Io, Chiara e l’Armadillo

"Io non so se dentro di me ci sia un grillo, un armadillo o qualsiasi altro tipo di animale parlante, so solo che quella voce, che io definisco la piccola Chiara, c’è e io vorrei tanto non sentirla perché alcune volte è proprio snervante, credetemi."

Vi capita mai di sentire dentro di voi una voce, seppur non siate ricoverati nel reparto di psichiatria? Questa voce, il più delle volte fastidiosa, è personificata dal Grillo parlante nella fiaba di Pinocchio che guardavamo da bambini, e gli adulti ci invitavano ad ascoltarla perché quella era la voce della nostra coscienza, che ci avrebbe consigliato sempre la cosa giusta da fare. Ecco, quando eravamo piccoli, in realtà, non la sentivamo, non ci facevamo alcun problema: eravamo sordi ed eravamo felici. Ora però il detto “non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire” non funziona, perché ci sentiamo benissimo, anche controvoglia. Peccato che a furia di  ascoltare questo frinire, ci rendiamo conto di esserci rovinati con le nostre stesse mani perché quella voce che durante l’infanzia ci avrebbe dovuto portare sulla retta via a suon di saggi consigli, con il passare degli anni si è trasformata, e ha cominciato a sabotarci perché dà la parola alle nostre paure e alle nostre ansie. 

Quando siamo felici non pensiamo, fateci caso. Siamo così presi dall’euforia del momento che non sentiamo niente, nessuna voce, nessun commento, tutto ci scivola addosso e ci meravigliamo di come riusciamo a gestire con successo tutte le situazioni in cui ci troviamo. Poi però, all’improvviso, basta un niente, una parola fuori posto nel momento sbagliato, un pensiero negativo, e tutte le nostre certezze svaniscono e non ci sentiamo più così forti; prima eravamo invincibili, poi ci guardiamo intorno e ci rendiamo conto che siamo circondati dal nulla. Il castello che avevamo costruito e osservavamo soddisfatti, improvvisamente crolla: le persone che credevamo inseparabili si allontanano, anzi, peggio ancora, cominciamo a pensare che potrebbero allontanarsi, anche se ancora non è successo nulla di concreto. Presagi pessimisti sul futuro che manco Giacomo Leopardi. Cominciamo a pensare che quelle persone che fanno parte della nostra vita, potrebbero sparire nel nulla, in un attimo, perché nessuno è indispensabile e siamo tutti sostituibili, per quanto ci vogliamo convincere del contrario nei momenti di gioia. Del resto è già capitato di perdere definitivamente persone a cui eravamo molto legati, quindi nulla vieta di pensare che la storia potrebbe ripetersi. E poi il percorso di studi, che abbiamo portato a termine con fatica e ci ha fatto vincere una laurea con la disoccupazione in omaggio. Allora, cominciamo a riflettere su noi stessi e ci poniamo domande alle quali rispondiamo da soli, perché razionalmente sappiamo che sono domande stupide da porre ad altri, sono paure insensate che si alternano a pensieri così ottimisti che la pubblicità del Mulino Bianco, in confronto, ci fa un baffo.

“Perché dovrebbe stare con me? Io che ho tanti difetti e così poche qualità.”

“Sono felice! Ne sono consapevole e sono certa che questo rapporto non finirà mai, non può finire perché è troppo speciale. Niente e nessuno potrà convincermi del contrario. Anche se dovessimo litigare, troveremo sempre un motivo per fare pace.”

“Sì, è tutto molto bello, ma tra poco tutto questo finirà e io con loro non mi sentirò più perché non ci saranno altre occasioni, perché la nostra occasione era questa – la scuola, l’università, il lavoro – e ora sta per finire tutto. Le uscite saranno sempre meno, i messaggi saranno sempre più brevi perché non avremo niente più di cui parlare, niente da condividere. Saranno conversazioni sterili, già lo immagino.”

 “A che è servito studiare? Anni passati sui libri e ora la noia, la nullafacenza e i sensi di colpa per non saper sfruttare la mia laurea al meglio mi stanno uccidendo mentalmente.”

