I sintomi dell’amore di Stendhal

"Il vociare della sala si spegne, sento solo il vento tra le vesti delle singole statue. I drappi si muovono e lo sguardo si perde tra le pieghe di una pelle marmorea ma eternamente vera."

Il profumo del biglietto appena acquistato, ancora caldo tra le dita che tremano dall’emozione;
il sorriso stampato sul viso nel guardare l’addetto al suo “strappo”;
la mappa in mano, i punti nevralgici del luogo e le immense sale in rumorosa attesa.

Da esterno alla materia rinchiusa in queste quattro enormi mura, non riesco a fare a meno dell’arte. Mi sento come quando un bambino vede per la prima volta Disneyland e il mio sguardo si posa su ogni piccolo dettaglio che si estende in queste grandi sale. Il British Museum è a dir poco meraviglioso; avevo 15 anni l’ultima volta che ci sono entrato, eppure, ricordo perfettamente la sua maestosità, seppur la mia competenza artistica derivasse da Art Attack.

Ho sempre reputato il Museo del Louvre di Parigi il più bel luogo del mondo, ma questo salto fatto nel museo londinese mi ha mostrato la novità, lasciandomi un nuovo sguardo su moltissime opere. Sono sempre stato innamorato de “La Libertà che guida il popolo” di Delacroix, o ancora de “La zattera della Medusa” di Géricault, ma non avevo mai soffermato lo sguardo sulla scultura classica, che pur avendomi a volte meravigliato, non aveva portato all’emozione e alla pelle d’oca come è sempre avvenuto di fronte alle opere suddette.

Mi avvio tra lunghi corridoi lignei e meravigliose scale marmoree, per arrivare a una porta a vetri che mi divideva dalla scoperta che il cuore tanto voleva fare. La scultura si ergeva alla mia sinistra, al di là di alcuni scalini, con la luce filtrata da finestre poste in alto, in una giornata londinese soleggiata ma non calda.

Tra i raggi del sole, la gente che fotografava e chi esagerava nelle pose più assurde, il mio cuore ha preso la rincorsa per guardare più da vicino.

Ricordate quando da bambini si andava nei negozi di giocattoli e ogni cosa sembrava essere infinitamente bella? Ecco, io mi stavo arricchendo di quella bellezza e sinuosità che avevo davanti.

Fidia lo avevo studiato a scuola. Un’interrogazione durata più o meno 5 minuti di cui ricordavo solo una statua d’oro di Atena, ma che non aveva destato poi così tanto la mia attenzione. Qui, mi sono trovato davanti all’opera “Divinità”, un tripudio di movimento e vento tra i capelli, pur non essendoci più le teste; eppure, dove la storia ha raso al suolo, l’immaginazione fa capolino e ogni cosa prende forma, suono e colore. Era parte del frontone del Partenone greco e lo si nota perché la forma tende a risalire verso il vertice del triangolo ideale dell’edificio greco.

Fidia, da artista e architetto, divenne il più famoso in tutta la Grecia, perché fu il direttore dei lavori della costruzione di tutto il Partenone, opera maestosa e molto costosa per la Grecia dell’epoca. L’artista si servì di professionisti greci, tra carpentieri, scultori, carrettieri e chi più ne ha più ne metta, affinché il suo progetto potesse risultare preciso, puntuale ed unico nel suo genere.

La curiosità mi porta ad ascoltare la guida spagnola che lì accanto si emozionava nel condividere quanto Fidia tenesse a quest’opera e quanto fosse stato geniale nella dedica alla dea protettrice della città, Atena. Sui due frontoni le statue rappresentano, infatti, la nascita di Atena dal capo di Zeus e la sua contesa con Poseidone sulla città greca.

Fidia, in ogni particolare, dai colossi centrali del Partenone, nelle singole statue dei frontoni, fino al fregio della cella, ha impiegato il suo sapere e la sua arte in maniera magistrale.

Mi trovo di fronte quest’opera con gli occhi lucidi e l’immaginazione che si estende tra le sabbiose strade che circondano il Partenone. Il vociare della sala si spegne, sento solo il vento tra le vesti delle singole statue. I drappi si muovono e lo sguardo si perde tra le pieghe di una pelle marmorea ma eternamente vera.

Soffro di una leggera forma di Sindrome di Stendhal, ma mai mi era capitato con delle opere così antiche e con la scultura in generale.

Il pianto e le palpitazioni sono tra gli effetti più normali, ma c’è chi urla, chi si emoziona tanto da non poter restare in piedi, ma soprattutto non puoi scegliere mai quando accadrà, perché è l’arte che sceglie te. Siamo delle mere pedine chiamate ad ammirare e godere della bellezza che si riesce a creare, catapultandoci nella mente di grandi artisti, essere umani dalla sensibilità elevata e dall’occhio profondo.

Concludo la mia gita, promettendo a me stesso di tornare al museo senza soffermarmi più di un’ora di fronte a cotanta bellezza. Termino la giornata immaginando Fidia catapultato ai giorni nostri e mi chiedo se anche lui soffrirebbe della sindrome di Stendhal di fronte a opere contemporanee.

Forse si chiederebbe “perché?”; ma, in fondo, è o non è, questo, il vero senso dell’arte?

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Luigi Sprovieri

Luigi Sprovieri

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