Fenomenologia dell’imbecille. Norma ed eversione sui social network

"Certo, qualcuno mi dirà, sono io, qui, a peccare di classismo, se immagino chiunque condivida assurdità o fake news sul web come appartenente a un ceto sociale inferiore – e quel qualcuno avrebbe ragione. Purtroppo, questi sono fenomeni del tutto trasversali al ceto d’appartenenza, e anche di recente ne abbiamo avuto prova."

Quando, nel 1961, Umberto Eco scrisse la celebre Fenomenologia di Mike Bongiorno (ora in Diario minimo, Bompiani, 2013), internet era appena un’ipotesi, e i social network nemmeno un’utopia. Eppure, nel breve articolo in cui, di fatto, si inventa la critica della televisione, il grande semiologo intuisce una caratteristica fondamentale dei moderni mezzi di comunicazione. Scrive, infatti, Eco, che all’uomo «circuito dai mass media» in generale

gli si chiede di diventare un uomo con il frigorifero e un televisore da 21 pollici, e cioè gli si chiede di rimanere com’è aggiungendo agli oggetti che possiede un frigorifero e un televisore; in compenso gli si propone come ideale Kirk Douglas o Superman.

Tuttavia, una volta che l’uomo dei media in generale diventa uomo televisivo, questo rapporto di tensione tra l’essere e il poter essere muta drasticamente:

La TV non offre, come ideale in cui immedesimarsi, il superman ma l’everyman. La TV presenta come ideale l’uomo assolutamente medio.

Da questa semplice intuizione, Eco si avventurerà in una geniale disamina del comportamento televisivo di Mike Bongiorno, del suo atteggiamento, del suo linguaggio, della sua ideologia, giungendo alla conclusione che, in effetti, a garantire il successo del celebre presentatore non è la sua eccezionalità, ma al contrario la sua rassicurante mediocrità. In definitiva, Bongiorno «rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere, perché chiunque si trova già al suo livello».

Ora, perché Eco diventasse un critico anche dei social network, si è dovuto aspettare praticamente mezzo secolo. Nel 2015, si ricorderà, durante una lectio magistralis tenuta all’Università di Torino in occasione del conferimento di una laurea honoris causa in “Comunicazione e cultura dei media”, il compianto studioso si lasciò sfuggire un commento marginale, forse un po’ infelice e superficiale, che tuttavia scatenò in rete un dibattito accesissimo, al punto che le pochissime righe divennero virali e addirittura proverbiali:

I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli.

Naturalmente, internet si spaccò in due. Chi si strappò giacca e camicia per l’immortale semiologo, chi invece lo accusò di essere addirittura irriconoscente nei confronti del suo stesso pubblico (un pubblico che, almeno dal Nome della Rosa, può ben dirsi di massa). Ora, non credo sia importante, a cinque anni dall’accaduto, stabilire quale dei due schieramenti avesse ragione o quale torto. Ciò su cui vorrei puntare l’attenzione, e che all’epoca mi stupì, è un’altra cosa.

Quando la notizia si fece virale, tutti noi, in un modo o nell’altro, vedemmo in quel termine generico, «imbecilli», un preciso referente reale. Come se davvero Eco avesse dato un nome, sia pure banale e prevedibile, a un fenomeno che ci stava davanti, che ci parlava, ma che ancora non avevamo messo bene a fuoco. Ricordo che, sulla scia del trend topic, molti influencer, giornalisti, gente di spettacolo o utenti comuni fecero proprie le parole dello studioso e le rivolsero, in maniera un po’ casuale ed estemporanea, ciascuno ai propri piccoli nemici personali. Io stesso, in effetti, non mi feci scappare la ghiotta occasione di stilare un mio privatissimo catalogo di imbecillità applicata. Ma se, ai nostri occhi, sono tutti imbecilli tranne noi, allora forse c’è qualcosa che non torna.

Chi ha la mia età, ossia all’incirca tra i 20 e i 30 anni, ricorderà benissimo quando il problema maggiore dei social network erano i cosiddetti grammar nazi. Persone che si inserivano in certe conversazioni solo per attaccare le mancanze linguistiche dell’interlocutore, scavalcando senza troppi complimenti l’argomento principale del discorso e generando un putiferio.

Oggi che i social sono luoghi decisamente più complessi e pervasivi, l’atavico e cavernicolo grammar nazi si è darwinianamente evoluto in tanti derivati, mantenendo però un DNA ben riconoscibile. Pensiamo, per esempio, al blastatore seriale: mentre l’ancestrale grammar nazi si concentrava esclusivamente sul linguaggio di chi aveva di fronte, il moderno blastatore attacca più o meno tutto l’apparato ideologico dell’interlocutore, che a volte è sì ignorante, maleducato e impertinente, ma non sempre. A volte, per dire, è soltanto un po’ sarcastico. Ma l’evoluzione di questa creatura non ha interessato soltanto l’aspetto puramente comunicativo.

Tra grammar nazi e blastatore, infatti, intercorre una vera e propria differenza di classe. Se il primo era un utente più o meno nostro pari, il secondo, com’è noto, ha origini illustri. Spesso è un giornalista, un intellettuale, uno scienziato reinventatisi celebrità dei social con l’originario intento, magari anche nobile, di offrire un argine al dilagare di fake news e bufale di ogni tipo, ma che molto spesso si lascia sfuggire la mano, passando dalla divulgazione a battute dal linguaggio colorito; da gerghi tecnici a terminologie molto personali; da identità riconoscibili a vere e proprie maschere di scena, le quali comportano tutta una postura costruita e prevedibile. Cose, queste, che hanno garantito al blastatore la fedeltà di un fandom vivace, appassionato e divertito.

