Il futuro non si abbandona

"Puntare sulla crescita culturale del Paese è una conditio sine qua non per avvicinarci ad uno stato di benessere duraturo e alla creazione di una società resiliente e capace di programmare con lungimiranza il futuro."

Non c’è attività umana che non abbia risentito della pandemia. 
Ogni Governo si è visto costretto ad adottare misure emergenziali nel tentativo di arginare la diffusione del Sars-CoV-2 e molte di queste sono quasi sovrapponibili.
La maggior parte degli Stati, ad esempio, ha imposto in un primo momento il lockdown generale(anche alla luce delle scarse informazioni al tempo in nostro possesso).
Moltissimi hanno previsto, anche dopo la conclusione del lockdown la chiusura di locali pubblici, teatri, discoteche, palestre.

Una scelta, però, rende peculiare l’agire del nostro governo: quella relativa alla scuola.
L’Italia è stata il Paese in cui la chiusura delle scuole è durata più a lungo in ragione della prima ondata nonché la prima ad ordinare una nuova serrata (quasi totale) a causa della seconda ondata.

L’argomento scuola divide l’opinione pubblica così come gli esperti in materia, il tema, però, è di assoluta centralità e merita una disamina.
Per analizzare l’opportunità tanto quanto l’efficacia di una misura, è necessario effettuare la comparazione tra costi e benefici tenendo lontane, quanto più possibile, spinte emotivo-irrazionali.

Volendo iniziare dai benefici, si rileva immediatamente la riduzione del contagio.
Non si può negare, infatti, che in diversi Paesi la riapertura degli istituti scolastici sia coincisa con un considerevole aumento dei contagi, ma non è assolutamente chiaro se vi sia realmente una correlazione.

La ragione risiede principalmente nel fatto che le scuole sono state riaperte in concomitanza con un numero significativo di altre attività e, in assenza di dati affidabili che riescano ad attribuire un dato contagio alla “scuola”, questa correlazione non dimostra una causalità.

Secondo uno studio tedesco, inoltre, la riapertura degli istituti scolastici è coincisa con la diminuzione di soggetti in età scolare colpiti da Covid-19, lasciando invariato il tasso percentuale delle altre fasce della popolazione.

L’altra considerazione circa l’impatto che il sistema scuola può avere sul contagio è relativa al fatto che bisognerebbe discernere il dato afferente le infezioni realmente contratte all’interno degli istituti scolastici, con quelle avvenute al contesto entro cui le scuole sono state riaperte: trasporti pubblici affollati e protocolli di sicurezza poco o male applicati.

Ad esempio, è di ieri la notizia secondo cui dall’inizio della pandemia sono stati 126.622 i bambini e gli adolescenti risultati positivi al Covid-19, pari a circa il 12% del totale dei contagiati. Di questi 36.622 hanno tra 0 e 9 anni e circa 90.000 tra i 10 e i 19.

A fornire questi dati è la Società Italiana di Pediatria, sulla base dei dati della sorveglianza dell’Istituto Superiore di Sanità, che aggiunge: “La maggior parte ha manifestato forme cliniche lievi, con un tasso di letalità bassissimo” senza, però, poter distinguere (ancora una volta) i soggetti colpiti da Covid-19 all’interno di una struttura scolastica oppure altrove.

Del resto, intorno agli istituti scolastici sono stati previsti protocolli fortemente restrittivi in un contesto in cui i soggetti possono essere strettamente controllati, così da rendere significativamente più difficile contrarre l’infezione.

Ad esempio: la misurazione della temperatura prima a casa a cura della famiglia, poi all’ingresso dell’istituto, l’obbligo di tenere il distanziamento e di indossare la mascherina in aule in cui entra un numero ridotto di soggetti sorvegliati dagli insegnanti, etc.

