La straordinaria storia di chi si perde per ritrovarsi: Peer Gynt

"Adesso sono un’adulta che si sveste degli strati della sua cipolla e si guarda allo specchio. Mi cerco, tra le pieghe del mio corpo, e provo a riconoscermi. Non riesco a vedermi, almeno non subito. Come Peer Gynt, so di dover cercare ancora un po', attraversarmi di nuovo, ancora e ancora."

Quand’ero una bimba felice e spensierata, uno dei miei passatempi preferiti, oltre alle Barbie e ai travestimenti, era l’enciclopedia Rizzoli del ‘98.

Per intenderci, parlo di un CD-ROM della Rizzoli che, oltre ad avere le funzioni di enciclopedia interattiva, possedeva un’attività che amavo: il quiz.
Sostanzialmente, il sistema forniva domande di cultura generale alle quali dovevo rispondere, con tanto di punteggi finali; e se ne sbagliavo una mi arrabbiavo – e non poco.
Tra l’altro, potevo anche scegliere le categorie, tra storia, letteratura, scienze, musica, e impegnarmi nelle domande più difficili. 

Col passare del tempo capii che le mie preferite erano quelle di musica, perché facevano ascoltare un pezzetto dell’opera o del componimento a cui si riferivano. E io mi incantavo.
Tra Vivaldi, Mozart e Wagner, il mio preferito risultò essere Edvard Grieg, ombroso compositore norvegese. La sua musica mi faceva impazzire, era magica – per me, lo è tuttora. Mi appassionai talmente tanto alla sua storia e alla sua terra che, agli esami di quinta elementare, portai la Norvegia come argomento a piacere.

L’aria che mi fece innamorare a quella tenera età fu Il Mattino.
Sbrigliatela da qualsiasi spot pubblicitario e proiettatevi sulla cima di un fiordo ad ammirare il mondo che si sveglia. Eccolo lì, lo splendore di quelle note. Il Mattino è estratto dal Peer Gynt, un dramma musicale che doveva accompagnare la messa in scena del testo drammatico omonimo di Henrik Ibsen.
A 8 anni non avevo certamente le competenze per leggere il testo, la musica era sufficiente, ma non bastò a lungo. 

A quattordici anni, con alle spalle letture più strutturate, decisi che era arrivato, per me, il momento di dedicarmi alla lettura di Peer Gynt

Edito da Einaudi per la collana di teatro, il testo si presenta complesso e a tratti, difficile da comprendere. La storia racconta di Peer, figlio di Jon Gynt – che ha abbandonato la famiglia – e Aase.
Il giovane vorrebbe riabilitare il proprio nome, ma finisce col diventare un fuorilegge e per questo scappa dal paese; durante la fuga, incontra la donna vestita di verde, che si rivela essere la figlia del re dei troll che vuol sposarlo.

Nonostante la disperata richiesta di Solveig – la donna che lo ama – di non scappare, Peer non ha nessuna intenzione di rimanere al villaggio e per questo si rimette in viaggio. Arriverà in Marocco ed Egitto, ma non sarà mai Peer Gynt. Una volta sarà commerciante, poi capo beduino e persino profeta. Verrà anche rinchiuso in un manicomio dove verrà salutato come imperatore.

Divenuto anziano, farà ritorno in Norvegia e qui incontrerà un fonditore di bottoni, convinto che la sua anima debba finire nel crogiolo di un fonditore insieme ad altri oggetti fusi mal riusciti, qualora Peer non sia in grado di dire quando è stato sé stesso nel corso della propria vita.

Per far sì che la sua anima non venga “sciolta”, Peer si rivolge ad un prete “l’Uomo Magro” (il Diavolo), il quale crede che Peer non possa essere considerato un vero peccatore da mandare all’Inferno: non ha commesso alcun peccato grave.
Alla fine, grazie all’amore di Solveig, che lo ha sempre atteso con fede e speranza, Peer e la sua anima saranno salvi.

La storia mantiene un fascino nordico per tutto il suo corso, nonostante la narrazione attraversi più luoghi. Per tutta la durata della lettura, sentivo il richiamo di quella musica, di quelle note che, da bambina, avevano accompagnato i miei pomeriggi. Ho portato con me questo libro in alcuni viaggi, in tutti i traslochi, in tutte le librerie delle mie stanze. Lo vedo infilato insieme ai vocabolari, ai romanzi, ai manuali e mi sento al sicuro.

