Escludere la donna, segregare il femminile

"Secoli di segregazione della donna nell’ambito del privato e del domestico, nonché di inquadramento lavorativo in carriere essenzialmente votate allo stare «un passo indietro», ha comportato anche un’emarginazione dalla pubblica piazza di quei valori che da sempre la nostra cultura percepisce come femminili"

Nel suo discorso al Senato del 17 febbraio 2021, il neo presidente del Consiglio Mario Draghi si è lasciato sfuggire un commento discutibile sulla questione della parità di genere nei luoghi della politica. «La parità – ha detto Draghi – non è un farisaico rispetto delle quote rosa richieste dalla legge», e prima ancora che passasse oltre, il Senato lo ha investito con una scarica di applausi.

Ora, come è noto, il governo Draghi è nato sotto il segno di un’accesa polemica sulla scarsa rappresentanza femminile tra le file dei suoi ministri, polemica di cui Laura Boldrini si è fatta da subito una fiera portavoce. Su 23 ministri complessivi, infatti, le donne sono soltanto 8: un rapporto tra i più sbilanciati dell’ultimo decennio. Ma a essere scarsamente rappresentati dall’esecutivo sono anche i giovani (l’età media è di 54 anni, con Di Maio ministro meno anziano); i cittadini del sud (tre ministri su quattro sono del nord), e in generale tutte le etnie e religioni che non siano, rispettivamente, caucasica e cattolica (dato da sempre sottovalutato, ma su cui è necessario, ormai, richiamare l’attenzione).

Insomma, al netto della retorica del merito e della competenza, che ha da subito guidato il consenso pressoché unanime di politici, intellettuali e giornalisti, sembra che il nuovo governo, più che alla competenza, guardi dritto al privilegio. Per questo la precisazione fatta da Draghi nel suo discorso suona molto stonata: che le quota rosa non bastino a risolvere la complessa problematica della parità di genere è lapalissiano; che le quota rosa esistano proprio perché il problema della parità deve essere risolto con incentivi strutturali volti a non escludere le donne dai luoghi di potere e dal mondo del lavoro, è però un dato di fatto. La stessa composizione del governo Draghi sta lì a dimostrarlo: ceduto totalmente il campo alla retorica del merito, ed escluso qualunque tipo di ammortizzatore o di incentivo strutturale, la realtà tenderà, quasi automaticamente, a riprodurre gli stessi schemi e le stesse dinamiche di sempre – vale a dire l’esclusione delle donne (e, con loro, di ogni altra forma di “diversità”, etnica, geografica o generazionale) a tutto vantaggio di uomini bianchi, anziani e ricchi. Di privilegiati, per l’appunto.

Ma se ciò accade non è per un’astratta questione elettiva, né tantomeno perché gli uomini siano più “meritevoli” delle donne, o gli anziani più competenti dei giovani (in tema di digitalizzazioni, per esempio, sarebbe molto più logico interpellare un trentenne anziché un settantenne; in tema di parità di salario, una donna anziché un uomo). Se ciò accade, semmai, è perché esistono sacche di privilegio e nessi di potere radicatissimi nella nostra società e nella nostra cultura, e l’uomo bianco anziano, preferibilmente di buona famiglia e di buoni studi, è l’immagine più cristallina di un nesso di potere in atto. Si tratta di quel potere che, con un termine molto efficace, il pensiero femminista – e, ancor prima, la sociologia marxista, Friedrich Engels in testa (L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, 1884) – ha definito «patriarcato». “Potere dei padri”, insomma; potere che, sebbene affondi le sue radici in tempi remoti e di difficile datazione, si è consolidato nella sua forma più matura durante lo sviluppo delle società borghesi e capitaliste dell’Ottocento e del primo Novecento: strutture che traevano la propria linfa vitale da una rigida, meccanica e stereotipata ripartizione dei ruoli sociali e familiari dell’uomo e della donna, congiuntamente a una rigida ripartizione tra classi sociali e, ultima ma non ultima, a una altrettanto rigida distinzione tra la sfera culturale e simbolica del «maschile» e del «femminile» – distinzione che, almeno in parte, è sopravvissuta fino a oggi.

