione nel non fare mai troppe domande alle coppie giovani, nel confidare nella bella notizia, nello sperare insieme a loro.

E alla luce di tutto ciò, sorrido amara anche io a questo mondo bizzarro.
Quando siamo “libere” ci vogliono gravide, quando siamo “gravide” non ci vogliono più.

Perché ai colloqui ci chiedono se abbiamo intenzione di avere figli e se siamo sposate? Perché, se un’azienda assume una donna incinta fa notizia? Perché è strano assumere una donna “completa”.

Quando si tratta di diritti e opportunità, lì ci preferiscono “a metà”, per ridurci ancora più a brandelli quando non ci pagano come i colleghi maschi o ci chiamano “Signorina”, invece che con il nostro titolo di studi.
Eppure lì, noi, siamo integerrime, più di un uomo (e tu lo sai).

Forse qualcosa cambierà, le eroine Disney non hanno più bisogno di un principe, e la possibilità di scriverti questa lettera è la piena consapevolezza che anche noi donne abbiamo il sacrosanto diritto di vivere in libertà e di essere guardate in faccia anziché all’altezza dell’addome.

La maternità un giorno diventerà un valore aggiunto, non l’ingrediente principale della nostra esistenza.

Papà, ogni donna meriterebbe di essere guardata con i tuoi occhi, perché ogni donna ha bisogno dei suoi tempi, della sua felicità e delle sue scelte. Senza dare spiegazioni, proprio come un uomo.

Grazie papà, perché, seppur nel fallimento più totale, mi hai insegnato che essere una vincente non dipende da come il mondo mi guarda, ma da come io sono capace di reggere il mio sguardo!

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Delia Lanzillotta, classe 1990.
Dottorata in Oncologia Molecolare con molteplici esperienze all'estero, partecipazioni a convegni internazionali e vincitrice di diverse borse di studio, attualmente lavora come chimico analitico in una nota azienda farmaceutica.
Da sempre amante del teatro e della musica, ha studiato (e non ha mai smesso!) canto lirico, partecipando anche a concerti.
Appassionata di scrittura, la reputa la sua forma di libertà preferita, con cui dà sfogo a idee, emozioni e convinzioni!

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