"Mio caro lettore, ho condiviso con te un ballo che qualcuno definirebbe infernale. Dal canto mio, lo ritengo prodigioso: abbiamo tutta la vita che ci è concessa davanti. Sfruttiamola appieno. Lei continuerà ad essere nel tempo ma, con la Morte, non possiamo essere né in anticipo né in ritardo. Possiamo solo continuare a ballare."

Ti chiedo un grande sforzo, mio caro lettore. Ti chiedo di venire con me, di essere mio spettatore. 

Ti chiedo di immaginarmi: sono bionda e indosso un vestito da Gran Gala, di chiffon nero con una gonna ampia e le spalle scoperte. Ho i capelli raccolti e la carnagione chiara. Giusto due ciocche che sfuggono ad incorniciarmi il viso. Ho anche un piccolo fermaglio tra i capelli, una perla. No, non una perla. Un rubino rosso. Siamo in una grande sala, scura e piena di specchi. Ha quell’odore caratteristico delle cose che hanno un passato, vecchio quanto la vita stessa. Quella che intravedi nell’aria è polvere che volteggia ignara della gravità. Ti chiedo anche di dimenticare il tempo: qui non c’è tempo, è una stanza sopra il tempo. Dentro il tempo. Nel tempo. Le umane cose qui sono racchiuse nel mio vestito e, come scoprirai a breve, nella musica. La musica resiste al tempo, ecco perché qui la puoi sentire. Si disperde e sopravvive nel mondo. Chissà quanta musica si è incastrata nelle strade, è inciampata nei vicoli ed è ruzzolata giù per le scale dei palazzi. La musica, come le parole, sopravvive a chi la genera. Quello che vedi è un grammofono, altra “umana cosa” che troverai qui. Non ti crucciare, è strettamente strumentale all’eterno. Senti questa musica? Ci accompagnerà per tutto il pezzo. Bella vero? È la Danza Macabra op. 40 di Camille Saint-Saëns, meravigliosa a mio modesto avviso. Un incubo dici? Forse, o forse è solo  il mio incubo. Ma alla fine, la vita non è forse intervallata dagli incubi? Debbo lasciarti, è arrivato il momento per me di danzare.

Ma tu guardami, ti prego. Se non mi guardi, questa danza non sarà mai esistita. 

Oh sì mio caro, assisterai al ballo che tutti facciamo, ogni giorno. La vita, intervallata dagli incubi, non è altro che un ballo con la morte.

Dodici rintocchi, sta arrivando. Sono emozionata. Non impaurita, solo emozionata. Non ho mai compreso perché tutti ne abbiano paura, è tutt’uno con la vita stessa. È l’unica cosa certa che abbiamo e ci accompagna dal momento in cui cominciamo a prendere forma in un utero. Mi fa sorridere il fatto che venga dipinta come l’esatto opposto della vita. Riflettici: l’unico modo per morire è nascere. Semplice, no?

Eccola, è Lei. Il contrabbasso pizzicato annuncia i suoi passi. E’ magnifica, semplicemente magnifica. Mi inchino, non posso farne a meno. Spero mi trovi bella, la prima volta che mi ha vista ero sporca e provata dall’atto stesso di venire al mondo. Come? Balliamo? Sì certo che balliamo, balliamo da tutta una vita. 

Sulle prime note, mi porge la mano: è Lei che porta e si tratta di un valzer. Accetto l’invito e, per la prima volta, la tocco. Mi rendo conto, con somma sorpresa che non ha la consistenza fredda e liscia delle ossa, no. Ha la consistenza dei ricordi. Di cosa è fatta una ninna nanna? Di cosa è fatto l’odore di una madre? Ecco, lei è fatta di questo. È fatta della nostra stessa memoria. Solo con la memoria sopravviviamo e solo nella memoria moriamo, ecco perché è così il suo tocco.

Attaccano i flauti e cominciamo a volteggiare. Segue l’arpa per poi passare agli archi. Il mio vestito si apre e inarco il collo all’indietro come ho visto fare in tanti film, come tutte le dame fanno nel valzer. Reclino anche un po’ di lato la testa e, a malincuore, distolgo lo sguardo dal suo viso. Così si balla il valzer viennese. Onirico, ecco come descriverei il momento. Con la coda dell’occhio la vedo sorridere, mi ricordava intelligente e non l’ho delusa: siamo nell’infanzia, nella mia infanzia. Anche lì, ben nascosta, c’era la morte. Nei fiori che strappavo, nella mia prozia adagiata su di un letto per la sua veglia funebre in un paese di campagna. Madama Morte era lì, solo che spesso non ce ne accorgiamo così presi come siamo dalla vita, dalle scoperte, dal mondo. 