Con uno schema molto elementare, infatti, si potrebbe dire che noi occidentali, da un lato, tendiamo a percepire come «maschili» qualità come la competizione, l’intraprendenza, il mettersi attivamente in gioco (o, con una sfumatura negativa, l’arroganza o l’aggressività); dall’altro, a considerare «femminili» qualità come l’empatia, l’emotività, la cura nei confronti del prossimo (le quali potrebbero avere uno sbocco negativo nella loro manifestazione eccessiva, cioè nella cosiddetta «isteria» – termine privo di alcun fondamento medico e di per sé profondamente sessista). Basti considerare che cosa, in genere, cerchiamo in una “buona madre” o in un “buon padre”: abnegazione, amore incondizionato, cura e dedizione totale ai figli nella prima; severità, disciplina, educazione alle regole nel secondo. Non serve conoscere Lacan e la sua teoria del «no» paterno, per accorgersi che, ancora oggi, l’idea di maternità e di paternità è ripartita più o meno in questo modo; e che tale ripartizione, almeno a grandi linee, si adagia su antichissimi stereotipi di genere.

Ora, se si allarga un poco lo sguardo, si noterà che nelle società occidentali, fino al secondo Dopoguerra (periodo della nascita delle grandi democrazie di massa a suffragio universale), le donne sono state sistematicamente escluse dalla vita pubblica e politica – e non senza conseguenze sul piano culturale. Perché secoli di segregazione della donna nell’ambito del privato e del domestico, nonché di inquadramento socio-lavorativo in carriere essenzialmente votate allo stare «un passo indietro», cioè all’assistenza, al supporto e alla cura di anziani, piccoli e malati (dall’infermiera alla segretaria, dalla governante alla maestra elementare) ha comportato anche, in parallelo, un’emarginazione dalla pubblica piazza di quei valori che da sempre la nostra cultura percepisce come «femminili».

Le moderne società borghesi e patriarcali sono infatti società orgogliosamente «virili», ossia intimamente aggressive, militarizzate, violentemente espansioniste. La logica marziale su cui si reggevano gli Imperi europei dell’Ottocento, e sulla cui base si sono organizzate le successive dittature totalitarie, è stata l’espressione più acuta e distruttiva del potere patriarcale. Cioè, per l’appunto, di un potere a trazione maschile, fondato sul severo rispetto dell’anzianità e della superiorità di casta, che ha legittimato se stesso, almeno all’interno dei confini nazionali, non solo dividendo e isolando le classi sociali, ma dividendo e isolando, sul piano pratico e simbolico, il maschile dal femminile – con paradossali ricadute anche su quella parte di popolazione teoricamente privilegiata: gli uomini, appunto. Si pensi ai grandi poeti e narratori del cosiddetto “decadentismo” (in realtà, un periodo estremamente vivace e artisticamente ricchissimo), da Italo Svevo a Franz Kafka, da James Joyce a Guido Gozzano; si pensi alla natura delle fragilità dei personaggi che hanno meravigliosamente cesellato: uomini malati in un mondo che pretende sanità e prestanza fisica; uomini empatici in un mondo governato da spietate logiche competitive; uomini liberi e sognanti in un mondo militare e gerarchicamente strutturato. Uomini, in un certo senso, «femminei». La letteratura “decadente” è un buon viatico per comprendere quanto a fondo il maschilismo permeasse le società borghesi fin de siècle, e soprattutto quanto tossico e punitivo esso fosse. Il più popolare di questi autori, d’altronde, è Oscar Wilde, il quale scontò la sua omosessualità – peccato capitale per una società fondata sul culto del mascolino – nel carcere di Reading, vicino Londra.

Ora, la medicina e la scienza, da anni, stanno minando con successo la presunta naturalità della distinzione tra maschile e femminile. Si pensi alle recenti posizioni sulla disforia di genere, che dal 2019 non è più considerata un disturbo mentale; oppure, si pensi all’interesse attorno a condizioni ancora poco studiate, come ad esempio l’intersessualità – segnali, questi, che vanno tutti in un’unica direzione: superare la rigida separazione tra maschile e femminile, e soprattutto superare l’imperativo biologico quando si tratta dell’identificazione di un genere sessuale. Ma nonostante questi incoraggianti passi in avanti, che sul piano politico, sociale e culturale si traducono in una maggiore inclusività nei confronti di persone che fino a poco fa non potevano permettersi nemmeno un lavoro (e, a questo proposito, si consiglia vivamente la visione del documentario Netflix Disclosure di Sam Feder, 2020), è evidente come la nostra cultura sia ancora basata su una ferrea ripartizione tra maschile e femminile, spesso con ricadute fortemente discriminatorie.

