"Sappiamo ascoltare e comunicare funzionalmente i segnali che il nostro corpo e quello altrui ci inviano per delimitare e raccontare chi siamo e come ci relazioniamo al mondo?"

È lunedì mattina: un giorno della settimana che contiene, costituzionalmente, un pelo d’ansia, un’acconciatura ben pettinata di frustrazione ed un’ipertricosi di fastidio.

Fa caldo e, mentre cammino velocemente sul corso pedonale della mia città, cercando invano di reperire la voglia di stare in mezzo alla gente (capita a tutti, non mentite…), intravedo in lontananza una persona che conosco.

Il mio sguardo basso tiene a braccetto una voglia di parlare pari a quella di un eremita: il tutto è percepibile ad occhio nudo sia per le cuffiette, rigidamente inserite nei padiglioni auricolari, che per le mani in tasca, nonché per gli occhiali da sole neri come il mio umore.

Ma lui è lì, si sbraccia per salutarmi, affretta il passo per raggiungermi. Non posso non vederlo. Socchiudo gli occhi, e preparo un sorriso di circostanza.

È davanti a me, non posso più evitarlo. 

La sua voce squilla come un urletto di un’adolescente in piena tempesta ormonale, nonostante la mascherina: “MACIAOOOOOOOOOCHEBELLOVEDERTIIIIIIIIICOMESTAIIIIII?!?”.

Prima che riesca a rispondere, accade l’impensabile, in un tempo come quello che stiamo vivendo. Fa un passo svelto, viola la distanza interpersonale che ci separa, si avvicina al mio corpo, allarga le braccia, mi avvolge come un boa constrictor, e mi stringe fino a quando non sento l’aderenza della sua pelle sul mio viso, per poi schioccare non uno ma ben due baci sulla guancia (con tutta la mascherina).

Sono prigioniera, immobile, impossibilitata a reagire. 

Per fortuna, dopo po’, molla la presa (forse sentendo che il mio corpo si era trasformato in una colonna di marmo ed i miei capelli in un capitello corinzio) e io, istintivamente, indietreggio di qualche passo, ancora sotto shock.

(Forse) ignaro di tutto, continua a parlare, anche se il mio cervello è incapace di ascoltare.

Le mie sinapsi sono tutte prese in ostaggio da un altro devastante particolare: lui, mentre parla, mi tocca prima la spalla, poi l’avambraccio, e poi poggia la mano sul mio polso nudo, stringendolo leggermente come fosse una morsa. Ripetutamente e in maniera ritmica e costante, poggia (nuovamente) la sua pelle sulla mia.

Lui si avvicina, io mi divincolo. Lui mi bracca il polso, io mi divincolo.
Lui mi continua a toccare. Io mi divincolo.
Lui fa 2 passi avanti, io ne faccio (sempre divincolandomi, ma con nonchalance) 4 indietro. 

Sento nettamente il fischio di una pentola a pressione nel cervello. Credo di esser diventata paonazza.

Per fortuna, lo chiamano al telefono. Deve scappar via, purtroppo. Che peccato! Ero a mio agio come Obelix ad una convention vegana crudista.

Ringrazio un Dio a caso e prometto di andare a San Giovanni Rotondo a piedi scalzi.

Gli porgo il gomito (per evitare un altro abbraccio, per me, davvero troppo insostenibile). E lui per risposta, mi fa una carezza in viso, dicendo che porto molto bene la mia età (… ehm…) e, toccandomi nuovamente (sigh), se ne va.

Respiro. Rimango sola. Attonita.

Cerco la prima panchina solitaria disponibile.

Sono destabilizzata, irritata, nervosa. Ho un fastidio graffiante che non vuole andare via dalla mia epidermide, come non vuole andarmi via di dosso la sensazione di invasione che ho provato in quell’abbraccio non voluto, in quel contatto fisico non richiesto che sento di aver vissuto come fosse stata l’invasione barbara della mia terra natia. 

Cosa mi succede? In genere sono una persona socievole. Forse è colpa del lunedì. Forse è colpa del Covid. Forse è colpa del mio cattivo umore.

Una signora anziana si dirige verso la mia stessa panchina. Mi guarda. La guardo.

Mi sposto leggermente, per lasciarle spazio, autorizzandola, con lo sguardo, ad occupare lo spazio libero della panchina, precedentemente occupata da me.

Ed è lì, in quella autorizzazione all’occupazione dello spazio, che comprendo la motivazione del disagio provato per il precedente abbraccio appiccicoso.

Il mio simpatico conoscente, in quella morsa infernale, in cui ha stritolato ogni mia possibilità di scegliere, e con la sua mano sudaticcia sul mio braccio, sul mio polso, ha invaso a più mandate la mia bolla prossemica, contro ogni mia volontà. 

Ma cos’è la bolla prossemica?

