Guardavo il mondo che girava intorno a me

"La ferrovia è dritta, con persone che vanno e vengono, mentre io mi perdo a sognare come sarebbe 29 settembre di Lucio Battisti."

Seduto in quel caffè
Io non pensavo a te
Guardavo il mondo che
Girava intorno a me

Poi d’improvviso lei sorrise
E ancora prima di capire

C’è spesso, nei miei ricordi, 29 settembre di Lucio Battisti. Forse perché piaceva molto ai miei genitori che in macchina mettevano solo il cd doppio Battisti e Mogol, o forse semplicemente, mi piace. Forse è capitato a tutti di non vedere altro che lei, di perdersi in un sorriso e pensare che sulla terra non ci sia stato mai niente di più totalizzante e puro. Ma sì, certo che ci è successo, certo che qualche volta abbiamo distolto il pensiero dalla retta parallela e siamo inciampati, anche solo per un attimo.

Ho letto su alcuni forum, a proposito di 29 settembre, che delle persone raccontavano di aver dedicato questa canzone al proprio partner senza capire che, in realtà, si trattasse di una canzone su una scappatella. Una scappatella descritta con la delicatezza di una storia che comincia. Però ecco, quant’è romantico dire che ancora prima di capire, ancora prima di realizzare di star respirando vicino ad un’altra persona, sei stretto a lei, come se nient’altro ci fosse intorno? Allora questo potrebbe diventare un errore un buona fede certamente perdonabile. 

Anche se no, non pensavo a te.

Mi sono ritrovata più volte a immaginarmela, come la scena di un film che si apre davanti ai miei occhi con colori vividissimi, caldi, dai contorni definiti. Me la immagino anche adesso, in treno, mentre l’ascolto e nel frattempo cavi dell’elettricità e tralicci compongono il mio paesaggio.
La ferrovia è dritta, ma in alcuni punti si snoda e si incrocia, passa per i binari, con persone che vanno e vengono, mentre io mi perdo a sognare come sarebbe 29 settembre di Lucio Battisti.

Mi trovai sottobraccio a lei
Stretto come se non ci fosse che lei

Vedevo solo lei
E non pensavo a te 
E tutta la città
Correva incontro a noi
Il buio ci trovò vicini
Un ristorante e poi

Li vedo chiaramente, due che si stringono, che corrono, si specchiano l’uno negli occhi dell’altra, spesso ridono, altre volte tacciono. Chissà a cosa pensano, perché lui si stringe nelle spalle, affonda la mano nella tasca dei pantaloni, come se stesse cercando qualcosa. Non trova niente, neanche un accendino, perché non fuma.

Allora lei lo ferma, gli sorride – è così facile sorridersi, è una cosa di cui non possono fare a meno – anche se ha le gote un po’ arrossate per il freddo e per il vino, e gli chiede se ha fame. Lo fa con naturalezza, pur celando un certo timore, si passa la mano tra i capelli, trattiene il fiato.

Lui vorrebbe dire di no, che non ha fame, che vorrebbe tornare a casa, chiudere la porta a chiave con doppia mandata e dimenticarsi di lei, lasciarsela alle spalle, come se non fosse mai esistita. Sì, dovrebbe fare così, ma non conosce il modo. Vorrebbe trovare una soluzione, una risposta, ma non ce l’ha e allora esita. Bisbiglia a malapena, non lo sento neppure, forse sta dicendo che cenare va bene, che non ci sarebbe niente di male. Proprio niente.

Di corsa a ballar sottobraccio a lei
Stretto verso casa, abbracciato a lei

Quasi come se non ci fosse che
Quasi come se non ci fosse che lei

Quasi come se non ci fosse che lei
Come se non ci fosse che lei

Poi che sarà mai un bicchiere di più, un sorso, l’ultimo, quello che lascia quella traccia rossiccia sulle labbra. In un attimo, la musica, una risata, un abbraccio tenero, una carezza e un altro passo di danza. I presenti nel locale si lasciano andare a una risata divertita, una coppia avanti con l’età urla loro che sono fantastici e non dovrebbero assolutamente vergognarsi, anche se sono i soli in piedi nel locale. Qualcuno lancia delle occhiatacce, altri commentano il loro atteggiamento, li definiscono dei “ragazzini boriosi”, eppure nulla li sfiora; anzi, scappa ad entrambi una risata sonora che rimbomba per la sala.

La musica li avvolge, li trasporta, sono molto belli. Si dicono qualcosa, ma io non posso sentirli, prendo le distanze da quell’euforia, li lascio andare. Riesco a cogliere uno sguardo di lui, sulla porta del ristorante, mentre la osserva rimettersi il cappotto. Sa che non dovrebbe pensarlo, che nulla di questo ha un senso, ma no, non gli importa. Come se non ci fosse che lei, allora le prende la mano. Faccio in tempo a vederli avvolgersi l’uno nelle braccia dell’altro e a svanire nella notte.

Mi son svegliato e
E sto pensando a te
Ricordo solo che
Che ieri non eri con me
Il sole ha cancellato tutto
Di colpo volo giù dal letto
E corro lì al telefono

Parlo, rido e tu, tu non sai perché

Deve essere stato difficile svegliarsi la mattina dopo, immagino che lui abbia avuto un gran mal di testa e un certo senso di spaesamento. Credo abbiano dormito a casa di lei, perché lui non riconosce i quadri sulle pareti, pensa che sia tutto un sogno, ma quando la vede seppellita dal piumone, realizza di essere vivo, lucido, impaurito.

Si alza di scatto, si riveste di corsa, esce da quell’appartamento e non chiede neanche scusa, non dice neanche arrivederci, ha solo bisogno di respirare e magari cancellare quel ricordo. Non appena mette piede fuori dal portone il sole lo acceca, si sente così sopraffatto che avrebbe solo voglia di scappare. E invece no, pensa a lei, a lei che non aveva richiamato la sera a cui non aveva pensato neanche per un attimo. 

La chiama subito, le dice “buongiorno! Ti sei svegliata? Stai bene? Dovevi venire con me ieri!” e scoppia a ridere, si sta dimenticando lentamente di tutto quello che è successo, di quell’ebbrezza, di quel piccolo amore. Le racconta di essere uscito con gli amici, descrive nel dettaglio le conversazioni, le battute, e ride, ride un sacco. 

T’amo, t’amo e tu, tu non sai perché
Parlo, rido e tu, tu non sai perché
T’amo, t’amo e tu, tu non sai perché
Parlo, rido e tu, tu non sai perché
T’amo, t’amo e tu, tu non sai perché

Dall’altoparlante annunciano la fine della corsa: sto arrivando al capolinea. È così che termina anche il viaggio della mia immaginazione. Vedo tutti che si alzano per prendere i propri bagagli e finalmente scendere per sgranchirsi le gambe. Cinque ore di treno sono tante, e anche io mi sento leggermente frastornata.

Nelle cuffiette faccio suonare ancora 29 Settembre, e stavolta penso a settembre di due anni fa, quando dovevano uscire le date delle sedute di laurea e io speravo di capitare proprio il 29. Un sabato. Uno strano giorno per laurearsi, eppure io l’ho sperato un sacco. Mi vedevo già con la corona di alloro e la canzone di Battisti in sottofondo, quasi in lontananza. Come fosse una suggestione della memoria.

Mi sono laureata di sabato 29 settembre, a mezzogiorno più o meno, e la ricordo bene quella felicità mentre guardavo il mondo che girava intorno a me.

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Maria Letizia Stancati

Maria Letizia Stancati

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