Proviamo ora valutare i costi di queste restrizioni.
Il primo, non per importanza, è l’impatto sul lavoro. La chiusura del sistema scuola costringe molti genitori (soprattutto quelli con prole particolarmente giovane) a dover scegliere tra il lavoro e la famiglia.

La chiusura delle scuole, però, danneggia soprattutto gli studenti di ogni ordine e grado anche se viene attivata la didattica a distanza. 
A tal riguardo, infatti, non si può tacere che, se da un lato il Covid-19 è stato imparziale colpendo tutte le fasce della popolazione mondiale, dall’altro le ripercussioni economiche hanno inciso in maniera iniqua.

La chiusura delle scuole, infatti, penalizza maggiormente gli studenti provenienti da contesti socio-economici più svantaggiati. 
Inoltre, queste misure rischiano di avere effetti globali e permanenti sul rendimento scolastico, sullo stato psicofisico degli studenti, sulle abilità cognitive degli stessi, nonché sulla capacità sociale, sulla propensione all’abbandono scolastico e sull’aumento della criminalità giovanile.

Ciò che appare dunque evidente è che questi costi, a differenza dei benefici, raggiungono un grado di dubbio decisamente meno elevato, sfiorando pericolosamente la certezza.
Sono innumerevoli, infatti, gli studi che chiariscono come la chiusura delle scuole rappresenti una seria ipoteca sul futuro di un’intera generazione e, di riflesso, sul benessere dello Stato.

D’altronde, dovremmo tenere in debita considerazione la circostanza che all’esito di questa crisi dovrà necessariamente seguire una fase di ripresa che dovrà, per natura, trarre forza e vigore dalle nuove generazioni.

Si è peraltro parlato molto, in questi mesi, di costruire una società resiliente, capace cioè di assorbire l’impatto di eventi negativi anche nel futuro.
Tuttavia, minare il processo di accumulazione di cultura nel capitale umano con prolungati periodi di chiusura delle scuole non pare essere il modo più efficace per farlo.

La scuola, infatti, rappresenta quello che grandi studiosi hanno definito “l’ascensore sociale”, vale a dire il mezzo attraverso cui assumere gli strumenti per migliorare le proprie capacità produttive e sociali.
Chiudendola, l’ascensore si blocca.

La scarsa attenzione alla scuola è uno dei problemi atavici che attanaglia l’Italia e che accomuna i Governi di ogni colore e bandiera, e nonostante si tratti di un’emergenza pre-pandemia, la formazione dei giovani dovrebbe essere un tema assolutamente centrale del dibattito politico-governativo attuale.

Sul Governo grava indiscutibilmente l’obbligo di rendere prioritaria l’individuazione di misure che impattino il meno possibile sulla didattica, minimizzando al contempo i costi del contagio.
Nessun altro Paese europeo, anche in condizioni sanitarie ben più critiche della nostra, sta rinunciando alla formazione dei propri giovani e questo rischia di farci trovare in una situazione di disparità anche in campo internazionale.

Puntare sulla crescita culturale del Paese è una conditio sine qua non per avvicinarci ad uno stato di benessere duraturo e alla creazione di una società resiliente e capace di programmare con lungimiranza il futuro.

L’auspicio è che da un lato la nostra classe politica porti al centro del dibattito quello che è un nodo fondamentale per il Paese; dall’altro, che il nostro Governo riesca a strutturare in brevissimo tempo delle misure idonee a limitare i rischi, garantendo la ripresa dell’istruzione tutta così da assolvere al suo compito più alto: garantire un futuro al Paese.

Autore

  • Matteo Petramala

    Avvocato, classe 1987, nasce nella provincia di Cosenza e qui completa gli studi classici. Laureato in Giurisprudenza presso l’Università Commerciale Bocconi, svolge la pratica forense tra Cosenza e Milano e vive per un periodo negli States per un tirocinio in un prestigioso studio legale internazionale. Opera nel settore legale in terra natìa da diversi anni. Appassionato di scrittura, letteratura, musica, calcio e pesca sportiva

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