Attorno ai blastatori, infatti, sono nate svariate pagine Facebook o Instagram, gruppi che li hanno resi celebri e che a loro volta hanno generato fenomeni di tendenza. Anzi, in un certo senso, si può dire che il blastatore, come personaggio, sia nato proprio perché alcuni utenti hanno iniziato a condividerne viralmente alcune uscite più o meno saporite. Questo, tuttavia, comporta a mio avviso un problema.

Di recente vi è stato un picco di interesse, sia “dal basso” (con film molto popolari come The Social Dilemma), sia “dall’alto” (con studi specialistici come l’importante saggio del 2016 Psicopolitica, del filosofo coreano naturalizzato tedesco Byung Chul-Han) circa i meccanismi di funzionamento degli algoritmi social, i quali determinano, anche, una sottile ma capillare opera di filtraggio del mondo esterno, con conseguente “normalizzazione” di pensieri e comportamenti. Accanto a ciò, la presenza sempre più preoccupante di fenomeni eversivi e spesso illegali, come l’hate speech, le minacce, il revenge porn, ha giustamente portato l’opinione pubblica a concentrarsi su quelle sacche di utenza che rendono questi luoghi della rete tossici e inabitabili.

A essere trascurati, o non adeguatamente approfonditi, sono però quei fenomeni che, per l’appunto, partono da figure come i blastatori, le quali, prese in prestito da altri ambienti (la TV, per esempio), sono arrivate non solo a monopolizzare una parte consistente dei dibattiti social, ma addirittura a imporre degli standard comportamentali. Nulla a che vedere, o comunque non direttamente, con i meccanismi profondi gestiti dagli algoritmi. Semmai, con un sorprendente fenomeno di imitazione, che spesso, se non addirittura in origine, ha assunto dei tratti fastidiosamente e pericolosamente classisti.

Facciamo un esempio: se vi trovaste a passeggiare per strada e vedeste un uomo di mezza età, ben vestito, con ottima proprietà di linguaggio, prendere a male parole, se non proprio a insulti, un altro uomo o un’altra donna di estrazione sociale palesemente inferiore, palesemente meno istruiti dell’illustre signore benvestito e palesemente incapaci di formulare frasi di senso compiuto o discorsi logicamente solidi, che cosa fareste? Non provereste, quantomeno, un senso di vergogna per quel privilegiato signore che, dall’alto del suo privilegio sociale, culturale ed economico, si prodiga in veri e propri atti di prevaricazione nei confronti di due persone evidentemente svantaggiate, o comunque molto più di lui?

Certo, qualcuno mi dirà, sono io, qui, a peccare di classismo, se immagino chiunque condivida assurdità o fake news sul web come appartenente a un ceto sociale inferiore – e quel qualcuno avrebbe ragione. Purtroppo, questi sono fenomeni del tutto trasversali al ceto d’appartenenza, e anche di recente ne abbiamo avuto prova.

Ma se pensiamo, per un secondo, ad alcune delle tendenze social più di successo degli ultimi anni, che cosa troviamo? Troviamo un totale sdoganamento di termini come «analfabeti funzionali», «cinquantenni sul web», «mamme pancine», «webeti», termini che si sono diffusi (anche a sproposito, come nel primo caso) grazie a pagine satiriche o ironiche, incentrate sullo sfottò di persone di scarsa padronanza linguistica, di dubbia istruzione o di profonda ingenuità. Parole, quindi, con una chiara connotazione di classe, che spesso la presunzione di essere nel giusto, di stare dalla parte buona della barricata, ci ha portato a utilizzare in maniera acritica, per blastare a nostra volta chiunque apparisse, anche lontanamente, non adeguato a uno scambio d’opinioni alla pari. Basta aprire la sezione commenti di una qualunque notizia di un qualunque giornale mainstream, per avere una conferma del successo di queste formule.

Inoltre, chi ha coniato questi termini, chi ha “inventato” gli «analfabeti funzionali» o i «cinquantenni» sgrammaticati, è ora un idolo dei social, e in molti casi è uscito dai social stessi, invadendo altri media o finendo sugli scaffali delle librerie. La caccia all’ignoranza, insomma, è un vero e proprio mercato, molto remunerativo perché, evidentemente, molto richiesto. A quale prezzo, non è ancora dato sapere.

Quindi, per tornare a Umberto Eco: chi sono, davvero, quegli «imbecilli» che, con tanta facilità, non abbiamo esitato a vedere nell’immediato prossimo nostro? L’«imbecille» che tanto scalpore fece nel 2015, in fondo, non è poi così diverso da quel «mediocre» personaggio televisivo che nel 1961 popolava le case degli italiani. Solo che Bongiorno rimaneva al di là dello schermo; l’imbecille social, invece, cioè tutti noi, ha preso direttamente la parola. E crediamo che imbecilli siano sempre gli altri.

Autore

  • Marchigiano, classe 1991. Sebbene in passato sia quasi diventato un architetto, ora è laureato in Italianistica all'Università di Bologna e aspira a diventare un ricercatore in Letteratura Contemporanea. Periodo storico preferito, il secondo Novecento. Ama la città e la sua vita frenetica, ma forse ama di più i piccoli borghi di campagna, di cui la sua terra è fortunatamente ricchissima. Appassionato di cinema, musica, arte ed è anche un vorace lettore, soprattutto di poesia.

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