“La Sposa”, una fiction divisa tra plausi e critiche

"Boom di ascolti per la nuova fiction Rai "La Sposa". Eppure alcuni telespettatori calabresi non hanno gradito molto la fiction già dalle primissime scene. Vediamo perché analizzando le critiche punto per punto".

Boom di ascolti per la nuova fiction Rai, “La Sposa”, che nella prima puntata ha incollato davanti alla tv 6 milioni di telespettatori.

La protagonista è una giovane donna calabrese, Maria, interpretata dalla bravissima Serena Rossi, che, nel 1967, è costretta a sposare, per procura, un agricoltore veneto. Per questo motivo, la giovane si trasferisce al Nord, come altre sue compaesane hanno fatto prima di lei, per salvare dalla povertà la sua famiglia.

Eppure, il giorno dopo la messa in onda, alcuni telespettatori calabresi non hanno gradito molto la fiction già dalle primissime scene, e hanno fatto sentire a gran voce la loro indignazione.

Vediamo perché, analizzando le critiche punto per punto.

La prima puntata si apre con una scritta in sottotitolo: Calabria 1967.              Partiamo col dire che la trama è ambientata in Calabria, ma, in realtà, le scene sono state girate in Puglia. E allora sorge spontanea la domanda: “Perché non scrivere direttamente Puglia 1967?” È comunque una regione del Sud.

Probabilmente, agli sceneggiatori aggrada più la punta dello Stivale che il suo tacco, e noi calabresi siamo lieti di ciò. In fondo, anche le scene del Nord sono ambientate in Veneto, ma, in realtà, sono state girate in Piemonte, quindi sia i calabresi che i veneti possono dire “mal comune, mezzo gaudio”.

Inoltre, a prescindere dalla regione effettiva, perché citare genericamente la Calabria e non il preciso nome del paese? Scrivendo ad esempio Belsito o Zagarise, aggiungendo tra parentesi la provincia di appartenenza – perché è normale che non tutti gli italiani conoscano l’Italia in lungo e in largo – si dava al telespettatore, nonché ai protagonisti, una collocazione geografica precisa.

Ma andiamo avanti, non vorrei sembrare troppo pignola.

Nelle prime scene, si vedono anziane donne che lavorano a l’uncinetto, pastori che pascolano le pecore, e i manifesti dei defunti affissi per strada; alcuni calabresi si sono lamentati del fatto che fossero presenti questi elementi in quanto raffigurerebbero lo stereotipo de “la solita Calabria arretrata”.

Io però, nonostante sia calabrese, mi sento di spezzare una lancia a favore degli sceneggiatori.

Siamo nel 1967, in pieno boom economico, quindi effettivamente anche la nostra amata terra si sta evolvendo.

È anche vero che si evince chiaramente che quelle scene sono ambientate in un paesino,(anche se non sappiamo quale) e non in una città.

Ci può stare, quindi, che in un paese, in quel periodo storico, non ci fossero automobili, che ancora si vedesse in piazza qualche pastore e che la anziane chiacchierassero davanti la chiesa lavorando nel mentre all’uncinetto.

Le capre, nelle campagne, da Nord a Sud, ci sono anche oggi, nel 2022, e ci saranno sicuramente nel 3000, sperando che il Covid ci faccia arrivare a questo nuovo millennio.                           I manifesti dei defunti sono ancora affissi nelle grandi metropoli perché gli anni passano, ma per il normale ciclo vitale gli uomini continuano a morire e i necrologi continuano ad essere un mezzo per far sapere agli altri cittadini della perdita subita.

Lavorare a l’uncinetto non mi sembra una pratica così tribale da imputare solo alle anziane donne calabresi.

Lavoravano a maglia anche le nonne del nord, e continuano e continueranno a farlo in tutto il mondo perché il lavoro ai ferri non è simbolo di arretratezza, ma di pazienza, costanza e dedizione. Alla luce di tutto ciò penso che possiamo evitare di condannare gli sceneggiatori per la scelta di questi particolari scenografici.

Ai telespettatori non è piaciuto nemmeno il dialetto calabrese parlato dagli interpreti: effettivamente anche io sono rimasta un po’ perplessa perché ascoltando quella pronuncia mi è venuto spontaneo esclamare: “Noi non parliamo così…” perché sembrava un mix tra dialetto siciliano e Franco Neri che fa la parodia sulla cadenza marcata di Catanzaro.

Probabilmente a un italiano di un’altra regione l’accento che ha sentito è sembrato veritiero, come, del resto, a chi non è del luogo può sembrare veritiero un accento recitato in siciliano o piemontese. Essendo il nostro dialetto, però, ci teniamo e  stiamo molto attenti, condannando la minima inflessione sbagliata. Probabilmente tutto si risolverebbe se, a seconda dell’ambientazione, scegliessero attori del luogo, ma molte volte questo non è possibile e allora ci dobbiamo accontentare.

