La terra desolata è immobile: il mio pensiero aprilino a Samuel Beckett

"Nell’era del Covid – il nostro nuovo anno 0 -, l’attualità di Beckett è quanto mai evidente. Le città assomigliano sempre di più ai paesaggi surreali - in larga parte inanimati – tratteggiati da lui; mentre noi – i vivi e/o presunti tali -, estraniati e alienati, ci trasciniamo in giornate sempre uguali, che si susseguono, lente, senza stravolgimenti di sorta; e che evidenziano l’assurdità di un tempo congelato, coniugato al passato e povero di futuro".

La data della mia propria nascita, dico bene, della mia propria nascita, non l’ho mai dimenticata, non sono mai stato costretto a metterla per iscritto, resta scolpita nella mia memoria, perlomeno il millesimo, in cifre che la vita faticherà a cancellare. Anche il giorno, quando faccio uno sforzo, lo ritrovo, e spesso lo festeggio a modo mio, non dirò tutte le volte che ritorna, no, perché ritorna troppo spesso, ma spesso.

Samuel Beckett, “Primo amore”

Ma io sono pronto, sono quasi pronto. Non sono prontissimo, ma ecco, se voi mi date un mese e mezzo, sette settimane, a fine aprile io sono pronto.

Nanni Moretti, “Aprile”

In “Aprile”, Silvia ricorda a Nanni che «il tempo di Pietro scadrà il 13»; lo stesso giorno in cui, giù, ai piedi lacerati della torre, il corpo di Walter si spezzerà in pochi spasmi.

Un tuffo ad angelo da una finestra spalancata e, ad Amras, la vita – da sempre omessa – cessa… senza clamore, senza affanno: in un tonfo prevedibile.

Il legame tra Walter e Pietro, Silvia non l’ha notato, così come non ha notato che, probabilmente, forse, chissà, Pietro verrà «espulso» dal suo utero lo stesso giorno in cui è nato Beckett – probabilmente, forse, chissà.

Infatti, non è affatto certo che Samuel Beckett abbia effettivamente visto la luce il venerdì santo del 1906, anche se a me piace pensare sia così.

Voglio credere che Beckett non solo sia nato in aprile – il mese più crudele – «dal buco del culo [di sua madre], in merda per la prima volta», ma anche nel giorno del supplizio, del dubbio, dell’abbandono, del paradosso… nell’anniversario variabile in cui, per volontà più altrui che sua, un Dio si è congedato da una vita a cui egli stesso si era costretto.

Un’esistenza, quella di Cristo, che, pari a quella di tutti, non è altro se non l’inevitabile conseguenza di ciò che Beckett definisce, già dai primi scritti, un vero e proprio peccato originale: la nascita.

Per parafrasare dei versi di Magrelli che sarebbero piaciuti a Beckett, ci vuole una forza inaudita per sopportare la pena che implica darsi una vita (“Natale delle ceneri: un monologo” ndr.).

Specie se la premeditazione della nascita è un medium adottato da Dio per salvarci e per salvarsi dall’orrida pantomima della morte.

Ed è proprio per il singolare paradosso insito nella passione di Cristo che mi piace credere che Beckett sia nato di venerdì santo; esattamente lì, sotto la croce di un figlio che, disperato e schiumoso, rimprovera a suo padre di averlo abbandonato.

Sbadiglio. Non mi premuro neanche di posare un fazzoletto sulla bocca.

Anche se è mattina, ho sonno; e, anche se è aprile, la mia voglia di dormire non è affatto dolce, così come non è dolce la letargia farmacologica di Hamm.

Con la faccia paonazza e gli occhiali scuri, fisso lo schermo retroilluminato del mio PC, cercando in me e altrove le parole adatte per dare forma al mio pensiero.

Dacché leggo Beckett, per entrare nel suo universo, ho sempre dovuto riplasmarmi e indossarlo… farmi io stessa linguaggio, teatro e prosa.

Se non mi vestissi dei suoi panni, mi sarebbe del tutto impossibile parlare di lui.

D’altronde, checché ne dica Bertinetti, Beckett non parla affatto in un modo che «non possiamo non riconoscere come nostro».

Dialogare con lui costa fatica, impone dedizione e un’assoluta – per quanto appagante – abnegazione. In fondo, anche prima del teatro, la scrittura di Beckett è sempre stata materica e performativa.

Ciò implica che le parole da lui utilizzate coincidano irrimediabilmente con delle azioni – che sono per lo più delle non-azioni.

Questi atti/non-atti ineludibili obbligano il lettore e lo spettatore a uno sforzo non solo mentale, ma, soprattutto, fisico.

La scrittura di Beckett funziona perché è catartica. E, per parafrasare Artaud, l’autentica catarsi si raggiunge solo mediante il disagio che prova chi fruisce dell’arte – aspetto, questo, che accomuna Beckett al già citato Bernhard («Artaud – spiega a Peter Hamm Thomas Bernhard nel 1977 – fa qualcosa di grandioso, qualcosa che mi è molto affine [e che, a mio avviso, è affine anche a Beckett ndr.]. Fa a pezzi e poi ricompone. […] Di ordine ce n’è già troppo».).

Eppure, nonostante quant’appena scritto, mai come ora, trovo assolutamente naturale sgattaiolare fuori dalla nostra realtà per comunicare con lui, in un luogo dai confini variabili e rarefatti, simile in tutto e per tutto a quello descritto ne “Il calmante”.

