Habibi: documentare la realtà per scardinare gli stereotipi

"Sono le emozioni di queste famiglie ad essere il centro del racconto, l’amore per questi dolcissimi bambini che rappresentano al tempo stesso un grande gesto di ribellione ad un contesto violento”.

Habibi è il progetto vincitore di due premi al World Press Photo 2021: Story of the Year 1st prize long-term projects

Antonio Faccilongo, fotografo documentarista, ha raccontato con Habibi la storia delle famiglie palestinesi da una prospettiva unica: il contrabbando di sperma dei prigionieri politici palestinesi che, essendo stati condannati all’ergastolo, sono detenuti nelle carceri israeliane e, in molti casi, non hanno neanche diritto alle visite coniugali. 

Le mogli, che ricevono il liquido seminale attraverso metodi poco sanitari (come ad esempio le provette all’interno delle barrette di cioccolato, ndr) praticano poi l’inseminazione in vitro, offerta gratuitamente dalla collettività poiché i loro mariti sono considerati come dei salvatori, i quali hanno rinunciato alla loro libertà per la patria. 

Faccilongo è partito per la Palestina per la prima volta nel 2008 e, tornando da quel viaggio, si è reso conto di voler raccontare tutto ciò che si nasconde dietro gli scontri che avvengono in quei luoghi; la vita e le storie di chi si trova a pagare il prezzo dei 70 anni precedenti e di cui non ha nessuna colpa. 

Per questo motivo le emozioni e i sentimenti di queste famiglie sono il nucleo del racconto di Habibiche in arabo significa “amore mio”. La nascita di questi bambini rappresenta così un grande gesto di ribellione ad un contesto violento. 

In occasione dell’apertura della mostra World Press Photo 2021 al Mattatoio di Roma abbiamo incontrato Antonio Faccilongo con il quale abbiamo parlato dei recenti scontri tra Israele e Palestina, di cosa si provi a vivere in una zona dove non puoi fuggire dai bombardamenti e, soprattutto, dell’approccio narrativo del giornalismo al tema.

Come descriverebbe il progetto Habibi?

“Questa è una bella e difficile domanda (ride, ndr). Dal mio punto di vista è la rappresentazione e un tentativo di scardinare lo stereotipo della visione occidentale dell’uomo arabo, in generale, e, in questo caso specifico, del palestinese. Purtroppo, come i recenti avvenimenti ci dimostrano, la narrazione di questi luoghi molto spesso è quella di persone che pianificano la loro vita pensando a come odiare l’altra parte del muro e fare azioni di guerra. Il mio progetto cerca di restituire dignità alle persone attraverso l’umanità, mostrando un punto di vista emotivo e quotidiano. Questo è il motivo per il quale ho scelto l’amore e le immagini delicate come struttura portante del mio lavoro”.

Nonostante abbia vinto due premi al World Press Photo 2021 ha dichiarato però che Habibi è un progetto che non si ferma qui, non è ancora concluso. 

“Sì, lo pensavo già da tempo e ricevere questi premi ha fortificato la mia idea. Penso che questa sia la prima tappa di un percorso diviso in tre fasi: infanzia, adolescenza e vita adulta. Vorrei raccontare la storia di questi bambini, nati in un modo così speciale, per mostrare cosa significhi nascere e crescere in un luogo pieno di contrasto. Il progetto è partito con la loro nascita e si evolverà fino a quando loro stessi diventeranno genitori. Nell’insieme penso sia lungo trenta anni, ne mancano altri venti e più. Un progetto a vita”.

C’è un’immagine che ha avuto difficoltà a scattare dal punto di vista emotivo?