Credo che ognuno di noi abbia un libro – o più di uno – che ci accompagna nelle varie tappe della nostra esistenza. Riconosco che il mio non sia tra i più convenzionali, magari neanche tra i più belli.
Ma per me questo libro ha una storia, oltre le battute dei personaggi.

A ciò che ho raccontato su come ho conosciuto Peer Gynt, aggiungete anche che la prima copia che acquistai, l’ho regalata ad una mia amica diversi anni fa: uno dei regali più sentiti che abbia mai fatto.
Ecco, come il protagonista della storia, anche io, da quando giocavo con l’enciclopedia Rizzoli del ’98, sono cambiata tanto per cercare me stessa.

L’incapacità di Peer di costruirsi una vera identità è al centro del monologo della cipolla, il fulcro concettuale dell’intera opera.
Qui Peer riconosce che il suo io è simile a quello di una cipolla: un insieme di strati sovrapposti e sconnessi al cui centro non c’è un nocciolo, qualcosa di consistente, ma soltanto il nulla, il vuoto. È la mancanza di identità̀ che condanna Peer, in una sorta di crudele contrappasso, a divenire preda del fonditore di bottoni: indegno del Paradiso, ma anche dei tormenti dell’Inferno, destinati ai veri peccatori, Peer dovrà finire nella cucchiaia e lì essere mescolato e fuso insieme con gli altri uguali a lui.

Così anche noi, alla disperata ricerca di noi stessi, ci avvolgiamo di strati e di storie che ci distraggono dall’intento primario: capire chi siamo. 

Peer Gynt è un uomo che per tutta la vita ha rincorso sé stesso senza sapere dove cercarlo. Dove cercarsi.
È una corsa che tocca a tutti, in un modo o nell’altro, ci avete pensato?
Quante volte abbiamo cambiato forma, colore e occhi per adeguarci a quello che ci circonda? Siamo stati bambini, entusiasti e a volte tristi; siamo stati adolescenti, scatenati e spesso capricciosi; siamo adulti alla costante ricerca di quello che siamo in mezzo a tanti trambusti. 

Cambiamo lavori, case, partner, amici, ristoranti. Siamo soggetti a cambiamenti incessanti, spinti dall’esterno o da noi stessi.
Non conosciamo pace, anche se vorremmo.
A volte ci convinciamo che fuggire da chi siamo, da ciò che eravamo, sia la soluzione giusta, e certamente è la più facile. Peer Gynt è arrivato ad essere un profeta, pur di non essere solamente Peer.

Allo stesso modo, anche noi ci plasmiamo e ci rimodelliamo, che sia per piacere di più agli altri o a noi stessi. Ci siamo appassionati ad uno sport per far colpo sulla persona che ci piaceva, ci siamo iscritti al corso di yoga perché ce lo aveva consigliato il nostro capo. E questo, nel bene e nel male, significa cambiare qualcosa.
Accettarsi, riconoscersi, avere cura della propria identità è certamente un’impresa ardua, ma non impossibile.  

Dopo essere stata una bambina esageratamente timida che giocava a Barbie e con l’enciclopedia Rizzoli, sono stata un’adolescente timorosa che ha cercato di vincere l’imbarazzo e farsi un po’ di spazio in mezzo agli altri. Adesso sono un’adulta che si sveste degli strati della sua cipolla e si guarda allo specchio. Mi cerco, tra le pieghe del mio corpo, e provo a riconoscermi. Non riesco a vedermi, almeno non subito. Come Peer Gynt, so di dover cercare ancora un po’, attraversarmi di nuovo, ancora e ancora. 

Peer Gynt: “Di’ dunque ciò che sai. Dov’ero? Dov’era il mio io vero, intero? Dov’ero col segno di Dio impresso in fronte?”

Solvejg: “Nella mia fede, nella mia speranza e nel mio amore.”

[….]

La voce del fonditore di bottini (dietro la casa): “C’incontreremo all’ultimo crocicchio, Peer; e allora vedremo se… non voglio dir altro.”

Autore

  • Maria Letizia Stancati

    Docente, laureata in Lettere Classiche e Filologia Moderna. Ha conseguito un Master in Economia e Organizzazione dello Spettacolo dal Vivo, perché il suo sogno nel cassetto è di diventare la giovane manager degli artisti lirici italiani nel mondo. Dalla spiccata sensibilità, fa dell’istruzione la sua missione quotidiana, plasmando giovani menti, e fa volontariato in ospedale grazie alla sua prepotente voglia di aiutare il prossimo. Appassionata di musica (di ogni genere), lettura e scrittura, soprattutto creativa.

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