Eppure quella vocina fastidiosa ci viene a disturbare sia quando siamo felici sia quando siamo malinconici. E se in alcuni casi ci può salvare, credetemi che in altri ci può sabotare completamente. E noi ci sentiremo in colpa, altroché, perché passato il momento di rabbia che proviamo nei confronti del mondo intero, ci renderemo conto che la causa del nostro male siamo solo noi, come cantava Vasco. Quella vocina non si fa mai i fatti suoi perché il suo pensiero lo deve dire sempre, nonostante non sia richiesto. Anzi, alcune volte verrebbe voglia di urlarle: “taci!”, ma niente, continua imperterrita a parlare. Questa voce interiore è stata raffigurata recentemente come l’Armadillo da Zerocalcare; altre volte, nei cartoni animati, è rappresentata da un diavoletto sulla spalla destra oppure da un angioletto sulla spalla sinistra, a seconda che ci dia cattivi o buoni consigli.

In realtà, la voce interiore potrebbe tranquillamente essere la nostra migliore amica, solo che molte volte ci vergogniamo così tanto delle nostre insicurezze che interpretiamo un ruolo anche con i nostri amici più stretti. Perché non diciamo loro tutta la verità, ma solo il 99%. Quell’1% lo conosciamo solo noi, perché è la nostra parte più intima. Quella vocina impertinente, dice e sa cose che noi non vorremmo ammettere neanche  a noi stessi, ecco perché cerchiamo di nasconderla da tutto e tutti, nella speranza che possano affondare. Ma lei è bastarda e le porta a galla, sempre, facendoci affogare.

Ebbene, io non so se dentro di me ci sia un grillo, un armadillo o qualsiasi altro tipo di animale parlante, so solo che quella voce, che io definisco la piccola Chiara, c’è e io vorrei tanto non sentirla perché alcune volte è proprio snervante, credetemi. Anzi, le piccole Chiara, – ma sono più che certa che in ognuno di voi ci sia una piccola voce con il vostro stesso nome – perché nel mio caso sono due gemelle: omozigote all’esterno, perché esattamente identiche d’aspetto; eterozigote all’interno, perché caratterialmente sono opposte. Una è ottimista, crede sempre nella buona fede degli altri; l’altra invece è pessimista, cerca sempre di trovare il marcio nella persona che ha di fronte e alla fine lo trova sempre e la allontana soddisfatta dicendo: “hai visto? Facevo bene a non fidarmi. Io ho sempre ragione.” Sì, perché la Chiara negativa, detta anche “la versione peggiore di me”, ha sempre un tono più alto, più marcato rispetto all’altra; ha un tono in grassetto. La Chiara positiva invece ha una voce più sottile, elegante, come un carattere corsivo.

Le voci parlano tra di loro, dentro di me e con me, e io ascolto il loro scambio di battute come se stessi guardando una partita di tennis, solo che, in questo caso, la pallina che viene lanciata da una parte all’altra del campo in cerca di buoni consigli, sono io.

“Non illuderti di essere felice. Lo sai benissimo anche tu che questa felicità finirà presto. Molto presto.”

Lei non è così stronza da dire che la felicità non me la merito, ma a modo suo mi mette in guardia perché vuole proteggermi da un’eventuale futura delusione. Solo che poi inizio ad ascoltarla e mi convinco che ha ragione. Così comincio a non godermi il momento, anzi lo vivo male perché so che mi farà soffrire e mi convinco che sarebbe meglio non vivere la felicità, perché non serve a niente, perché tutto finisce e poi in bocca rimane solo l’amaro. E così, lentamente, non prendo più parte alla festa che c’è intorno a me. Perché tutte le feste prima o poi finiscono: che senso ha festeggiare qualcosa destinato a finire? Meglio non iniziare proprio a sto punto, ha ragione lei.

“Ma non la stare a sentire, è la solita acida catastrofista. Carpe diem, goditi questi momenti di felicità, te li meriti.”

