"La guerra come mezzo che giustifica il fine, dunque. Ma “Se è vero che il fine giustifica i mezzi, non c’è e non ci sarà mai una guerra che possa dirsi “l’ultima”.

“Se consideriamo questo spettacolo delle passioni ci poniamo innanzi agli occhi, nella storia, le conseguenze della loro violenza, della irragionevolezza che è connessa non solo ad esse, ma anche, e ci si potrebbe persino dire soprattutto, a quelle che sono buone intenzioni, scopi giuridicamente legittimi […] Ma pure quando consideriamo la storia come un simile mattatoio, in cui sono state condotte al sacrificio la fortuna dei popoli, la sapienza degli stati e la virtù degli individui, il pensiero giunge di necessità anche a chiedersi in vantaggio di chi, e di quale finalità ultima, siano stati compiuti così enormi sacrifici” .

La storia è come il bancone di un macellaio, scriveva Hegel nelle sue indimenticate “Lezioni sulla filosofia della storia”. Sarebbe una sfida, oggi, trovare qualcuno disposto a mettere in discussione questa cruda quanto realistica affermazione.

Che piaccia o no, infatti, la nostra civiltà si è costruita sulle macerie di una serie interminabile di guerre: i grandi mutamenti politici, i passaggi da una fase all’altra della storia sono in gran parte figli delle varie forme di guerra.

Solo pochi giorni fa si è celebrato l’anniversario di quel terribile 11 settembre 2001, non a caso ricordato da innumerevoli giornali come “l’attentato che cambiò il mondo”.
Effettivamente quella data segnò l’inizio di una nuova epoca, contraddistinta da forti segnali di decadenza delle storiche potenze occidentali- prima tra tutti, proprio l’America – e una crescita esponenziale dei pericoli legati al terrorismo.

E tuttavia, anche noi, in quella sorta di limbo indefinito e indefinibile che stiamo vivendo a causa della pandemia, abbiamo sentito spesso e volentieri profilarsi all’orizzonte l’inizio di una “nuova era”.

I sacrifici, il panico, l’incertezza, la percezione della morte hanno dato a tutti, specialmente nel periodo iniziale, la sensazione di vivere una guerra.

E poi la promessa di farcela, la speranza di uscirne migliori, la delusione di ritrovarsi di fronte alla tragedia, all’inumanità.

Mentre da una parte del mondo si festeggiava serenamente il ferragosto, dall’altra le immagini delle persone aggrappate all’aereo militare statunitense che decollava da Kabul sancivano prepotentemente il fallimento dell’ennesima  guerra, e come i grandi paradossi storici, anche della pace.

Dell’idea di pace.

Se da un lato, dunque, si paventa la possibilità di aprire un nuovo ciclo, di operare il famoso “rovesciamento di paradigma”, dall’altra dobbiamo dare conto all’unica costante che percorre tutta la filosofia della storia: la guerra.

E’ proprio attraverso la descrizione di questo termine che viene definita, per opposizione, la pace.

Nella coppia di antitesi “guerra-pace”, infatti,  i due termini acquisiscono il loro significato non dall’essere singolarmente definiti, ma dal solo fatto di presentarsi in coppia: dei due termini, quello che viene definito è il termine forte, mentre  quello che viene definito unicamente come la negazione dell’altro, si presenta come il termine debole. Nella coppia “guerra-pace” il termine forte è il primo, il termine debole il secondo.

Prova di ciò è il fatto che nella sterminata letteratura sul tema si possono trovare infinite definizioni di guerra mentre ve ne è sempre e solo una per la pace, descritta solitamente come fine o cessazione o assenza della guerra.

Questo perché, semplicemente, il termine forte è quello che denota lo stato di cose esistenzialmente  più rilevante, nonché quello che necessita di una qualche spiegazione e giustificazione.

Perché la guerra e non la pace?  La ricerca della risposta a questa domanda muove da sempre gli spiriti umani.

Particolarmente interessante è l’atteggiamento che la filosofia politica ha ininterrottamente riservato al tema. Il giudizio politico, infatti, è generalmente fondato sul principio secondo cui il fine giustifica  i mezzi.

Ciò significa che azioni politiche come la guerra o la pace non sono da intendere come  valori intrinseci e finali di per sé, ma piuttosto come valori strumentali: è in base a questo assunto che non sempre la guerra viene condannata e la pace esaltata.