Tra i tantissimi esempi di discriminazione lavorativa a danno delle donne, ve n’è uno particolarmente calzante. Negli ospedali italiani vige una regola che impedisce alle mediche chirurghe in stato di gravidanza (e per tutta la durata della gravidanza) di entrare in sala operatoria. Gaya Spolverato, medica chirurga specializzata in chirurgia oncologica e docente presso l’Università di Padova (nonché fondatrice dell’associazione Women in Surgery Italia), ha recentemente portato all’attenzione le implicazioni materiali di questa legge incomprensibilmente severa. In un’intervista del 16 febbraio 2021 (meravigliosamente informativa per chi non conoscesse le reali, e spesso degradanti, condizioni di lavoro degli «eroi in corsia»), Spolverato sostiene:

«WIS [Women In Surgery, n.d.r.] ha molto a cuore la modifica della legge che regola la maternità, una legge molto cautelativa nei confronti della donna. Secondo noi, per alcuni aspetti fin troppo cautelativa, al punto da renderla un ostacolo professionale. Se è vero che la sala operatoria non costituisce una controindicazione assoluta per le donne in gravidanza, perché la donna non può scegliere se andare in sala operatoria oppure no? Perché non è possibile valutare caso per caso, senza che questo costituisca un pericolo per la donna e per il feto? Oggi la donna non può scegliere, le è impedito. In altre parti del mondo le chirurghe operano fino al 7°/8° mese di gravidanza. Manca la possibilità di scegliere liberamente, una cosa per noi inaccettabile».

Gaya Spolverato, presidente di Women In Surgery Italia.

Essere esclusi per oltre nove mesi dalla sala operatoria (il periodo di gravidanza più la maternità) costituisce un serio impedimento sia lavorativo che formativo. Un chirurgo, com’è evidente, per imparare bene il proprio mestiere deve operare. E, com’è altrettanto evidente, più un chirurgo opera, più soldi guadagna. Dal momento che una legge di questo tipo si installa in una realtà già di suo profondamente maschilista (in numeri assoluti, le mediche sono sempre di più, ma direttori e primari di reparto sono ancora, in grande maggioranza, uomini), essa si traduce nella creazione di corsie preferenziali per chirurghi maschi, o per chirurghe che rinunciano ad avere una famiglia (ma che avranno comunque enormi difficoltà a scalare le gerarchie ospedaliere). Se poi si sposta l’attenzione alle scuole di specializzazione (cioè ai percorsi formativi di quattro o cinque anni, obbligatori, per i neo-medici, prima di diventare specialisti strutturati), si avranno dinamiche più o meno simili. È ancora Spolverato a porre la questione:

«A WIS [Women In Surgery, n.d.r.] arrivano segnalazioni di chirurghe cui non viene permesso di operare o di chirurghe che svolgono mansioni di livello inferiore rispetto alle loro competenze. Molte specializzande ci segnalano di arrivare alla fine del percorso formativo avendo operato molto meno rispetto ai colleghi uomini».

Gaya Spolverato, presidente di Women In Surgery Italia.

Come si vede, si tratta di una questione molto profonda e radicata. La Sanità italiana versa in condizioni critiche, già da prima del Covid-19, e nella materialità delle situazioni lavorative, ciò si traduce in trattamenti discriminatori, sfruttamento della forza lavoro (soprattutto per quanto riguarda gli specializzandi, cioè neo-medici che fino a poco prima erano studenti universitari, cui spettano turni di almeno 12 ore giornaliere, spesso senza pause infrasettimanali o di fine settimana, straordinari non pagati, mensilità sproporzionate rispetto al servizio offerto, e un carico di lavoro abnorme causa mancanza di personale specialistico strutturato – vero tallone d’Achille del Sistema Sanitario Nazionale) e, ovviamente, doppi standard sulla base del genere. Tutti elementi che riconfermano la presenza di potenti nessi di potere e privilegio, nella Sanità come in altre istituzioni. A danno, si capisce, dei più deboli.