La serie, inoltre, è sembrato anacronistica a molti.

Eppure, nel 1967 in Italia esistevano ancora i matrimoni per procura e quelli che allora erano definiti “misti” in quanto un uomo del Nord sposava una donna del Sud, andando a sdoganare il detto “mogli e buoi dei paesi tuoi”.

Seppur le prime scene possano sembrare inadeguate al periodo storico perché si assiste a quella che è una vera e propria tratta delle spose, in quegli anni, già in un’epoca considerata moderna, proprio a causa del boom economico, l’unico modo che avevano i contadini per continuare la tradizione del lavoro nei campi, era quello di sposare donne provenienti da paesini meridionali.

Gli agricoltori, con la nascita delle fabbriche, soprattutto al Nord, cominciavano ad abbandonare i campi per lavorare come operai, garantendosi un salario sicuro; anche le donne preferivano accasarsi con mariti impiegati piuttosto che con braccianti, perché in questo modo anche loro facevano una vita più agiata.

Ecco che le donne dei paesi del Sud erano l’unica possibilità per gli uomini settentrionali per mettere su famiglia continuando a lavorare le proprie terre.  

Anche nella fiction si assiste a una vera e propria selezione perché la sposa deve essere giovane, bella, illibata e timorata di Dio; se uno di questi requisiti non è soddisfatto, l’aspirante moglie viene scartata peggio che alle selezioni per Miss Italia.

È triste vedere come le ragazze vengano trattate, come fossero merce esposta in vetrina, umiliate perché considerate appartenere a una terra inferiore tanto da venire appellate “Calabria” in tono dispregiativo.

Loro non hanno un nome, si chiamano come la loro terra, vista dai nordici come una terra ignorante, che non merita rispetto, esattamente come quelle donne.

Persino alcune donne del Nord, a dispetto della solidarietà femminile, disprezzano le giovani meridionali che sono emigrate per salvare dalla povertà la famiglia rimasta “Giù”, come se fossimo su una scala e la Calabria venisse considerata, letteralmente e metaforicamente, un gradino più in basso rispetto al Nord in fatto di progresso culturale ed economico.                                  Anche in questo caso non mi sento di incolpare il regista per la scelta del copione, perché, anche se fa male ammetterlo, ha rappresentato perfettamente la realtà di quei tempi, in cui l’Italia era spaccata in due: progresso industriale da un lato e lavoro nei campi dall’altra; desiderio di iscriversi all’università e costrizione all’analfabetismo pur di far lavorare i giovani; donne che si stavano emancipando e cominciavano ad indossare la minigonna con orgoglio perché non si sentivano più una proprietà dei mariti e donne che ancora venivano trattate come oggetti e sentivano addirittura di appartenere ai loro uomini.                                                                                                                                La stessa Maria, quando le chiedono da dove provenga risponde genericamente  “Dalla Calabria” e anche in quei momenti io vorrei avere la capacità di parlare con lei attraverso la Tv e dirle: “Ma dillo almeno tu da dove vieni precisamente!”, ma lei non solo non sente me, ma non sente neanche la necessità di precisare il proprio paese, perché sa che qualunque luogo di quella regione, non merita di essere conosciuto dagli altri.                                                                             

Maria però, già dalla prima puntata, grazie alla sua cocciutaggine sa tenere testa a suo marito, e sicuramente si rileverà un simbolo dell’emancipazione femminile per quei tempi, un’eroina che lotterà per la parità di genere e cercherà di colmare le differenze socio culturali, esattamente come hanno fatto tutte le donne del Sud in passato e continuano a fare anche oggi.

Quindi, l’unica cosa che possiamo fare noi telespettatori è guardare fino alla fine questa fiction e sono certa che, seppur i malcontenti iniziali, i calabresi potranno essere orgogliosi di Maria e della Calabria che rappresenta, e magari, sul finale, quando meno ce l’aspettiamo, scopriremo anche noi quale sia il paese della protagonista.

Autore

  • Cosentina classe 1995, laureata in Biotecnologie per la Salute. Amante delle fiction al punto da conoscerne molte a memoria, legge sempre le interviste ai protagonisti e alla regia e adora sbirciarne il backstage, per comprendere a pieno il lavoro e la fatica che stanno alla base di un qualsiasi progetto. Attenta e paziente osservatrice, ha spiccate doti di diplomazia e imparzialità. Appassionata di scrittura, cinema, lettura di romanzi e musica!

Lascia un Commento