Lasciatevi contagiare perché… In vino veritas, parola di Braida!

“Per me il vino è crescita. Non è una metafora, lo so, ed in tutte le cose c’è sempre una crescita, nel senso che bisogna sempre studiare. Però il vino è versatile, non è statico, non è questa bottiglia di vetro, ha una versatilità che pochi altri prodotti hanno. Per me è sinonimo di voler crescere, di volersi mettere in gioco anche con lo sviluppo dei propri sensi fisici, estetici, di gusto. Il vino per un’anima curiosa è una roba da vivere una vita in maniera intensa".

“L’alcool è la cura di tutti i mali”, “Bevi e rimedi”… quante volte ci siamo ripetuti giocosamente frasi di questo genere? E quante volte, festeggiando compleanni e lauree dei nostri amici, abbiamo cantato a squarciagola “l’acqua fa male, il vino fa cantare”? Immagino tutti, almeno una volta nella nostra spensierata adolescenza.

Il  momento in cui si poteva bere con gli amici era una festa, qualsiasi cosa si mandasse giù. Eppure, crescendo, il mio approccio a quello straordinario rituale di felicità è totalmente cambiato: mi sono accorta, innanzitutto, che ciò che si beve è importante, ciò che si beve racconta ciò che vuoi, ciò che hai scelto per soddisfarti. E tutti dovremmo concederci il lusso di scegliere qualcosa di buono per soddisfarci.

Non so esattamente che cosa si provi ad assaggiare un buon distillato o un buon amaro, ma conosco il piacere che si prova a degustare un buon calice di vino.

La seconda scoperta che ho fatto, con l’avanzare degli anni, è probabilmente una diretta conseguenza della prima: il momento in cui si beve del buon vino – il discorso può essere però esteso alla categoria più ampia dell’alcool- non è solo un momento ludico, un momento in cui mi rilasso e ascolto una bella storia. Il momento in cui si beve, o ancora meglio, si degusta, è un momento che può coinvolgere attivamente tutti i sensi di una persona, tanto da farla rimanere incantata. Addirittura, poi, permette di creare una connessione tra persone diverse, che tuttavia in quell’istante percepiscono la medesima sensazione.

È una condivisione, è una magia. Non vi ho convinti? Vi sarà utile allora leggere la testimonianza di una donna che ha speso la vita per il suo vino e che ha fatto conoscere al mondo il nostro bel paese attraverso il collo di una bottiglia: amic* etilist* e non,  Raffaella Bologna, in arte Braida, la mamma della Barbera.

“Sul piano strettamente personale – posto che non mi sembra affatto una persona che si è pentita delle proprie scelte – il vino era nei suoi progetti da sempre o è stato effettivamente un caso fortunato del destino?”

“Se non fosse stato connotato nella famiglia non saprei dirti se avrei scelto altro. C’è stato un momento in cui ho pensato di fare cose differenti, volevo fare la maestra, la veterinaria… Poi c’è stato un momento in cui l’uso dei sensi mi venne incontro:  vidi mio padre- frequentavo ancora le scuole elementari- nella tavernetta di casa, stappare una bottiglia e portarla all’orecchio. Pensai “cavolo, è già ubriaco al mattino!” e gli chiesi se stesse bene. Mi rispose che quella era la Monella, la nostra Barbera rifermentata in bottiglia: all’epoca ogni bottiglia era inoculata con il lievito, faceva il fondo, e ognuna di queste rifermentava a suo modo. Per verificare che il vino rifermentasse correttamente lui lo ascoltava. E io in quell’istante capii che quello fosse il mio mestiere, perché non c’era da timbrare un cartello, c’era da ascoltare ogni bottiglia. È stata un’idea che mi ha conquistato subito e forse questo pensiero è stato alimentato perché il vino fa proprio questo (indicando la sottoscritta e una mia amica): noi non ci conosciamo, ma a voi è piaciuta una cosa, a me un’altra ed eccoci qui, di fronte ad un bicchiere di vino.

“Come giustamente ha osservato lei stessa, dietro ogni etichetta c’è una storia da raccontare e da ascoltare. Adesso è facile prendersi i meriti, visto il successo straordinario dell’azienda, si dice Barbera e si pensa a Braida, ma è il risultato di un duro lavoro…”

“Non credo che sia solo l’etichetta, credo che sia il valore percepito: io produco una cosa che va dentro di te e questo mi emoziona molto. Non è una cosa che indosso, io lo bevo… Quindi se io faccio attenzione all’olio, al sale che compro, faccio attenzione anche al vino che scelgo”.

