"Il fulcro della questione altro non è se non la forte mancanza di sensibilità nei confronti delle mille sfaccettature dell'essere donna. Non è più minimamente accettabile il fatto che le problematiche femminili debbano sempre essere poste in secondo piano. Quanto bisognerà attendere prima che i prodotti mestruali vengano ritenuti, a tutti gli effetti e ovunque, un bene di prima necessità?"

Il ciclo, custode del potere riproduttivo femminile, capace di suscitare ancora un po’ di disgusto qua e là – che ci piaccia o no – è una grande benedizione.
Ebbene sì, è proprio grazie ai crampi, al gonfiore, alle abbuffate frenetiche e alla tanto odiata SPM (Sindrome Premestruale), che noi donne riusciamo a definire quanto il nostro corpo sia in salute.

Bisogna andarne fiere: la presenza del ciclo è fondamentale e naturale.
In “quei giorni” si dispone di validi alleati: dalla coppetta mestruale all’innovativo intimo assorbente, per non parlare poi degli intramontabili tamponi e delle diverse tipologie di antidolorifici.

Finalmente, una buona percentuale delle coscienze femminili disseminate in giro per il globo, ha ben pensato che fosse ora di rendere gratuita la fruizione di tali prodotti.

Con mio enorme piacere, dal 25 novembre 2020 la Scozia è ufficialmente la prima nazione al mondo ad aver approvato definitivamente un provvedimento che ha reso assorbenti, tamponi e i più svariati prodotti legati al ciclo mestruale, gratuiti per tutte le donne.

Il suddetto provvedimento prende il nome di Period Products Scotland Bill ed è frutto di una campagna portata avanti dalla laburista Monica Lennon. Con esso, la Scozia ha stanziato ben 9,2 milioni di sterline per contrastare il fenomeno della period poverty, ossia l’insieme delle difficoltà economiche nel procurarsi assorbenti e altri prodotti per il ciclo, che affligge attualmente una buona fetta della popolazione femminile mondiale.

Quello del Governo scozzese risulta essere, prima di ogni altra cosa, un concreto passo in avanti per abbattere la disparità di genere e sociale.

Nel resto del Regno Unito, tramite un provvedimento reso operativo a partire dal primo gennaio 2021, è stata definitivamente abolita l’imposta sui prodotti igienici femminili. Non sono stati raggiunti i livelli scozzesi, ma si tratta comunque di una ventata di aria fresca, considerando che anche qui, a causa della period poverty, molte donne hanno spesso utilizzato calzini o carta igienica al posto degli assorbenti.

Ancora più grave risulta essere la situazione in stati come il Kenya, dove le ragazzine si prostituiscono in cambio di pochi assorbenti o sono solite inserire le suole delle scarpe negli slip per tamponare le perdite. Il tutto è triste e bizzarro allo stesso tempo, se pensiamo che proprio il Kenya ha abolito l’imposta sulle vendite degli articoli mestruali già nel 2004.

Secondo le stime, ogni singola donna consuma in media, nell’arco della propria vita, circa 12.000 assorbenti, spendendo annualmente intorno ai 130 euro e, per quanto possa sembrare una cifra irrisoria e alla portata di tutti, come abbiamo appena visto, non è affatto così.

E in Italia che aria tira? L’aria viziata di sempre, con l’IVA sugli assorbenti pari a quella dei beni di lusso.

Grazie all’insistenza di Laura Boldrini e di altre parlamentari, il Governo italiano ha discusso più volte l’eventuale introduzione della tampon tax, ossia un provvedimento mirato a ridurre l’IVA degli assorbenti dal 22 al 5%. Parliamo però di un flop assoluto, considerato il fatto che ciò riguarderebbe esclusivamente gli assorbenti biodegradabili, quindi prodotti di nicchia, più costosi e meno reperibili rispetto ad altri.

A quanto pare, l’igiene femminile non è una priorità per i nostri governanti e non è affatto chiaro che avere il ciclo non è né una scelta, né un lusso.

Ciononostante, alcuni eventi delle ultime settimane fanno ben sperare in un futuro migliore: presso l’Università Statale di Milano è stata da poco approvata l’istallazione di alcuni distributori automatici di assorbenti, di cui ogni pezzo erogato costerà venti centesimi. Si tratta della prima università italiana ad aver compiuto un passo del genere.

I bagni di diversi istituti scolastici italiani, inoltre, pullulano sempre più di vere e proprie tampon box, frutto di puro volontariato tra studenti e testimonianza di un qualcosa che sta lentamente cambiando in positivo.

Il fulcro della questione altro non è se non la forte mancanza di sensibilità nei confronti delle mille sfaccettature dell’essere donna. Non è più minimamente accettabile il fatto che le problematiche femminili debbano sempre essere poste in secondo piano. Quanto bisognerà attendere prima che i prodotti mestruali vengano ritenuti, a tutti gli effetti e ovunque, un bene di prima necessità?

A noi donne non resta che continuare ad alzare la voce per ottenere ciò che ci spetta, sebbene si tratti di diritti che, in una società realmente civile, dovrebbero essere riconosciuti a priori, senza bisogno di lotta alcuna.

La strada da percorrere è ancora molto lunga ma, di certo, non infinita: se il ciclo può terminare dopo cinque giorni, per quale motivo a questa battaglia non spetterebbe un degno epilogo?

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Cosentina, classe 1991, laureata in Lettere e Beni Culturali, con Magistrale in Storia dell’Arte presso l’Università della Calabria e fluente in Inglese e Francese.
Oltre ad un periodo di studi a Vizille in Francia e una formazione con Eugenio Santoro dedicata ai curatori di mostre d’arte, vanta un amore per
i pittori fiamminghi e il periodo Barocco e coltiva il sogno di imparare (almeno) dieci lingue.
Appassionata di culture mediorientali, cosmesi bio, viaggi, lettura, dolci e mare!

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