Ma, per tornare al discorso di partenza e avviarci a una conclusione, la presenza di una legge del genere negli ospedali italiani è particolarmente significativa perché indica quanto uno stereotipo possa essere d’ostacolo alla libera formazione professionale di una donna, dunque alla sua indipendenza economica. In questo caso, si tratta dello stereotipo della donna incinta come donna «fragile», dato per scontato da un sistema culturale che, ancora oggi, vede nella donna madre la massima realizzazione del femminile – continuando però a escluderla dalla sfera pubblica. Perché togliere una chirurga dalla sala operatoria, così come licenziare una dipendente che ha appena avuto un figlio, è esattamente questo: relegare la donna, e più generalmente il femminile (cioè tutto ciò che culturalmente, ancora, percepiamo come «femminile», nonostante la realtà stia notoriamente correndo verso altre direzioni), lontano dai luoghi del potere e del negotium. Cioè del lavoro retribuito.

Ad oggi, mentre le donne continuano a essere sotto-occupate rispetto agli uomini, economicamente meno indipendenti, più esposte a rischi di molestie e trattamenti discriminanti sul luogo del lavoro, è ancora impossibile far passare l’idea che anche l’uomo possa e debba occuparsi dei figli in età neonatale. L’estensione del congedo di paternità, allora, non sarebbe soltanto una misura necessaria sul piano pragmatico, che permetterebbe l’alleggerimento delle responsabilità familiari sulle spalle della donna, e dunque la maggior possibilità, per una lavoratrice, di mantenere il posto anche in maternità; sarebbe una vera e propria necessità culturale, che metterebbe in discussione un altro, insidiosissimo, stereotipo: che il bebè abbia bisogno della madre, ma in fondo possa fare a meno del padre. Ancora una volta, maschile e femminile come sfere contrapposte, non contigue.

Tutto ciò non è aria fritta, non è un’inutile elucubrazione da parte di chi ha troppo tempo per pensare. Viviamo in un paese attualmente governato dal più maschiocentrico degli esecutivi, il cui presidente ha sminuito il valore di una misura comunque efficace come le quote rosa. La retorica dominante, almeno sull’onda dell’entusiasmo per Draghi, è quella della competitività e del pugno duro contro ogni forma di assistenzialismo (termine dal sapore evidentemente femminile), per cui, in certi casi, la stessa vita umana andrebbe subordinata alla crescita economica – come alcune esternazioni, prontamente messe a tacere, hanno sinistramente suggerito. È insomma un momento di trionfo per il pensiero borghese e capitalista, ancora invischiato, più o meno esplicitamente, in discorsi dal retrogusto patriarcale.

A prescindere da come il governo Draghi si comporterà, e a prescindere da come usciremo da questa terrificante crisi economica, dovremmo tutti rimettere in discussione quell’opposizione binaria, apparentemente circoscritta alla biologia ma dalle diramazioni imprevedibili, che ancora oggi domina gran parte della nostra vita sociale, magari inconsciamente e indirettamente. E farlo estendendo quella sfera simbolica che da secoli è stata relegata fuori dagli spazi che contano, e che proprio per questo ci appare decentrata, autre, ma ricchissima di possibilità. La sfera del femminile, con i suoi esiti simbolici di empatia, assistenza, cura nei confronti del prossimo. Come Eleanor Marx, la protagonista del bellissimo Miss Marx di Susanna Nicchiarelli (2020), dovremmo tutti optare per una politica della vicinanza e dell’interdipendenza, della prossimità e del ‘prendersi carico di‘. Una politica ‘al femminile‘, dunque, volta però all’abbattimento di quelle barriere, visibili e invisibili, materiali e culturali, che ancora ostacolano una vera realizzazione della parità di genere. Questo è lo scandalo del nostro tempo. Questa è la sua sfida più grande.

Post scriptum: buon 8 marzo a tutt*, anche oggi che ne abbiamo 10, anche oggi che siamo così in ritardo su tutto.

Autore

  • Andrea Conti

    Marchigiano, classe 1991. Sebbene in passato sia quasi diventato un architetto, ora è laureato in Italianistica all'Università di Bologna e aspira a diventare un ricercatore in Letteratura Contemporanea. Periodo storico preferito, il secondo Novecento. Ama la città e la sua vita frenetica, ma forse ama di più i piccoli borghi di campagna, di cui la sua terra è fortunatamente ricchissima. Appassionato di cinema, musica, arte ed è anche un vorace lettore, soprattutto di poesia.

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