"È come vedere annegare una persona nell’acqua e non poter fare niente perché, se annega, ti butti e provi a salvarla. Ma così cosa fai?"

Si dice che per capire il nostro paese bisogna guardare Sanremo e forse non è un caso se, proprio nell’anno che ha travolto e riorganizzato la nostra quotidianità, a vincere sia stata una canzone dal titolo “Fai Rumore”. 

Ci sono tante persone che mi scrivono perché i loro cari non rientrano nei conteggi ufficiali ma sono deceduti di Covid. Queste morti devono fare rumore, devono avere un senso, devono essere servite a qualcosa” afferma Asia Marchesi che, ad un anno di distanza dalla scomparsa di suo papà Siro, chiede che si faccia rumore per tutti quelli che non ce l’hanno fatta. 

Interessato e curioso del mondo, oltre ad essere saggio. Era il tipo di persona che andava a letto e si portava dietro l’atlante geografico per leggerlo”: con queste parole Asia descrive suo papà. 

Siro Marchesi, grande tifoso dell’Atalanta, aveva subìto nel 2006 un trapianto al fegato, a causa di un tumore che aveva poi sconfitto e, per questo motivo, prendeva dei farmaci anti-rigetto che lo rendevano immunodepresso. Nei giorni nei quali si è ammalato, agli inizi di marzo 2020, l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva da poco dichiarato il Coronavirus una pandemia e in Lombardia si stavano scoprendo i primi casi italiani. 

Il ricordo principale di quei giorni è il senso di impotenza, ho anche pensato che se avessi studiato medicina avrei saputo aiutarlo. Sono arrivata a scrivere al sindaco perché papà stava male e non sapevo cosa fare” dice Asia, ricordando la fame d’aria che ha caratterizzato gli ultimi giorni di vita del suo papà. “È come vedere annegare una persona nell’acqua e non poter fare niente perché, se annega, ti butti e provi a salvarla. Ma così cosa fai?”

Siro aveva tutti i sintomi del Covid: febbre, tosse e difficoltà respiratore. In quei giorni, però, così come oggi, il Servizio Sanitario Nazionale era stordito e impreparato ad affrontare tutto ciò che stava accadendo. I tamponi erano pochi e irreperibili e, senza tampone che accertasse la positività, non si veniva ricoverati.
Per questo motivo, Siro non rientra neanche nei dati ufficiali dei deceduti per Covid.

L’ambulanza, con 5 volontari a bordo e nessun medico, si era rifiutata di portarlo in ospedale per via delle sue patologie e dei farmaci che prendeva. 

Ci sono stati un paio di giorni nei quali è migliorato ed ero felice. Per scherzare però mi ha detto che gli rimanevano ancora due giorni di vita. Io gli ho risposto che doveva smetterla perché era una roccia e lui mi ha gelato dicendomi che anche le rocce si spaccano”.

Tramite un’amica infermiera, il 13 Marzo, la famiglia ha cercato di reperire una bombola d’ossigeno, ma la prima disponibile si trovava a 40 km di distanza e, quando finalmente sono riusciti a portarla a casa, Siro non c’era già più.

Mi sono data le colpe, ho pensato magari di non aver fatto abbastanza. Ma io mi sono attenuta alle regole. Dicevano in tv, i medici e le persone competenti, di chiamare i numeri di emergenza e di non recarsi in pronto soccorso. A volte penso: se avessi preso la macchina e l’avessi portato al pronto soccorso, sarebbe andata così? Però poi mi ricordo che mi sono attenuta alle regole”.

Il paradosso della storia di Siro è che sul suo certificato di morte viene indicata come causa del suo decesso una polmonite virale che, in tempo di Covid – essendo un virus – risulta un ossimoro. 

Siamo stati abbandonati dalle istituzioni prima, durante e dopo, nonostante mi sono battuta per far conoscere la storia di mio papà. Ho ricevuto però molti messaggi di persone che si sono rispecchiate nella mia storia o tante altre che hanno perso un caro e di cui mi sono fatta involontariamente portavoce. Raccontare ogni volta non è facile, però non mi sento un’eroina perché lo faccio. Per me è giusto che se ne parli, per quello che è successo. Mettiamo non fosse stato Covid… è giusto morire così?” 

Quasi ogni persona nella provincia di Bergamo ha perso un proprio familiare a causa del Covid: “Capisco che siamo tutti stanchi, vorremmo essere liberi, ma dobbiamo renderci conto anche di quello che abbiamo passato. Quando parlano di libertà non si rendono conto che viene limitata per una buona ragione. Leggo di tante polemiche quando la priorità è la salute e che le persone restino in vita” afferma Asia. 

Mentre oggi tutti sono all’assetata ricerca di una dose di vaccino, Siro, da grande stoico, non ha voluto disturbare neanche quando avrebbe avuto tutte le ragioni per farlo, continuando a ripetere ad Asia di stare bene, mentre lei cercava di mettersi in contatto con qualcuno per prestargli assistenza.

Sicuramente si sarebbe vaccinato, sarebbe stato in prima fila. Aveva una grande voglia di vivere. L’abbiamo vista fino all’ultimo”.

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Nasce a Roma nel 1996.
Laureanda in Lettere e Filosofia presso l'Università Sapienza, è stata definita "errata ma teoricamente giusta" da un docente e non potrebbe essere più d'accordo.
Sogna di diventare giornalista senza dover prima passare dal Grande Fratello - pur consapevole che il rischio sia alto - e punta a dirigere La Repubblica, ma non il paese.
Appassionata di stand up comedy e politica (che spesso si confondono) e scrittura!

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