“C’è stato un momento particolarmente significativo in quello che è stato il suo percorso nell’azienda? Un momento di grande successo o, al contrario, un momento in cui ha avvertito il peso di dover fare grandi sacrifici?”

“Ce ne sono diversi, pensa che quest anno ci ritroviamo a festeggiare i sessant’anni dell’azienda, trenta gestiti dal babbo e trenta da me e da mio fratello, con lo sguardo vigile e attento della mia mamma. A mia memoria, a fine anni 80, quando c’era un certo tipo di musica, di stile, ho vissuto come uno spirito di conquista l’uscita sul mercato di un vino che non c’era prima, di una Barbera con una visione di longevità e di respiro internazionale. L’obiettivo di mio padre era ben preciso: far entrare quella Barbera nella carta dei vini dei ristoranti. Non gli interessava molto il consumo a casa, perché era nascosto, mentre lui era un uomo plateale… essere in una carta dei vini è come essere nell’indice di una biblioteca. Lui, da figlio di ristoratori, era convinto che la Barbera fosse un vitigno da abbinamento. Se mangi con la Barbera è un matrimonio… Dove si mangia bene, Braida ci deve essere. Questa chiarezza di obiettivo, questa novità di stile, per un vitigno che era demonizzato (reduce dallo scandalo del Metanolo), fu  un grande segno di amore, perché esprimeva la convinzione di chi la riteneva un vitigno di serie A e non di serie B.

Tra l’altro in questi casi si pone la scelta: se tu vuoi spendere 3 euro per un Pintone non ti stupire se ci trovi il metanolo, perché se la bottiglia di vino –per cui c’è stato un anno di lavoro in vigna, un anno di affinamento in legno… – la paghi meno di un chilo di mele c’è qualcosa che non va. E’ un argomento un po’ fastidioso, il prezzo, perché il fatto che le persone possano spendere 2,50 € per un pacchetto di caramelle o spendere 6€ per una birra e poi esclamare “è cara” quando arriva la bottiglia di vino da 12€ non lo comprendo. Tutto il lavoro che c’è dietro, la scelta di determinate materie prime piuttosto che di altre… Questo percepito non c’è”.

“È strano che  il consumatore faccia questa differenza tra una cosa che beve e una cosa che mangia… per altro è cresciuta molto l’attenzione verso “l’healthy food” in questi anni..”

“Si fa attenzione anche nel bere per via dell’alcool, che in realtà è uno dei miei timori del futuro. L’educazione alimentare è molto diversa rispetto al passato, prima il vino era considerato quasi come un cibo, sai la tipica espressione “pane e vino”… Poi da un certo punto in avanti siamo diventati benestanti, tanto che tutti vogliamo vivere a lungo con un invecchiamento di un certo tipo, e se tu ascolti parlare qualsiasi alimentarista la prima cosa su cui ti mette in guardia è che “l’alcool fa male”. Nei paesi monopolistici, dove esiste un concetto di protezione del cittadino, l’alcool è controllato perché è una droga”.

“Questo è un aspetto interessante e veniamo al discorso della cultura… Effettivamente, anche pensando alla pandemia ancora in corso, il consumo di alcool è schizzato alle stelle…”

“Perché è un antidepressivo…”

“Esatto, ma il problema è che, in particolare nei giovani, esiste la cultura del bere… ma non del bere bene”.

“Io invece vedo un relativo miglioramento, ad esempio, rispetto a 10 anni fa. Lo dico per due ragioni: la prima è che oggi, per il clima, per la conoscenza, si producono vini migliori rispetto al passato. C’è anche maggiore condivisione, tempo fa l’enologo di una cantina non si faceva vedere praticamente mai, mentre oggi ci sono consulenti e tante altre figure professionali: gli errori che si facevano una volta nella gestione dei prodotti in cantina non ci sono quasi più e se è vero che vengono fatte delle correzioni in quella fase, lo si fa utilizzando materiali controllati, non di certo il metanolo, per cui direi che oggi si beve meglio”.