BOLLA PROSSEMICA: Si può definire come uno spazio personale, una bolla invisibile, dentro la quale non è gradita la presenza di un’altra persona (se non richiesta), che si estende al di là del corpo fisico ed è influenzata dalla cultura, dal carattere e dalla società in generale. È quello spazio che non vogliamo venga invaso in ascensore o sull’autobus, o che fa sì che non amiamo sentirci toccati o abbracciati da estranei.

Rifletto. Stiamo disimparando a rispettare la nostra prossemica (e quella altrui)  perché questi Covid years ci hanno abituato all’isolamento?

Sappiamo ascoltare e comunicare funzionalmente i segnali che il nostro corpo e quello altrui ci inviano per delimitare e raccontare chi siamo e come ci relazioniamo al mondo? 

Quanto narriamo attraverso il nostro corpo e attraverso la sua relazione con lo spazio di prossimità?

Il maggiore studioso della prossemica, Edward T. Hall, ha studiato che ci sono 4 zone di ”prossimità” che delimitano i nostri spazi: la distanza intima (0-45 cm), personale (45-120 cm), sociale (1,2-3,5metri) e pubblica (oltre i 3,5 metri).

La cosa interessante e che spinge la riflessione su quanto la cultura e le esperienze sociali che viviamo siano gravide del nostro approccio con il mondo, è che lo spazio prossemico (o bolla prossemica) cambia sulla base del Paese di appartenenza.

Si parla, infatti, di culture a basso e alto contatto, a seconda di come viene gestita la distanza tra le persone.

Sono culture ad alto contatto quelle in cui la distanza tra le persone è maggiore (Europa – soprattutto nord Europa -, Asia), mentre a basso contatto quelle in cui la distanza prossemica è minore (Paesi islamici, America Latina).

Rifletto, di nuovo.

Il mio conoscente dalla mano sudaticcia è italianissimo. Eppure la mia bolla l’ha frantumata, polverizzata, ignorata, nonostante il mio corpo stesse raccontando in maniera chiara quanto quell’invasione fosse fastidiosa per me.

Perché?

Non so darmi una risposta. Probabilmente anche il concetto della bolla prossemica sta cambiando, a causa di questi anni a “zero contatto” a cui siamo stati costretti ad abituarci. E probabilmente siamo davanti ad un’inversione di tendenza direttamente proporzionale al concetto di distanziamento prossemico.

Probabilmente abbiamo bisogno di contatto, ma forse dovremmo imparare a esplorare lo spazio con-tatto.

Mi si ferma una consapevolezza tra i denti, mentre il ricordo delle dita sudaticce sul mio polso attanagliano il mio immaginario: non sarà facile affrontare il nostro nuovo posto e ruolo nello spazio, e non sarà affatto facile ricominciare ad esplorare con delicatezza la bolla altrui. Ma è necessario ricominciare a farlo. Osservare, osservarsi, avere cura e rispetto dell’altro e della sua esistenza e posizione.

Alzo lo sguardo. 

La signora al mio fianco è andata via. Alla panchina di fronte, invece, si stanno sedendo un ragazzino e una ragazzina. I loro corpi raccontano un mondo in esplorazione, tuttavia destrutturato, per fortuna. 

Si siedono distanti. Lei è un po’ rigida, tiene le mani sulle gambe. Lui sembra più rilassato, ma non le siede troppo vicino. Scherzano, parlano, civettano un po’. Lui, pian piano, inizia ad avvicinarsi a lei, pochi centimetri per volta. La guarda spesso, per carpire la sua reazione all’avvicinamento. Lei, man mano, rilassa il corpo, sempre di più.

Adesso lui è a fianco a lei, la sfiora con il fianco mentre continuano a parlare. 

Leggo il loro labiale. Lui le chiede “Posso?”; lei annuisce. 

Si prendono la mano. Sono un’unica bolla, adesso.

Lei ha autorizzato lui e lui ha ascoltato e rispettato lei, la sua bolla e le regole della prossemica. Senza sapere. Senza volere.

Li osservo, chino un po’ il capo e li guardo con tenerezza.

Forse c’è un po’ di speranza di ricostruire il rapporto con lo spazio, con il corpo, con noi stessi, con gli altri, con le bolle e con l’autorizzazione e l’ascolto del confine dell’intimità.

Sempre ammesso che la smettiamo di toccare con le mani sudaticce la gente mentre parliamo. 

Quello è davvero troppo.   

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Artista, nata in Sicilia e adottata dalla Calabria... Ma il mondo è la sua città di provenienza.
Laureata in DAMS, è mamma, moglie e co-fondatrice della società “Pagliassi”.
L’arte di strada e infanzia è ciò che colora le sue giornate, mentre sogna un mondo intero a colori - quello stesso mondo fatto di storie che ama ascoltare - e, fintanto che ciò non accade, trasforma quotidianamente la sua passione in un lavoro ricco di sacrifici e gioie.
Appassionata di lettura, scrittura e arte!

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