8 giorni per denunciare, 99 secondi per umiliarla: la rape culture di Grillo e non solo

"Il video, pubblicato da Grillo in difesa di suo figlio, è il perfetto manifesto di una mentalità comune, pervasiva e intrinsecamente pericolosa."

Ebbene sì: sono una survivor che non ha mai denunciato.

Non scenderò nei dettagli di quanto mi sia capitato perché ora, come allora, non ne ho la forza.

Il mio inconscio mi ha concesso l’escamotage della rimozione e la psicanalisi mi ha aiutata a trovare le parole per esprimere un dolore che, per molto tempo, mi ha precluso diverse forme di serenità.

Ho ammesso ad alta voce di aver subito una violenza, dopo circa sei anni dall’accaduto.

Nel mio cervello si era infatti innescato un meccanismo perverso tale per cui, a conti fatti, avevo ascritto a me stessa la colpa di quanto mi era successo.

Proprio per questa ragione, mi ha profondamente amareggiata l’irriguardoso video di Beppe Grillo, il giustizialista-ma-solo-coi-parenti-altrui per antonomasia, registrato per difendere suo figlio.

In un minuto e trentanove secondi, il fondatore del M5S ha sbraitato e strepitato sull’innocenza di Ciro Grillo, suo figlio, indagato per stupro insieme ad altre tre persone, dopo che una sua coetanea lo ha denunciato nel luglio del 2019.

Le urla del comico genovese lasciano trapelare due prese di posizione, che sono a mio avviso le cause scatenanti di alcuni esiti pericolosi, sintomo patognomonico di una mentalità gravemente malata, ma estremamente diffusa.

La storia di S.J.

Prima di entrare nel cuore del problema, è necessaria una piccola premessa.

Le indagini, su quanto ho appena accennato e su cui verte il video di Grillo, sono state chiuse nel novembre del 2020, quando il magistrato ha messo gli atti a disposizione della difesa.

I legali di Ciro Grillo e degli altri tre indagati, accusati di violenza sessuale di gruppo ai danni di una ragazza italo-svedese (S.J.), hanno chiesto un termine per acquisire nuovi elementi, sulla scorta dei quali si è scelto di interrogare i quattro indagati e di depositare le controdeduzioni difensive.

Durante l’interrogatorio – come riferito da Paolo Costa, uno dei legali della difesa -, Grillo, Capitta, Corsiglia e Lauria hanno respinto le accuse che sono state mosse loro.

Sebbene la Procura non abbia ancora lasciato trapelare nulla sul contenuto dell’interrogatorio, si suppone che essa sia più propensa a chiedere il processo per i quattro indagati piuttosto che l’archiviazione.

Questo perché i magistrati ritengono che, al contrario di quanto sostenuto dalla difesa, sia mancata, da parte della presunta vittima, la consensualità a consumare con Grillo, Capitta, Corsiglia e Lauria ripetuti rapporti sessuali.

Inoltre, i pm riferiscono che la ragazza sarebbe stata tenuta per i capelli e costretta a bere, senza dimenticare il fatto che gli indagati avrebbero più volte “approfittato dello stato di inferiorità psicologica e fisica” in cui, quella notte e quella mattina, versava la giovane donna.

Non scenderò ulteriormente nel merito legale della vicenda perché non ho né il materiale né le competenze per farlo, ma spero di essere stata sufficientemente esaustiva.

Il video di Grillo, tra victim blaming e cultura dello stupro

Come ho già anticipato, il video, pubblicato il 19 aprile da Grillo sul suo blog e su Facebook, per difendere suo figlio, è il perfetto manifesto di una forma mentis pervasiva e intrinsecamente pericolosa.

In meno di due minuti, il fondatore del partito, che, attualmente, conta in Senato e alla Camera il maggior numero di parlamentari, ha inscenato, forte della sua visibilità, della sua influenza e del suo potere, uno spietato siparietto in cui ha messo alla pubblica berlina una (presunta) vittima di stupro.

Come c’è riuscito? Colpevolizzando lei e deresponsabilizzando i (potenziali) colpevoli.