Uno spazio fisico, eppure irreale, palcoscenico perfetto della malinconica storia che racconta a sé/noi stesso/stessi il suo io/noi narrante, per non soccombere alla malia della putrefazione.

Nell’era del Covid – il nostro nuovo anno 0 -, l’attualità di Beckett è quanto mai evidente.

Le città assomigliano sempre di più ai paesaggi surreali – in larga parte inanimati – tratteggiati da lui; mentre noi – i vivi e/o presunti tali -, estraniati e alienati, ci trasciniamo in giornate sempre uguali, che si susseguono, lente, senza stravolgimenti di sorta; e che evidenziano l’assurdità di un tempo congelato, coniugato al passato e povero di futuro.

Da più di un anno, una pandemia farabutta e subdola, coadiuvata da una politica reazionaria più incline ai Cieli che alla terra, c’ha privati persino dell’arte.

«Mi parve d’udire, a un certo momento, una musica lontana. – ci racconta Molloy con delle parole che, in questo caso, sono ‘ nostre ndr., – Mi fermai per ascoltarla meglio. Avanti, disse lui [l’agente di polizia]. Ascolti, dissi io. Avanti, disse lui. Non mi veniva permesso di ascoltar musica. La cosa avrebbe potuto causare un assembramento».

E così, in un’Italia sventrata in zone, a metà aprile dell’anno 1, stufi da mesi del leitmotiv “Andrà tutto bene”, coi cinema aperti, ma solo per la messa pasquale, e un piano vaccinale, che stenta ad ingranare (nonostante le rassicurazioni poco rassicuranti di Draghi e del general Figliuolo, secondo cui, entro fine aprile, saremo pronti, ma non prontissimi, a raggiungere l’alquanto chimerico obiettivo dei cinquecentomila vaccini al giorno), l’universo di Beckett si è di fatto sovrapposto al nostro – ormai perfetti prototipi del Geiser nell’olocene di frishiana memoria.

Immobili, aspettiamo, tra la noia e la rabbia, che le acque stagnanti, ormai vischiose per i liquidi di decomposizione di tutta la povera gente che abbiamo degradato e ridotto a dei punti percentuali, si smuovano.

Qualche volta, abbiamo persino il coraggio di ripetere a noi stessi, come dei Belacqua ipotetici, che questa situazione non durerà per molto; che andrà avanti ancora per poco; che “basterà solo stringere i denti”, ma in cuor nostro sappiamo che non sarà così, e che gli strascichi di questa assurda e invereconda tragedia ce li porteremo dietro ben oltre la debellazione del virus.

Lo stallo – ad oggi, solo in parte inevitabile – che ci ha costretti da mesi in uno stato di precarietà, e, in uno spazio di possibilità che stentano a realizzarsi e di altre che, invece, si realizzano nostro malgrado, non consente una vera ripartenza, inibendo, di fatto, il futuro.

E così, sfogliando le pagine immortali de “L’innominabile”, opera capitale e spartiacque non solo del percorso artistico di Beckett, ma della letteratura di tutti i tempi, mi domando quando sbocceranno «i lillà – o nel nostro caso “le primule” – dalla terra sterile», ma, soprattutto, quanto a lungo si protrarrà la nostra paralisi.

Da una torre ipotetica, un po’ come i due giovani protagonisti di “Amras”, osserviamo il nostro mondo in rovina attraverso una feritoia, stretti nei ricordi di un passato che ormai non ci riscalda più.

In fondo, neanche noi osiamo più pensare a quale sarà «la nostra sorte così a fondo da permetterci di fare un passo avanti».

Forse avevano ragione Hamm e Clov, quando si esortavano a vicenda ad imparare a soffrire meglio di così, perché finiscano di punirci, un giorno. Anche se, dopo un anno di cinghie tirate fino al sangue, persino i nostri nocicettori si sono stancati di segnalare al cervello una sofferenza che, per noi, è diventata un’abitudine tra le altre.

E, quindi, eccolo: l’olocausto silenzioso dell’inverno – dei giorni dimenticati alle porte d’aprile; dei giorni tiepidi di metà aprile – che si consuma piano nei nostri appartamenti serrati, incasellati in palazzine da sei piani l’una.

Alla sera, affondati in un’infinita Apocalisse, «né lontani, né morti – solo in spirito», le nostre facce consumate si fanno blu per i televisori accesi.

Qualche discussione dispensabile, la conta routinaria dei morti e poi, calmi e ad agio, tutti a letto, come se nulla fosse, nella nostra distesa d’erba inaridita, interrati fin sopra la vita, con accanto la rivoltella carica, in attesa di un altro giorno divino.

Ma, sol(o/a) ora, immersa nel silenzio che non si sa, costretta ancora all’immobilità e lambita dall’ombra, in un corridoio di cui non riesco a vedere la fine, capisco con una consapevolezza che devo a Beckett che, nonostante l’orrore, «bisogna continuare, ed io continuerò».

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Nata a Cosenza alla fine del 1994, trapiantata a Milano da diversi anni.
Laureata in Filosofia e specializzata in Scienze Filosofiche, esperta di Rivoluzione Francese e vincitrice di numerosi premi letterari, ha collaborato a soli 19 anni ad una nuova traduzione di un’opera di Kant, è un’accanita sostenitrice della ricerca contro i tumori e attualmente si occupa di Neuroscienze Cognitive e della stesura del suo primo romanzo.
Appassionata di storia, scrittura, letteratura e fotografia!

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