La violenza sulle donne non è un problema delle donne

"Nonostante il patriarcato sia stato formalmente delegittimato, le nuove libertà delle donne non sono ancora effettive perché si scontrano con la preesistenza di forme di controllo e dinamiche di potere."

Oggi ricorre la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1999, al fine di promuovere attività dirette a sensibilizzare la società verso tale problema.

È innegabile come la coscienza sociale, su tale tema, si sia evoluta dal tempo in cui i maltrattamenti fisici commessi dal capo famiglia maschio erano considerati più che accettabili, ed anzi si ritenevano un’estrinsecazione del potere di gestione della famiglia e della donna – che ne era un mero elemento privo di soggettività. Nel 1996 il codice penale veniva riformato, per dare alle violenze sessuali il connotato di reato contro la persona e non una mera lesione alla moralità pubblica.

Tuttavia le donne subiscono ancora la forza bruta dell’uomo: più di 4 milioni di donne hanno subito una forma di violenza fisica nella loro vita; 1 milione di donne è stato vittima di stupro e, contrariamente a quanto si crede, lo stupro viene commesso comunemente da un conoscente o dal proprio stesso partner (nel 62% dei casi) e non da un estraneo.

Ma ciò che salta davvero all’occhio, durante questa giornata di riflessione, è che il dibattito è ancora incentrato sul “come” le donne possano e debbano difendersi, piuttosto che sulle cause dei fenomeni violenti.
In altre parole, nel contrasto alla violenza sulle donne, stiamo ancora cercando di proteggere le donne invece di educare gli uomini a non fare violenza.

La violenza sulle donne non è un problema delle donne che si limitano a subirla, ma è un problema degli uomini che la esercitano e, ancor di più, è un problema della cultura maschilista che ha influenzato ed influenza tuttora l’educazione degli uomini.

Guardare il dito e non la Luna

La narrazione che viene portata avanti, anche dal giornalismo di cronaca riguardo gli episodi di violenza sulle donne, ci induce a credere di essere dinanzi a fatti eccezionali e affatto generalizzati. Gli uomini violenti sono considerati delle mele marce in un sistema di totale rispetto per entrambi i sessi. Sulla base di tali convinzioni, la sfida per arginare la violenza sulle donne ha un unico terreno di battaglia: i centri antiviolenza, i quali provvedono all’ascolto e al sostegno alle donne per intraprendere il cammino di allontanamento da contesti violenti. Dal canto suo, l’opinione pubblica ha posto l’attenzione sulle azioni repressive delle condotte violente, sollecitando pene più severe e giudizi più celeri e garantisti, e sulla necessità di incentivare le donne alla denuncia.

Così, mentre ci occupiamo di come eliminare il sintomo della violenza, continuiamo a non curarne le cause, ossia la cultura dell’uomo forte, dove la violenza nasce e si sviluppa. A voler osservare il fenomeno da una prospettiva più ampia, è facile avvedersi di come la violenza sia insita nella cultura patriarcale che siamo ancora chiamati a smascherare e debellare. Non vogliamo deresponsabilizzare i comportamenti degli uomini violenti attribuendoli al contesto sociale, né accodarci a banali considerazioni circa l’innato temperamento dell’uomo all’uso della forza poiché anche questo, a ben vedere, potrebbe essere solo il costume che la società ha cucito sull’uomo. Ma sorgono spontanee due domande: in che misura il sistema culturale influisce sugli atteggiamenti degli uomini? In che direzione dobbiamo agire per prevenire, e non solo reprimere, la violenza sulle donne?

È cercando di dare risposta a tali quesiti che sociologi e psicologi hanno intrapreso il percorso di studio sulle condotte violente degli uomini. Una delle conclusioni a cui sono giunti A. Bozzoli, M. Merelli e M. Ruggerini, in “Il lato oscuro degli uomini” è che “le diverse forme di violenza perpetrata verso le donne sono la spia del permanere di asimmetrie nei rapporti di genere, del resistere di stereotipi e contrasti che incidono su valori, comportamenti e dinamiche relazionali”. In altre parole, nonostante il patriarcato sia stato formalmente delegittimato, le nuove libertà delle donne non sono ancora effettive perché si scontrano con la preesistenza di forme di controllo e dinamiche di potere. Abbiamo messo al bando le parole “maschilismo” e “patriarcato”, ma viviamo ancora in stretta connessione con i loro vecchi schemi.