Nel suo video, Grillo ha sostenuto (cito testualmente) che: “non è vero lo stupro, non c’è stato niente, perché una persona che viene stuprata dalla mattina e il pomeriggio va in kitesurf, e dopo 8 giorni fa la denuncia sembra strano perché è strano”; e che “si vede che c’è la consensualità, si vede che c’è il gruppo che ride, che sono ragazzi di 19 anni, che si stanno divertendo, che sono in mutande e saltellano col pisello così perché sono quattro coglioni, non quattro stupratori”.

Non ho alcuna intenzione di entrare nel merito di questioni giudiziarie – peraltro ancora aperte.

Così, da ora in avanti, sospenderò il mio giudizio sul fatto in sé.

Attenzione: “sospendere il giudizio sul fatto in sé” non significa affatto sospenderlo sulle posizioni assunte da Grillo.

Infatti, queste ultime vanno ben al di là della notizia di cronaca, del merito della vicenda giudiziaria e della tragedia famigliare.

Quanto espresso da Grillo è un’elaborazione lapidaria di posizioni condivise su larga scala, specchio impietoso della società in cui viviamo.

In altre parole, quello che, in prima battuta, sta dicendo il comico genovese (rendendosi in modo più o meno inconsapevole la perfetta cassa di risonanza di una cultura che potremmo definire “dello stupro”) è che se tu, ragazza violentata, non denunci subito la violenza subita, allora non sei stata violentata.

Questo implica che, per Grillo et similia, esista una specie di scadenziario dell’orrore, da rispettare tassativamente se si vuole che la propria sofferenza sia presa sul serio.

Non importa quanto un soggetto possa impiegare nell’elaborazione di un determinato trauma: se si ha intenzione di risultare credibile, allora si deve essere tempestiv*.

Prova della discutibilità di prese di posizione di questo genere è il fatto che, per legge, con la riforma del “codice rosso”, entrata in vigore nel 2019, il termine concesso per sporgere querela, in caso di violenza sessuale, si è allungato da 6 fino ai 12 mesi, quando per tutti gli altri reati è solo di 3.

Ciò denota in modo alquanto immediato la delicatezza del problema di cui stiamo discutendo.

Per parafrasare Biaggioni, avvocata penalista consultata da Il Post, non denunciare il giorno dopo non significa per forza non essere consapevole di aver subito una violenza, ma potrebbe indicare il terrore che si instilla in una persona per le eventuali ripercussioni che una denuncia del genere potrebbe arrecarle.

La scelta comune di attendere, prima di agire, deriva da un contorno culturale indubitabilmente lesivo per una donna stuprata.

Mi spiego meglio: molto spesso, per accertare uno stupro, si ricorre a pratiche sgradevoli, se non addirittura vittimizzanti per la persona che l’ha subito (non a caso, in questi casi, si usa l’espressione “vittimizzazione secondaria”, ndr).

A tal proposito, si pensi anche solo al frasario carico di stereotipi che correda questo genere di reati. “Ma eri ubriaca?”, “Forse avevi assunto degli stupefacenti…”, “Indossavi un vestito o dei pantaloni?”, “Camminavi tutta sola, di notte, da quelle parti?”.

Per non parlare di chiose ancor più gravi, come, per esempio, quella riservata a una ragazza da un’infermiera del Pronto Soccorso che, a una momentanea (e fisiologica) confusione sul numero dei suoi stupratori, si è sentita dire “Ma come? Se ti hanno scopata in due o in tre non te ne sei accorta?”.

Domande e giudizi, come quelli appena presentati, sono il modo più comune in cui non soltanto si addossano a una vittima responsabilità che non ha, ma le si imputano a titolo di colpa delle fragilità del tutto comprensibili, se si subiscono traumi di questa portata.

La conseguenza inevitabile, a cui conduce una responsabilizzazione della vittima, è che il vero colpevole viene parzialmente – se non, in certi casi estremi, del tutto – deresponsabilizzato.

E, se si deresponsabilizza il vero colpevole, la testimonianza della vittima perde automaticamente di valore.

