"Ogni persona omosessuale, ad oggi, ha ancora quel marchio d'infamia cucito sul petto. Sbiadito forse, ma ancora c'è."

Sono passate 76 ore dalla Giornata della Memoria, eppure, dico a chi, come me, non riesce a dormire al solo pensiero di cosa abbia potuto significare l’Olocausto, che non ho alcuna intenzione di smettere di parlarne.

Ricordo quando, a conclusione del mio iter di studi in giurisprudenza, mi imbattei nei “triangoli rosa”, per una tesi dedicata al “Reato di omofobia”. 

Per ignoranza o per scelta della mia mente di rimuoverli, non sapevo cosa fossero.

Ho sempre amato il rosa, reputandolo un colore gioioso e, per certi versi, indicatore di stravaganza e di bellezza. 

Ma il triangolo rosa, tanto quanto il numero marchiato sulla pelle, la durezza del filo spinato e delle torture, non è altro che una gabbia.

Per essere internato in un campo di concentramento non dovevi necessariamente essere ebreo, ma bastava tu fossi “contro natura”, inteso come diverso, lontano e non accettabile dalla razza ariana. Perciò, che tu fossi Rom, omosessuale o una persona con disabilità, avevi il privilegio di ricevere un premio da apporre sulla tua casacca a righe: un triangolo.

Il colore descriveva un peccato specifico. Per la precisione, secondo il paragrafo 175 del codice penale tedesco in vigore dal 1871 al 1994, che considerava un crimine il rapporto sessuale di tipo omosessuale tra uomini, il colore rosa era abbinato a questa specifica categorie di esseri.

Dato che i nazisti provavano vergogna, ma, a volte, piacere nell’uso e nell’abuso dei soggetti affetti da omosessualità, scelsero, più volte, di ingrandire il triangolo rosa sul petto dei pederasti, perché fosse ben visibile – anche a distanza – la loro inferiorità.

La stessa distanza che bastava ai “Kapitäne” per pretendere, con dei semplici fischi, la ricezione di atti sessuali, consumati in segreto, e per il solo gusto di sottomettere un animale.

Gli orrori perpetrati su questa carne da macello non mi hanno spinto tanto a non mangiare più carne, quanto a seguire un’inclinazione che mi ha condotto a rifuggire qualsiasi forma di discriminazione. 

Del resto, è questo che ci ha insegnato il 1948, non è così?

È così, o almeno dovrebbe.

Nei miei studi, definitivamente abbandonati dopo la laurea, ho spesso (per dovere) riletto, in modo molto aperto, la nostra Costituzione e mi sono sentito al sicuro. Che ci siano lacune ed assunti culturalmente datati è chiaro, ma, tutte le volte che la studiavo e rileggevo elencata ogni libertà, mi sentivo protetto e in una botte di ferro. 

Il problema è sempre stato valutare quanto la nostra Costituzione, entrata in vigore nel 1948, trovasse concreto riscontro in Italia e nella vita quotidiana.

Ogni persona omosessuale, ad oggi, ha ancora quel marchio d’infamia cucito sul petto.

Sbiadito forse, ma ancora c’è.

Sfido chiunque a non essersi trovato in situazioni in cui qualcuno indicasse l’omosessualità come una malattia, o una “scelta” presa dal soggetto in questione. 

Sfido te, maschio alfa, a negare di aver fatto, qualche anno fa, il test “Quanto sei etero?” su Facebook.

Ma – soprattutto – sfido te, lettore, a negare di esserti trovato, anche solo una volta, in una delle seguenti situazioni che, invece, noi omosessuali viviamo di frequente:

  1. Sei con un amico ed un’amica e devi far capir loro di chi tu stia parlando: “Dai, certo che lo conoscete; Luigi, il ragazzo con gli occhi azzurri, castano, quello gay, che fa sempre video su Instagram”. Di solito, Luigi non basta – neppure se seguito dal cognome – per far capire di chi si stia parlando. Spero, comunque, che questo Luigi, abbia qualche altro tratto distintivo, senza doversi per forza tingere i capelli di un altro colore; 
  2. State guardando la partita di calcio in TV e, tra una parola poco carina e l’altra, l’allenatore è subito un “ricchione” o un “finocchio” … perché si sa: se sei incapace, sei sicuramente gay;
  3. Vi ritrovate con gli stessi amici del punto 1 e la domanda, a bassa voce, esce spontanea: “Ma, secondo te, Luigi, è gay?”… un secondo di silenzio e, poi, “Secondo me sì, è così sensibile e poi è un artista”. Chi glielo dice a Henri de Toulouse-Lautrec e a Papa Francesco?
  4. “No, vabbè, anche io voglio un amico gay, così mi accompagna ovunque e a fare shopping”, perché si sa, i gay sono accessori e, in più, si vestono tutti bene;
  5. “Per quanto mi riguarda, ognuno può fare ciò che vuole”… solo se sei l’Assemblea Costituente;
  6. Il fidanzato della tua amica che dice “ma io non ho nessun problema con i gay, ho tanti amici gay, ma sai…” … che la tua è una forma di omofobia interiorizzata? ;
  7. “Capisco tutto, ma perché travestirsi? E i Pride? Sembra sia un terzo sesso!” 
  8. “Ormai tutti dicono di essere gay, tanto è una moda.”

Queste sono solo alcune delle scene a cui un ragazzo, da sottolineare “omosessuale”, è costretto ad assistere ogni giorno, tra risatine, sguardi ammiccanti e messaggi denigratori o “segreti” (Es.: “la mia fidanzata non sa nulla”).

In questo mondo, un omosessuale non è realmente libero. Quindi, non dobbiamo infastidirci, se c’è gente che scende in piazza per urlare i propri diritti, né indignarci per la tanto contestata “ostentazione” chiosando con un bel “lo facessero a casa loro”, perché l’unica vera indignazione deve nascere se guardi l’altro con occhi diversi.

Gli omosessuali sono diventati una categoria sociale, da considerare come una specie di colonnina a parte nel PIL italiano. Gli omosessuali, per una caratteristica intrinseca, sono ridotti a un sottoinsieme dell’umanità, al pari dei celiaci, degli handicappati, dei neri…

“Quella che non può mangiare pane, te la ricordi?”

“Quello sulla sedia a rotelle! Ci pensi?”

“Quello che viene sicuro dal Senegal!”

… “sì, me li ricordo… poverini!”

“Gli omosessuali”: categoria sociale formata da poverini

“Gli omosessuali”: categoria sociale formata da diversi.

“Gli omosessuali”: categoria sociale formata da pederasti, peccatori, froci, ballerini, cantanti, parrucchieri, artisti, letterati, violinisti, violoncellisti, terrapiattisti, leghisti, fascisti, comunisti

… un insieme di “-isti” di cui si dimentica la cosa fondamentale: il fatto che siano persone.

È questo il salto che non fa la mente di chi ignora e sbeffeggia l’altro in quanto tale. 

Perché gli omosessuali sono esseri umani, ancora oggi demonizzati, ghettizzati e dimenticati, finché non vi serve un parere artistico.

Io non dimentico quei triangoli rosa sul petto di uomini che sono morti anche per me… strappati ad una vita che non hanno scelto di voler vivere, ma che gli è stata donata secondo il principio di diversità; 

quello stesso principio per cui tu sei più coglione degli altri.

Inizio a capirla quella Costituzione letta e riletta. 

Non mi sento più al sicuro come una volta, ma voglio essere fiducioso negli altri.

E così, ogni giorno, porto anche io con orgoglio il triangolo rosa sul petto che voi calcate quotidianamente come un taglierino nella carta, per ricordare a me stesso che la violenza, i soprusi e la morte non devono mai far paura, se a marcire non è la vostra anima.

Autore

  • Social Media Strategist, cosentino classe 1991, fluente in 3 lingue. Laureato in Giurisprudenza per caso, in Marketing e Comunicazione per scelta, ha vissuto a Roma, Milano, Alicante, Boston, Londra... Ma per lui nessun posto è come “casa”. Eletto vincitore della Hult Business Challenge da una giuria di Google per il suo progetto sui matrimoni calabresi intitolato “WEDDIE”. Appassionato di viaggi low cost, serie TV e Instagram!

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