Lei invece cerca di convincermi che anche io posso essere felice, e comincia a placare la rabbia che sto covando da qualche tempo; e anche se in alcuni momenti a fatica, vado avanti continuando a ballare alla festa che la vita mi ha concesso. È vero che tutto è destinato a finire, ma se stiamo sempre a guardare le feste altrui, non ci divertiremo mai e saremo sempre infelici. Forse lei ha ragione, meglio approfittarne.

“È inutile che ti affezioni, si allontanerà da te.”

Questa è la voce dell’insicurezza, che si cela dietro una maschera di finta forza ed indipendenza. Mi prepara al distacco, mi fortifica perché comunque sa che alla fine ne uscirò, come ho sempre fatto del resto. Ma la detesto, poiché mi convince che il distacco, per quanto io mi sforzi, è già destinato a concretizzarsi, quindi tanto vale giocare d’anticipo e cominciare ad allontanarmi nei confronti dell’altra persona.

“Ma perché ti dovrebbe lasciare? Ti vuole bene: ricordati i momenti che avete passato insieme, tutto ciò che avete vissuto, la strada che avete percorso per essere quello che siete ora, le mille volte che avete litigato e le mille e una  in cui avete fatto pace.”

Questa voce invece, materna, cerca di convincermi che quella persona si è davvero affezionata a me, anche se io non ci credo più di tanto, perché troppe volte la vita mi ha deluso in fatto di rapporti umani. Così, quando l’ascolto, mi odio perché lucidamente mi rendo conto che sto facendo del male a quella persona, anche se per fortuna non lo sa. Ripercorro i momenti che abbiamo vissuto e concordo con lei sul fatto che quel rapporto durerà ancora, nonostante tutto.

“Cazzate!”

“Non sono cazzate! Guarda i fatti, pensa ai suoi occhi sinceri quando ti parla, ai suoi gesti, alle sue attenzioni per te. Non ti far convincere dalle parole di Quella, altrimenti finisce come l’ultima volta che hai preso il cellulare: hai gridato cose che nemmeno pensavi e poi non sei più potuta tornare indietro. E poi, una volta passata la rabbia, ti sei pentita, perché razionalmente le tue erano accuse infondate, dettate solo dalla tua dannata insicurezza.”

“Si, ma… Dai, sono cose che si dicono tanto per dire. Resta il fatto che è da un po’ che non vi sentite, quindi sicuramente vi state cominciando ad allontanare. È inutile che ti illudi: non tornerà. È meglio che ti abitui da subito all’idea.”

“Ma la smetti? Non lo vedi che sta piangendo? Dai, non piangere, non credere a queste brutte parole, devi credere di più in te stessa invece, nelle tue qualità, perché ne hai tante anche se tu dall’interno non le vedi. È come se tu fossi dietro le quinte e non vedessi le reazioni degli spettatori a teatro che ammirano lo spettacolo, però ti assicuro che mentre tu sei impegnata affinché tutto proceda per il meglio sul palco, gli spettatori sorridono ammirati perché ciò che vedono è bello, fidati.”

“Complimenti per la metafora!”

“Grazie! Come vedi, al contrario tuo, le faccio vedere il bicchiere mezzo pieno, anzi: per quello che è. Tu invece le raffiguri un bicchiere andato in mille pezzi, ma qui l’unica che cade a pezzi è lei, a causa delle Tue parole. Inoltre, stai dicendo un sacco di cose senza senso perché il rapporto non è finito, sei tu che le stai facendo immaginare uno possibile scenario futuro. Stai dando voce alla paura che ha di rimanere sola e la stai convincendo che ci rimarrà, quando nella realtà ci sono tutti i presupposti affinché il rapporto continui. Se le dici queste cose, finirà davvero per allontanarsi e lo farà senza un valido motivo. E poi starà malissimo. Sei veramente pessima, lo sai?!”  