Si pensi a tre tipologie di guerra a cui viene notoriamente attribuito il riconoscimento della legittimazione:  la guerra di difesa, la guerra di riparazione e la guerra punitiva. In tutti e tre i casi la guerra assume un valore positivo perché rappresenta lo strumento per il ristabilimento del diritto violato.

Se, infatti, nel diritto interno la riparazione di un torto subito prevede l’uso di una sanzione giuridica, nel diritto internazionale questa sanzione è rappresentata dall’uso della forza e quindi, in casi estremi, anche della guerra.
Non è un caso che si parli del diritto internazionale come di uno spazio in cui vige ancora lo stato di natura hobbesiano.

La guerra come mezzo che giustifica il fine, dunque. Ma “Se è vero che il fine giustifica i mezzi, ne discende che il non raggiungimento del fine non consente più di giustificarli”. Non c’è mai stata una guerra che non abbia causato più male di quello che si prefiggeva di espugnare.
Non c’è e non ci sarà mai una guerra che possa dirsi “l’ultima”.

Inutile ammettere che a questa conclusione l’uomo sia arrivato da tempo. Eppure, nonostante tutto, sembriamo destinati a un futuro di guerre, di vite sacrificate inutilmente.

Se vogliamo davvero sperare nell’inizio di qualcosa di nuovo, migliore, dovremmo porci tutti una semplice domanda:  esiste un’alternativa percorribile? E’ realistico pensare che si possa eliminare definitivamente la guerra?

Le risposte alla due domande sono estremamente collegate tra loro: esiste certamente un’altra via, ma non azzarderei sul rispondere che sia realistico pensare di volerla percorrere. Sarebbe però estremamente necessario.

Mi rifaccio in questo caso alle parole di  Luigi Ferrajoli, uno dei maggiori esponenti della filosofia del diritto italiana:

<<Una politica in materia di sicurezza, sia nazionale che sovranazionale, dovrebbe perciò muovere dal riconoscimento di un fatto elementare. Questa diffusione delle armi e il pericolo tremendo che ne consegue per la pace e la sicurezza sono il segno che non si sono compiuti […] il completo disarmo dei consociati e il monopolio pubblica della forza […] come le condizioni del passaggio dallo stato di natura allo stato civile>>.

Non si spiega, infatti, se non con gli ingenti interessi delle lobby delle armi e degli apparati militari, come mai le armi non siano state ancora messe al bando come beni illeciti, in quanto contrari al primo fondamentale diritto che è quello della vita umana.

Mettere al bando seriamente il commercio e la detenzione delle armi costituirebbe la prima garanzia della pace, della sicurezza e della vita stessa.

Tanto più rinsalderebbe il nesso biunivoco tra democrazia, diritti fondamentali e pace, rendendo evidente come solo “una politica sociale globale, che prenda sul serio i diritti stabiliti nelle tante carte internazionali, possa spegnere i focolai della violenza che alimentano criminalità organizzata, terrorismi e guerre civili”.

Certo, parlare oggi di un disarmo completo a livello internazionale sembra solo una grande utopia. Ma c’è bisogno quantomeno di innescare un dubbio, di porsi un problema. E perché non farlo proprio adesso che anche noi, a modo nostro, siamo reduci da una guerra?

Nella lettera dell’8 Ottobre 2001 indirizzata ad Oriana Fallaci, pubblicata sul Corriere della Sera, Tiziano Terzani riportò una bella domanda di Padre Balducci:
“La sindrome da fine del mondo, l’alternativa fra essere e non essere, hanno fatto diventare l’ uomo più umano?”.

A guardarsi intorno pare di no, rispondeva Terzani. Probabilmente oggi risponderemmo la stessa cosa.
Ma ciò non significa rinunciare preventivamente alla speranza, rinunciare al ricordo di essere umani.

Non bisogna rinunciare, soprattutto, alla pretesa di vivere in un mondo più giusto. Un mondo in cui l’ideale della pace non sia condannato a restare solo una bella quanto lontanissima utopia.

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Scorpione nell’anima, classe 1996, nasce a Cosenza e atterra a Torino.
Specializzata in Scienze del Governo, curiosa del genere umano e di tutto ciò che è cultura, studiosa dei fenomeni di mutamento politico ed economico-sociale in una prospettiva multidisciplinare, aborra l’autoreferenzialità del sapere, il qualunquismo, e le questioni che non vengono analizzate a dovere.
Pallavolista a livello agonistico, aspira a diventare docente universitaria e giornalista.
Appassionata di filosofia politica, dibattito, sport, viaggi e mondo viticolo… per diventare presto sommelier!

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