“Le emozioni sono il centro del racconto, anche le mie emozioni rispetto al vissuto di queste famiglie. L’immagine in cui ho avuto più emozione, che difficoltà, è quella di una donna durante il viaggio per raggiungere il carcere per visitare il marito. È stato un momento particolare che ha cambiato molto la mia consapevolezza rispetto a questa storia perché lei sta abbracciando e proteggendo suo figlio. Quell’abbraccio è espressione di fragilità rispetto alle difficoltà che li circondano ma, al tempo stesso, simbolo di grande amore e protezione. Tutto questo mi ha fatto provare grande empatia e immedesimare nella foto. Mi sono sentito io stesso quel bambino. Ho capito in quel momento che quello che dovevo raccontare erano le emozioni che vedevo nei loro volti, un punto di vista emotivo e meno incentrato sulla procedura tecnica. Sono le emozioni di queste famiglie ad essere il centro del racconto, l’amore per questi dolcissimi bambini che rappresentano al tempo stesso un grande gesto di ribellione ad un contesto violento”.

Quando è andato in Palestina per la prima volta, nel 2008, mentre stava atterrando erano in corso dei bombardamenti. Partendo si ha un’idea di cosa ci si può aspettare ma trovarsi poi sul campo è un’altra storia. 

“Averlo pianificato e viverlo sono due cose completamente diverse. Dopo anni nei quali si era parlato di due stati indipendenti e di pace, tutto era stato rovinato da politiche nuove e più estremiste da entrambi i lati. Nel momento nel quale sono arrivato si erano inaspriti i rapporti tra Israele e Palestina, si parlava di un possibile conflitto. Sono partito pensando di portare un mio contributo in un momento difficile, mi trovavo con altre persone per portare medicine a Gaza e quindi siamo partiti con la consapevolezza che ci potessimo ritrovare dentro una guerra. È stato difficile, forse più di quello che pensavo, perché vedi, odori e senti di tutto e senza un filtro. Ritornando da quel viaggio, ho capito di voler fare il documentarista, di voler raccontare le storie dietro agli scontri. Se immaginiamo queste persone sempre e solo come terroristi è anche un po’ perché molto spesso ne parliamo e li raccontiamo solo quando succede qualcosa di questo tipo. Abbiamo anche noi la responsabilità, come addetti ai lavori, di mostrare che il 99,9% delle volte sono molto altro”.

Come si riesce a non cedere alla paura?

“Attaccandosi fortemente ai valori e non alle ambizioni personali, perché queste ultime possono vacillare facilmente quando hai paura. Devi credere fermamente in quello che stai facendo. Insegno fotografia da qualche anno e ai miei studenti dico sempre di trovare quelle storie per cui loro sentono e provano interesse personale che ti permette di non demordere e di avere quella forte passione per la giustizia, per la denuncia, per essere la voce di qualcun altro che sta vivendo una discriminazione. Se fossimo mossi solo da interessi personali, nei momenti di difficoltà lasceremmo perdere. Ciò che ci fa andare avanti è un coinvolgimento interiore forte ed empatico con quello che si racconta”.

Di recente gli scontri tra Israele e Palestina si sono riaccesiSe si trovasse lì, cosa metterebbe in risalto di questi 15 giorni di bombardamenti?

A distanza è difficile dirlo. Rispetto al 2008 è cambiato molto fra questi due mondi e in questi scontri, e anche io sono cambiato tanto. Credo tuttavia che sia importantissimo documentare, anche e soprattutto in questi momenti. Se fossi lì cercherei di raccontare storie che ci fanno capire cosa significhi attendere un bombardamento, pensare di essere dimenticati dagli altri. Cercherei di capire come vive questa situazione un bambino di 6 anni che della guerra e dell’odio non sa nulla e si trova costretto a vivere una paura di cui noi non riusciamo a capirne l’intensità, se non siamo stati sotto i bombardamenti. 

Essere lì e pensare che in qualsiasi momento o istante può arrivare qualcosa che ti polverizza. Sono arrivate immagini di bambini che hanno dovuto vivere i funerali dei loro genitori, cercherei di documentare tutto questo. 

