In verità, in verità vi dico: ciò che è impossibile a Salvini, è possibile all’UE

"Si fa finta di stringersi le mani in un girotondo intorno a una bandiera europea che non ha mai ottemperato alle speranze e ai principi per cui è nata."

In una fase in cui l’attenzione pubblica è ancora dirottata sul Covid-19, l’Unione Europea ha deciso di riprendere in mano la situazione migranti, senza curiosamente sollevare grandi polveroni. La Commissione europea, infatti, ha da poco presentato un documento contenente alcune proposte per riformare il Regolamento di Dublino, ovvero il documento che getta le basi per la regolamentazione del sistema di richieste di asilo politico per chi proviene da Paesi extra UE.

Sappiamo tutti che il Regolamento di Dublino stabilisce di base che un richiedente asilo debba presentare la propria domanda alle autorità competenti del primo Stato dell’Unione Europea in cui giunge. Va da sé che le responsabilità ricadano puntualmente sugli Stati geograficamente più vicini alle zone da cui provengono questi migranti (da qui in poi denominati “Stati frontiera”), specificatamente Italia, Malta, Grecia, Ungheria, Spagna e Portogallo.

Naturalmente, ciò deresponsabilizza tutti gli altri Stati membri, che difficilmente vengono sottoposti a pressioni migratorie (di gravità più o meno rilevante) da parte di richiedenti asilo. Non solo: spesso sono proprio questi Stati che godono puramente dei benefici dell’arrivo di nuova forza lavoro sul territorio europeo.
Del resto, se in questo Paese sono pochi i giovani italiani che vedono prospettive rosee per il proprio futuro lavorativo e finanziario, figuriamoci che prospettive di vita possono pensare di avere qui terzi.

Fatta questa premessa (che è comunque sempre bene tenere a mente), veniamo a noi: Ursula von der Leyen – Presidente della Commissione europea – ha presentato questa proposta di riforma del Regolamento puntando principalmente su due fronti:

  1. Che le richieste d’asilo vengano smistate tra i vari Stati membri o che quanto meno gli Stati membri supportino gli Stati frontiera sia con sussidi economici, che con personale specializzato;
  2. Che gli Stati membri contribuiscano o sponsorizzino in prima persona i rimpatri dei richiedenti asilo ritenuti non idonei a ottenere lo Status di Rifugiato.

In un mondo fatto di polarizzazioni, ad una prima lettura di queste proposte, l’opinione pubblica si ripartirà di qui a breve in soggetti che esulteranno all’idea di aiutarli a casa loro e altri che si batteranno sui social contro la filo-xenophobia latente dietro il concetto di rimpatrio.

Chi scrive, tuttavia, non vuole premere su fattori morali; per quello bastano la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e Barbara D’Urso.

È di fondamentale importanza che tutti quanti – cittadini, governi e istituzioni internazionali – scendano a compromessi con un concetto: il rimpatrio non è un’opzione attuabile in maniera né corretta, né fattiva, né programmatica.

Da un punto di vista legale, esiste un principio cardine nel diritto internazionale, ovvero il cosiddetto principio di non refoulement. L’art. 33 della Convenzione di Ginevra stabilisce: “Nessuno Stato Contraente espellerà o respingerà, in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche.
La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha di fatto esteso tale principio anche a chi non è beneficiario dello Status di Rifugiato a seguito della sentenza Soering c. Regno Unito del 1989, riconoscendo la necessità di tutelare un individuo anche in maniera indiretta non rimpatriandolo in un Paese dove potenzialmente potrebbe essere soggetto a tortura o a trattamenti inumani e degradanti.

È chiaro, quindi, che vi sia un vuoto legislativo in merito: se un soggetto non può essere rimpatriato per i motivi di cui sopra, ma al contempo non è meritevole di asilo politico, che fine dovrebbe fare?

Da una parte l’Italia, prima che la dea della Fortuna inviasse Matteo Salvini e i suoi rosari colorati, aveva ovviato al problema istituendo un Permesso di Soggiorno per Motivi Umanitari che – lasciatevelo dire da chi ha bazzicato il sistema – bloccava sul nascere la presenza di clandestini sul territorio nazionale prima ed Europeo poi.