Nella sua arringa del 1979, pronunciata per il Processo per stupro, Lagostena Bassi evidenzia, in modo chiaro ed incisivo, come sia “prassi costante” il processo alla donna.

“La vera imputata – dice – è la donna. E, scusatemi la franchezza, se si fa così, è solidarietà maschilista. Perché solo se la donna viene trasformata in un’imputata, solo così si ottiene che non si facciano denunce per violenza carnale”.

Questo genere di prassi, perpetrata anche da Grillo, oltre a scoraggiare una vittima ad esporsi con una querela, mette in luce un assetto socio-culturale peculiare nel nostro Paese, che, ancora oggi, contempla la donna come un mero oggetto a cui negare un libero agire sessuale, e che porta a una minimizzazione e a una normalizzazione delle molestie.

Per dirla con Murgia, in una rape culture come la nostra, le famiglie insegnano alle figlie come non mettersi in pericolo e non ai figli come non mettere in pericolo.

Quindi, sulla scia di Penny, nota giornalista britannica nonché scrittrice femminista, ritengo che con “cultura dello stupro” non si debba intendere solo una “società dove lo stupro è routine (anche se incredibilmente diffuso), ma una descrizione di un processo per cui lo stupro e le molestie sessuali vengono banalizzate e giustificate”.

Il che conduce a instillare in molti un pregiudizio e un dubbio circa l’attendibilità di chi sceglie di sporgere denuncia a seguito di una violenza del e di genere.

Per fare un esempio che mostri la pervasività di un simile mindset, se tu, alla stregua di Grillo, definisci dei presunti stupratori dei “coglioni” e non dei potenziali criminali – pur non avendo mai alzato un dito su una donna – sei il perfetto portavoce di una cultura dello stupro.

Perché? Stai scientemente e deliberatamente degradando a una goliardata tra amici quello che potrebbe rivelarsi un reato estremamente grave contro una persona in carne ed ossa.

Grillo non è un “povero padre”

Anche le giustificazioni, addotte per ridimensionare il comportamento scellerato di Grillo, sono pressoché vergognose e, in un certo senso, rappresentano un riverbero e uno strascico della cultura dello stupro, per come l’ho tratteggiata finora.

Infatti, sostenere che il delirio di Grillo sia una comune reazione “da padre” è una minimizzazione di un problema ben più grave, che possiamo riassumere con un icastico: “uomo ricco che esercita e sfrutta il suo potere per prevaricare e soffocare chi è evidentemente più debole di lui”.

Lungi da me metter bocca sul dolore di un genitore, vorrei ricordare a quanti si sono schierati – seppur parzialmente – con il comico genovese che il suo volto pubblico, smaccatamente esposto per tacciare una presunta vittima di essere solo una bugiarda, ha una visibilità mediatica tale per cui sarebbe stato doveroso da parte sua mantenere il silenzio o, quantomeno, un atteggiamento rispettoso.

Usare il proprio potere per denigrare una donna, che ha denunciato un abuso, è un’ulteriore violenza contro di lei, e lo è perché, anche stavolta, i riflettori non sono puntati tanto sulla sofferenza della vittima, ma su chi continua, imperterrito, a perpetrare su di lei la propria violenza.

Dunque, per parafrasare la già citata Lagostena Bassi, noi non dobbiamo essere tanto i difensori di S.J. e di tutte le S.J. che ci sono e che, se non procederemo a un effettivo cambiamento di rotta, continueranno ad esserci, ma gli accusatori di un certo modo di fare i processi per violenza e, soprattutto, di determinate dinamiche sociali che è necessario decostruire perché si raggiunga finalmente una piena ed effettiva parità di trattamento e di genere.

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Nata a Cosenza alla fine del 1994, trapiantata a Milano da diversi anni.
Laureata in Filosofia e specializzata in Scienze Filosofiche, esperta di Rivoluzione Francese e vincitrice di numerosi premi letterari, ha collaborato a soli 19 anni ad una nuova traduzione di un’opera di Kant, è un’accanita sostenitrice della ricerca contro i tumori e attualmente si occupa di Neuroscienze Cognitive e della stesura del suo primo romanzo.
Appassionata di storia, scrittura, letteratura e fotografia!

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