Il violino scordato, di nuovo. Un lamento. Mi stringe più forte, mi fa quasi male. Non mi aspettavo questo cambio di ritmo, è forsennato, iracondo, caotico. Siamo in uno dei momenti centrali della vita di un essere umano: l’adolescenza. Non siamo tutti irosi da adolescenti? Quante volte, più o meno inconsapevolmente, corteggiamo questa Signora? Lo ricordo bene qual periodo, ho perso un mio amico e altri ne avrei persi strada facendo. C’era un qualcosa di profondamente sbagliato, non comprendevo come si permettesse la Morte a strattonare delle vite ancora da vivere. Mi appariva sgarbata e a dir poco inopportuna. Ecco quindi che la rabbia, all’epoca, prese il sopravvento: avrei fatto tutto il possibile per beffarmi di Lei, avrei gozzovigliato a sue spese, l’avrei sfidata e avrei fatto in modo che, pur sfiorandomi, non mi prendesse mai. Che sciocca a pensarci ora. Non siamo noi a sfuggirle, è Lei a non presentarsi agli appuntamenti che non ha concordato.

Scivoliamo, adagio. Mi sembra si stia acquietando. È più serena, più parsimoniosa nei suoi passi ed anche il suo abbraccio è meno urgente. Mi permetto di guardarla in volto: sta nuovamente sorridendo. No, un momento: non è un sorriso, è un ghigno. Cerco di divincolarmi, non voglio più ballare. Stiamo cadendo in un folle crescendo: il violino scordato suona di nuovo e gli archi accompagnano gli strattoni che cerco di dare alla sua veste sdrucita. “Fermati!” vorrei urlarle ma, nell’assenza di tempo, la voce non ha dimora. Solo la musica e le parole sfuggono alle regole dell’esistenza. Non di nuovo, non ancora, non i miei affetti. Non loro.

Inciampo e, per reggermi nella follia intonata dagli strumenti, potenti nelle mie ossa, mi aggrappo al suo cappuccio svelandone il mistero. Somiglia al suono del telefono di casa, alle mie urla, a un abbraccio in notturna, ad un volo in aereo, al tremore talmente forte da scuotere il letto, ad una finestra aperta sul mare. Somiglia all’ora più buia del mio orologio. E cado, continuo a cadere. Cado attraverso il marmo, attraverso il pavimento. Non voglio più ballare, la sto implorando col volto rigato dalle lacrime e lei sa rispondere solo con quel maledetto ghigno.

Ed ecco la magia della mente: i pensieri tramutano in gabbie e noi, usignoli in semilibertà, sbattiamo contro le griglie con quel particolare suono che solo le ali dei caduti sanno fare. Tutti cadiamo, tante volte. Tutti piangiamo davanti a Lei, tante volte. Ma ancora, è Lei a dettare i passi della vita, come in questa folle danza. È Lei a sorridere mentre noi piangiamo. Ero convinta fosse un ghigno, che Lei stesse ridendo del mio dolore ma la realtà è tutt’altra: Lei non ride di noi, Lei ride per noi. Ride quando noi non ne abbiamo le forze. Ride perché, da bravo specchio dell’esistenza quale è, sa che guardandola ricorderemo anche noi come si fa. In tutto questo tempo, pur trascinandomi da un lato all’altro della sala, Lei non ha smesso di ballare. Singolare dici? Affatto, nel dolore noi non smettiamo di vivere così Lei, nonostante la dama sia a terra, non smette di danzare.

Sento gli ottoni e gli archi che esplodono impazienti a segnare una risalita. Sta per arrivare l’alba e non c’è più tempo.

Barcollando e asciugandomi le guance mi rimetto in piedi: non sorride più. Ha un’espressione imperscrutabile che, dopo tutta questa sinergia, non comprendo appieno. 

Ecco l’oboe, l’alba e le umane cose stanno lentamente scivolando nelle venature del marmo. Un rabbioso colpo di timpani e il tremolio d’archi mi destano da questa temporanea assenza: la Morte si sta congedando da me. Vorrei trattenerla per rubare un po’ del mio futuro ma le note del violino scordato la accompagnano via dal tempo, fuori da tempo. Il grammofono gracchia, un fremito d’ali: un corvo volteggia e si posa sulla mia spalla nuda. Sono tornata nel tempo, siamo tornati nel tempo. Noi siamo ancora noi, Lei è ancora Lei. 

Mio caro lettore, ho condiviso con te un ballo che qualcuno definirebbe infernale. Dal canto mio, lo ritengo prodigioso: abbiamo tutta la vita che ci è concessa davanti. Sfruttiamola appieno. Lei continuerà ad essere nel tempo ma, con la Morte, non possiamo essere né in anticipo né in ritardo.

Possiamo solo continuare a ballare.

Autore

  • Angela Rizzica

    Ad un giuramento dall’essere avvocato, classe 1993, romana D.O.C. Laureata in Giurisprudenza presso la LUISS Guido Carli con votazione 110/110, specializzata in Diritto del Lavoro e Responsabilità Professionale, parla fluentemente inglese a livello C1 grazie ad una parentesi di studio presso il Griffith College di Dublino. Collaboratrice del Quotidiano del Sud dal 2019 e Vicedirettore di“Iuris Prudentes”. Appassionata di pittura, lettura, psichiatria e shopping!

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