“Lo so! Io non sto dicendo che merita la solitudine, eh. Dico solo che non bisogna credere che siamo speciali per gli altri, ma abituarsi all’idea che tutti possono fare a meno di noi. Quindi non deve aggrapparsi troppo alle persone perché, se poi si allontanano, rischia di cadere in quanto si è abituata al loro appoggio. E quando cadrà si farà molto male.”

“Invece io credo che lei si debba fidare, perché non c’è niente di male ad avere qualcuno vicino  pronto ad afferrarla al volo se dovesse cadere. È vero, in caso saprà rialzarsi anche da sola, ma se ha accanto a sé qualcuno che la solleva, che si trova sempre lì, pronto a prenderla al minimo vacillamento, anche lei si sentirà più forte: perché saprà che per quante volte inciamperà, non cadrà mai.”

“Sì, ma resta il fatto che a parte le belle parole passate, ora nei fatti non si stanno sentendo.”

“Oh ma tu non hai di meglio da fare oggi? Sicuramente ci saranno motivi validi per questi silenzi. Non è che necessariamente, se per qualche giorno nessuno si fa sentire, vuol dire che si sono dimenticati tutti di lei. Il problema è che spesso pensiamo che alla base dei nostri atteggiamenti e delle nostre azioni, ci siano gli stessi ragionamenti, le stesse emozioni e sensazioni per gli altri. Ma non è così. Questo effettivamente da un lato rende i rapporti più complicati, ma dall’altro li arricchisce ed è bello scoprire che, molte volte, nonostante i diversi modi di arrivarci, la meta è la stessa. Non ci sono protocolli universali da seguire per essere amici o amanti: esiste l’amore ed esiste l’amicizia. Ed ognuno li interpreta a modo suo nella vita.”

“Magari, se lavorasse, avrebbe altro a cui pensare in questo momento!”

“Non toccare questo tasto, per favore. È probabile che se lavorasse si concentrerebbe su altro, tenendo la mente occupata, ma attualmente la situazione lavorativa è questa! Sai quanti giovani come lei sono nella sua stessa condizione? Sono tutta sulla stessa barca!”

“Il Titanic, più precisamente.”

“Ma tu sei sempre così simpatica?”

“Solo quando bisogna ridere per non piangere. Intanto, guarda: ha abbozzato un sorriso.”

“Allora anche tu in fondo, ma proprio in fondo, non sei così male.”

Alla fine, dopo tutte queste parole, ovviamente ho un gran mal di testa e, a seconda dell’umore, prendo una decisione in base alla versione di me che mi ha convinto di più: se vince la voce buona, ossia la parte migliore di me, che mi fa toccare con mano le qualità che molte volte io stessa dimentico di avere, la voce cattiva, sconfitta, commenta acidamente: “poi però non venire a piangere da me.” Viceversa, se vince la parte peggiore di me, quella che mi fa auto-sabotare il più delle volte, la voce buona sospira rassegnata: “fai un po’ come ti pare.”

Resta il fatto che, a prescindere dalla decisione che prendo, al prossimo crollo psicologico che avrò, loro saranno sempre lì a dare la propria opinione non richiesta, anche se io non le vorrei ascoltare, perché mi confondono e non distinguo se siano troppo pessimiste o troppo ottimiste.

Quindi, se anche voi sentite queste voci interiori, non preoccupatevi, non credete di essere pazzi, siete semplicemente anche voi dei passeggeri del Titanic in cerca di una scialuppa di salvataggio. Anche se noi, pur di non annegare, ci accontenteremmo anche di un pezzo di porta che galleggia, come ha fatto Rose!  

Autore

  • Chiara Savaglio

    Cosentina classe 1995, laureata in Biotecnologie per la Salute. Amante delle fiction al punto da conoscerne molte a memoria, legge sempre le interviste ai protagonisti e alla regia e adora sbirciarne il backstage, per comprendere a pieno il lavoro e la fatica che stanno alla base di un qualsiasi progetto. Attenta e paziente osservatrice, ha spiccate doti di diplomazia e imparzialità. Appassionata di scrittura, cinema, lettura di romanzi e musica!

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