Con il divino avvento dei cosiddetti “decreti sicurezza”, il Permesso di Soggiorno per Motivi Umanitari ha cessato di esistere e quel vuoto legislativo di cui si parlava è diventato una voragine. Di fatto, il numero di clandestini è aumentato esponenzialmente da allora e continua a farlo, proprio a causa di questa falla.

D’altro canto, l’intera comunità internazionale ha da subito bypassato totalmente il principio di non refoulement, istituendo in ogni caso sistemi di rimpatrio dei migranti irregolari che non sono riusciti a ottenere Status di Rifugiato. Come? Con gli accordi bilaterali, naturalmente.

È stato stabilito che un rimpatrio possa essere effettuato verso un Paese d’origine che riconosca che il soggetto sia suo cittadino, a patto che il Paese ospitante abbia preventivamente stretto accordi col Paese d’origine stesso. E gli accordi bilaterali dell’Italia sono particolarmente interessanti, considerando che ad esempio uno di essi è con la Nigeria, paradiso dell’Eden per chi vuole assistere a episodi di alta corruzione delle forze dell’ordine e per chi ha quell’irrefrenabile voglia di restare coinvolto in sequestri di persona, attentati terroristici o scontri violenti fra cristiani e musulmani.

Questo è il punto dove la voragine legislativa diventa, di fatto, un buco cosmico.

Fino a che punto è contemplabile che ogni Stato membro stringa accordi bilaterali con qualunque Paese extra UE per un rimpatrio che, in buona sostanza, resta di fatto una violazione del diritto internazionale?

Qualcuno argomenta che bisognerebbe stilare una lista unica dei Paesi sicuri e cominciare da lì. Ma se il dio denaro detta legge, fino a che punto un Paese d’origine è da considerarsi realmente sicuro e non semplicemente fonte di reddito per il Paese ospitante? Non dimentichiamo che nella lista degli accordi bilaterali dell’Italia, ad esempio, compare l’Egitto. Lo stesso Paese in cui la verità su Giulio Regeni è morta insieme a lui ed in cui, ad oggi, rimane detenuto lo studente dell’Università di Bologna Patrick Zaky, con l’accusa di rovesciamento del regime al potere solo perché attivista per i diritti umani.

Con questa storia dei rimpatri, l’Unione Europea ha quindi, ancora una volta, tentato di aggirare il problema invece di risolverlo alla base.
Se si stesse parlando realmente di un’Unione – uno dei cui principi cardine è la solidarietà fra Stati e persone – tutto ciò avrebbe trovato soluzione diretta ormai da decenni.

Se si parlasse di una reale Unione tra Stati, si potrebbe iniziare a riflettere sulla creazione di un sistema d’accoglienza unico che non lasci indietro nessuno – né Stati membri, né tantomeno persone che per puro caso non ne sono cittadine – e che punti a trarre vantaggi concreti dalla presenza di nuove menti e nuova forza lavoro al servizio di una comunità che va oltre i confini geografici dei singoli Stati che ne fanno parte.

E invece, ancora una volta, si parla di vite umane come fossero merci di scambio e si fa finta di stringersi le mani in un girotondo intorno a una bandiera europea che non ha mai ottemperato alle speranze e ai principi per cui è nata.
Restiamo quindi in attesa del prossimo, ennesimo, bacio di Giuda.
Ma noi non perdoniamo. Perché qui tutti sanno quello che stanno facendo.

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Attivista per i diritti umani, classe 1995, cosentina, cosmopolita, bilingue.
Laureata in Politica Internazionale presso la SOAS e specializzata in Diritti Umani presso la UCL, entrambe prestigiose università di Londra, completa i suoi studi a soli 22 anni e da lì in poi si dedica ai diritti di richiedenti asilo e rifugiati politici.
Co-autrice del corto “Non Solo Un Volto” sulla comunità LGBTQI+ cosentina.
Appassionata di politica, attualità, serie TV e scrittura!

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