“Eppure tra i miei coetanei è difficile riconoscere quella consapevolezza di cui parlavamo prima, ovvero che dietro l’etichetta ci sia una storia, o banalmente, avere conoscenza di quello che si sta bevendo”.

“Devo fare la stories? Forse li conquisto. Io credo sia una questione di priorità: se tu bevi questo o quello non muore nessuno, mentre se hai le gomme lisce e i freni della tua macchina non funzionano… Quelle sono priorità. Lo posso capire. Nel contempo, abbiamo sempre creduto nel valore dell’educazione. Oggi si fa molta educazione alimentare, anche nelle scuole, ma non si parla mai di vino perché – mi ripeto – è una sostanza che, come il tabacco, se non gestita bene, può avere delle conseguenze gravi”.

“Dipende però anche forse da come si educa, per l’appunto, una persona a vivere il momento di convivialità in cui si fa uso del vino…”

“Anche in quel caso però bisogna fare attenzione, non è semplice. Per esperienza personale mi sono accorta che quando arriva il gruppo di 5, 6 o 7 ragazzi, tra cui magari ci sono anche conoscenti, a cui riconosco il valore dell’intelligenza, quelle stesse persone si trasformano. Senza perderci in discorsi sociologici, però, io penso che il mondo del vino abbia fatto passi da giganti e continuiamo a farli ad una velocità pazzesca. Tutte le cantine oggi sono aperte, c’è un’offerta illimitata e la mia gioia, laddove nel mio settore si dice sempre che “l’impresa” sarà conquistare i millenials, consiste nel vedere che si da sempre più importanza all’idea di incontrare la bevanda in maniera sana e se chi organizza l’incontro lo fa in maniera intelligente, guardinga – proprio come i genitori con i bambini- anche l’atteggiamento del consumatore cambia. Pone l’altro in una condizione di attenzione e di professionalità, non di “sbrego”.

“Anche a livello economico è un mondo che si può considerare in costante evoluzione. Si faceva prima il discorso del prezzo, dal lato del consumatore, ma anche per chi lavora in questo mondo… quanto è importante far percepire che questo patrimonio possa essere un fattore di sviluppo economico?”

“Parto dall’origine. Lo sviluppo economico lo si ha se c’è una remunerazione. Nel mio caso non è neanche un fattore di appellazione perché l’uva che produco, la barbera, nel 2008 passò da DOC a DOCG, e io mi domandai: cosa cambia per chi produce l’uva o vende la bottiglia? Posso chiedere di più perché questa fascetta a me costa un contributo di 0,50 centesimi (per bottiglia) al consorzio per tutela e promozione. Quindi questa è una tassa, che è anche aumentata nel corso degli anni. Il consumatore me lo riconosce? No… lo riconosce all’agricoltore? No… Il 90% dei consumatori neanche lo sanno. Ogni anno nascono delle discussioni enormi, infatti, agricoltori e commercianti, perché a nessuno importa che la vigna sia esposta a nord piuttosto che a ovest, ciò che conta è il rapporto prezzo-disponibilità”.

“Voi avete anche da poco aperto un resort giusto? Anche quello  significa  reinventarsi…”

“È un escamotage intelligente per dare un valore alle tue proprietà innanzitutto, ma è soprattutto un criterio che serve per ottimizzare l’accoglienza del cliente. È un modo molto più rilassato ed emozionale di vivere l’esperienza del vino”.

“Mi sembra di capire che la parola chiave sia empatia, con i clienti certamente, ma in fondo anche con le persone che lavorano con te … qual è la bottiglia a cui è più legata?”

La Monella è il vino che sento a me dedicato perché quando nacqui, nel 69, mio padre mi disse “sei proprio la mia monella”, per cui lo associo a un ricordo d’infanzia. Il secondo vino a cui sono più affezionata è “Il bricco della bigotta” perché è un vino che, in una giornata no, mi soddisfa, ha tutti i requisiti che io cerco”.

“Per lei il vino ha mai rappresentato una sorta di “anestetico”?