Noi occidentali abbiamo una responsabilità perché questi bambini nel futuro dovranno decidere come intervenire e risolvere i problemi. Se mostriamo che l’Occidente li vuole accettare e interviene per salvarli e fermare la questione forse avremo una generazione futura di adulti che saranno in grado di comunicare. In caso contrario avremo contribuito a farli sentire abbandonati e rifiutati”.

Le due narrazioni più importanti del giornalismo sono quella dei fotoreporter e quella dei quotidiani. Pensa che la narrazione dei giornali sulle notizie da Gaza “fotografi” realmente ciò che sta accadendo? 

“Ho la percezione che si generalizzi troppo per semplificare. A volte si strumentalizza l’informazione a favore dell’elettorato che il giornale rappresenta. Altre volte invece tentano di semplificare una situazione così vasta e complessa al loro pubblico. Spiegare tutti i retroscena diventa troppo complicato e la soluzione viene di conseguenza ridotta ad un: andare contro i musulmani. 

La disinformazione che viene data da un media che non ha schieramento politico è più pericolosa di quella data da un giornale che apertamente simpatizza con una fazione politica perché io leggo quell’informazione senza il filtro che un giornale schierato invece ha.

Questo è un tema molto complesso e semplificarlo significa togliergli anche tutte quelle sfumature che ha”.

Un fotografo documentarista quanto si porta con sé delle storie che racconta?

“È molto relativo al tipo di approccio e di relazione umane prediligi. È impossibile rispondere con un valore assoluto perché ognuno di noi ha una scala di valori diversa. Per me è fondamentale essere dentro la storia e farla mia. Tutti i miei progetti personali vengono scelti perché motivati da una forte passione al tema. 

Voglio che la mia presenza, le mie interpretazioni e le mie emozioni rispetto alla storia traspaiano nel racconto perché sono anche le emozioni delle persone che ho di fronte. Ho passato lungo tempo con queste famiglie e questo mi ha permesso di diventare un membro della loro famiglia. È una forma partecipativa, diventiamo un team perché chiedo ai protagonisti del mio racconto cosa ne pensano delle immagini dal punto di vista fotografico e loro mi permettono di mettere in luce aspetti della loro vita che hanno vissuto. Nella foto del telefono, per esempio, c’è la mia mano a tenere il cellulare e ho scelto quella foto per voler manifestare il mio rapporto con loro ed esprime quanto io sia legato a loro”. 

In un’intervista ha dichiarato: “La fotografia è quello spirito di avventura che ti spinge alla scoperta del mondo ma anche ad andare alla ricerca di te stesso”.  

Cosa ha scoperto di sé stesso realizzando questo progetto?

“Probabilmente ho riscoperto una parte di me che avevo un po’ sepolto per proteggermi. Prima mi hai chiesto quale è l’immagine a cui sono più legato e ti ho risposto quella dell’abbraccio del bambino con la mamma. Ho sentito una forte empatia ed emozione nel momento in cui stavo scattando la foto e ho capito che, tramite la loro storia, stavo raccontando quella sensazione di protezione e di amore che hai quando sei bambino e i tuoi genitori ti proteggono. Ho realizzato che era una cosa che stavo ricercando tramite loro, riscoprendo le sensazioni e il sentimento di protezione che ho provato da bambino. Nell’intervista da cui hai estrapolato la frase dico che è un po’ la ricerca e un ricongiungimento tra me, mia madre e mia nonna, quegli amori di cui sento la mancanza”.

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Nasce a Roma nel 1996.
Laureanda in Lettere e Filosofia presso l'Università Sapienza, è stata definita "errata ma teoricamente giusta" da un docente e non potrebbe essere più d'accordo.
Sogna di diventare giornalista senza dover prima passare dal Grande Fratello - pur consapevole che il rischio sia alto - e punta a dirigere La Repubblica, ma non il paese.
Appassionata di stand up comedy e politica (che spesso si confondono) e scrittura!

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