In tale cultura, gli uomini vengono influenzati dal mito dell’uomo irresistibile e di successo che può ottenere, e ottiene, tutte le donne che desidera. In un siffatto inquadramento sociale il rifiuto sessuale, o anche l’allontanamento affettivo, di una donna non è contemplato. L’uomo, sentendosi frustrato per il mancato raggiungimento dell’immagine, culturalmente inculcata, che ha di sé, si riappropria della propria identità con la forza. Non mancano casi in cui gli uomini si giustificano sostenendo di essere stati “provocati” dalla donna, perché ciò che loro leggono nel rifiuto è una vera e propria aggressione.

Potremmo assistere a quello strano fenomeno per cui, anche quando la reazione non sfocia nella violenza fisica, l’uomo tende a screditare la donna che non è stata capace di rimandargli una visione compiacente della propria figura. Dinanzi all’inefficacia del loro corteggiamento, gli uomini – o almeno alcuni uomini – tendono a prendere immediatamente le distanze dalla donna, denigrandola e offendendola, e cioè realizzando una violenza verbale nei suoi confronti. Subito dopo il rifiuto, la donna diviene “frigida”, “presuntuosa”, “stronza”, “una che se la tira”, ed è, quindi, sorprendente la velocità con la quale l’uomo può passare dal desiderare ed essere affascinato da una donna ad offenderla e sminuirla senza attenuanti. Questo atteggiamento è, parimenti, figlio del mito dell’uomo forte che non accetta di non poter fallire.

Ma lo studio sul perché venga commessa la violenza non è sufficiente senza un adeguato percorso di recupero, al cui fine sono nati i centri di ascolto di uomini maltrattanti. Le testimonianze raccolte in seno a tali centri hanno messo in luce quanto gli uomini si sentano smarriti nel proprio ruolo dinanzi a donne che non rispettano più l’atteggiamento di sudditanza a cui questi individui ambiscono. Il paradosso dell’uomo forte e virile è che sta creando uomini sempre più a disagio con la propria personalità e sempre più fragili quando non riescono ad eguagliare il mito del maschio alpha che viene loro inculcato.

Gli obiettivi principali dei centri di ascolto per uomini maltrattanti consistono nel mutare la distorta concezione di mascolinità che favorisce la violenza e l’accettazione di essere responsabili del proprio comportamento, eliminando la scusante della provocazione della donna come attacco alla propria virilità. Soprattutto, si tenta di far emergere la violenza interiorizzata nella cultura famigliare come punto di partenza per riconoscere gli schemi violenti del comportamento. Va da sé che l’identità che la società costruisce sopra la figura maschile è un nemico ancora più insidioso della violenza in sé, perché la maggior parte degli uomini neppure si rende conto di essere incastrata in questa rete.

Un problema di tutti

La narrazione che vuole l’uomo come un conglomerato di istinti connaturali ed irrefrenabili non solo è tossica, ma anche svilente della natura emotiva dell’uomo. Dobbiamo smetterla di negare agli uomini la sensibilità, che pure li caratterizza, ed incentivarli a riscoprirla e soprattutto esprimerla, come unico mezzo per l’instaurazione di relazioni più profonde con l’altro sesso.

L’obiettivo principale cui dobbiamo giungere è l’accettazione e la comprensione dell’uomo che la donna non lo sta attaccando nella sua essenza ma sta solo esprimendo una sua libertà, che è conseguenza della propria personalità. Vogliamo udire uomini che riescano ad esprimere un banalissimo “non ha funzionato perché non siamo compatibili” e andare avanti.

Dobbiamo smetterla di deresponsabilizzare i loro comportamenti sull’assunto che la natura li ha creati sessualmente irrequieti e dominatori e dobbiamo far capire agli uomini che la violenza sulle donne non è un problema delle donne: è un problema di tutti.

Autore

  • Angela Scarivaglione

    Avvocato, classe 1990, nasce nella provincia cosentina. Da sempre impegnata nella difesa dei diritti delle donne in ambito famigliare, è curiosa e dall’animo gentile ed equilibrato grazie alla sua passione per lo yoga, ma è anche incredibilmente impulsiva quando sa che c’è un’avventura ad attenderla. Da ambientalista, ama e difende fermamente la natura e sogna di correre una maratona. Appassionata di politica, viaggi, sociologia e yoga.

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