“No, tutt’altro. Io non vivo il vino come anestetico, esattamente l’opposto. E’ un carburante di energia, curiosità, conoscenze amplificate. Perché io nel vino vedo la cultura di un territorio, il lavoro del giardiniere: piantare una pianta, vederla crescere, raccogliere i frutti… Per me questa è la cosa più figa che possa esistere. E non è come una madre che da al mondo un figlio, quello è biologicamente naturale se vogliamo, ma ha molto a che fare con il concetto di maternità, ogni anno io ho una maternità diversa che vedo crescere in un determinato modo. E poi, mi affascina davvero tanto il viaggio che queste bottiglie compiono nel mondo. Se posso immaginare il mio vino sulla Vela di Dubai piuttosto che su una spiaggia brasiliana … sono una persona felice, ecco”.

Ecco, immagino che nei suoi viaggi in giro per il mondo abbia conosciuto un’infinità di persone… c’è una caratteristica comune che lega chi ha questa grande passione?”

“Il rispetto della terra, l’amore per la terra. Capire che i frutti della terra hanno un valore come il valore dell’uomo. Quella è la base ed è proprio ciò che manca nella cultura generale, perché si guarda solo al prodotto. Si guarda solo l’etichetta e la bottiglia: quello che vorrei trasmettere è invece il valore di una famiglia che tiene alla naturalezza. In tutte le cose c’è un sotto e un sopra. Se tu rispetti solo il sopra, la superficie, c’è qualcosa che non va”.

“Le faccio un’ultima domanda. Ho letto recentemente il libro di Luigi Moio, “Il respiro del vino”, che nella pagina introduttiva cita testuali parole “Nel vino si trova la grande generalizzazione: tutta la vita è fermentazione”.  Se lei potesse raffigurare il vino con una metafora?”

“Per me il vino è crescita. Non è una metafora, lo so, ed in tutte le cose c’è sempre una crescita, nel senso che bisogna sempre studiare. Però il vino è versatile, non è statico, non è questa bottiglia di vetro, ha una versatilità che pochi altri prodotti hanno. Per me è sinonimo di voler crescere, di volersi mettere in gioco anche con lo sviluppo dei propri sensi fisici, estetici, di gusto. Il vino per un’anima curiosa è una roba da vivere una vita in maniera intensa. Mio marito, austriaco, svolgeva la professione di medico e tanti anni fa, per sua sfortuna, venne al Vinitaly perché appassionato di vino. Da quell’incontro nacque un figlio e la nostra vita insieme: lui ha abbandonato la carriera medica per il vino e la domanda è “perché l’hai fatto?”. Lui mi risponde sempre che il “vino è contagioso”. Può essere un contagio negativo se non lo sai gestire, ma può essere estremamente positivo se invece quell’atto vitale del bere lo scegli consapevolmente. Lui lo ha scelto e non tornerebbe indietro […]. C’è chi vede nel vino un business perché c’è l’idea che possa essere una miniera da cui estrarre, perché c’è un percepito benessere. Ed è così,perché se fai il lavoro che ami, a contatto con la natura, circondato da persone che condividono i tuoi stessi valori, è chiaro che dimostri benessere. L’errore, secondo me, è quando si vede nel vino solo l’aspetto di miniera estrattiva. Se in questo mondo non sei generoso non hai successo, questa è la mia assoluta convinzione. Se tu sei un avaro farai cose inenarrabili (in negativo) e trasmetterai dei valori che non sono propri del mondo del vino, che invece è generoso, è vitale. E’ l’unico prodotto alimentare che non ha una data di scadenza: è una figata! Ormai abbiamo tutta roba etichettata in cui si dice “Sono nato- sono morto”…il vino no, è l’immortalità racchiusa in un fondo di bottiglia!”

Insomma è proprio vero che il vino, come l’amore vero, “sa aspettare, aspettare a lungo, aspettare fino all’estremo. Non diventa mai impaziente, non mette fretta a nessuno e non impone nulla… conta sui tempi lunghi!”.

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Scorpione nell’anima, classe 1996, nasce a Cosenza e atterra a Torino.
Specializzata in Scienze del Governo, curiosa del genere umano e di tutto ciò che è cultura, studiosa dei fenomeni di mutamento politico ed economico-sociale in una prospettiva multidisciplinare, aborra l’autoreferenzialità del sapere, il qualunquismo, e le questioni che non vengono analizzate a dovere.
Pallavolista a livello agonistico, aspira a diventare docente universitaria e giornalista.
Appassionata di filosofia politica, dibattito, sport, viaggi e mondo viticolo… per diventare presto sommelier!

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