Elogio di una vita inconcludente

“Il tempo passa. Inesorabile.” Me lo ripete spesso mio padre, ma quando lo dice sorride. Forse, allora, mi vien da pensare che un primo obiettivo è stato raggiunto in questi venticinque anni. Sono riuscita a sorridere della mia malinconia. Inguaribile e insopportabile, è la mia compagna di vita. Non sarei niente senza la mia malinconia, senza il mio incessante desiderio di rivivere.

Sono nata a Novembre, in quello che tutti conoscono come il mese dei morti, ed effettivamente io alle morte ci penso spesso. Alla morte “biologica”, per intenderci, ci penso soprattutto di notte, prima di addormentarmi, e tutte le volte mi manca il respiro. Ma non credo di pensarci più spesso di quanto ci pensi chiunque di noi.

Quella a cui davvero mi sento vicina è la morte “spirituale”, quella sentenza necessaria che si trasforma quasi sempre in una rinascita. Sono una che deve morire tante volte per poter risorgere.

Oggi è il mio venticinquesimo compleanno e oltre a chiedermi come sia successo – quando è passato tutto questo tempo – mi ritrovo a pensare che negli ultimi anni le “morti spirituali” sono state davvero tante. Troppe.

A un certo punto della mia vita qualcosa è cambiato e non è più tornato. A un certo punto della mia vita io sono cambiata e non sono più tornata. Forse questo ha significato solo crescere: perdersi e non riuscire più a ritrovarsi. “Tutti si sentono un po’ persi a venticinque anni” recita un famoso film che mi piace tanto e temo che sia davvero così. L’esistenza ti appare come un infinito limbo di cui hai perso le coordinate, in cui non sai come sei finito ne tantomeno come uscirne. Non sai più neanche tu come si faccia a riconoscere il bene e il male.  Che poi, chi è che decide l’entità di questi benedetti concetti? Se il mio bene rappresenta il male di qualcun altro va bene lo stesso? Passi metà del tempo a costruire il te stesso ideale e l’altra metà a vederlo andare in pezzi, sotto i colpi sferrati dal te stesso reale.

Più esattamente, io ho passato tanto tempo a cercare di non commettere errori, di non ferire nessuno. Poi, però, ho iniziato a sbagliare e non ho ancora smesso. Ho scoperto, a mie spese, quanto ci si può sentire incredibilmente vivi sbagliando. Quanto alle volte sbagliare sia addirittura necessario.

E così, tra un errore di troppo e un desiderio soffiato insieme alle candeline, sono giunta fino a questo venticinquesimo anno di vita o quarto di secolo. Poche certezze e la mania di versare i pensieri su carta mi hanno fatto pensare ad una lista di cose che ho capito, o che penso di aver capito:

● Sono riuscita a sorprendere me stessa – in positivo e in negativo- più volte di quante avrei mai immaginato.

● Chi mi ha conosciuto da “piccola” ha visto la parte più vera di me. Ingenua e insicura ma profondamente credente nel “bene”, devota al concetto di “giusto”. In alcune lettere che ho scritto, forse, riesco ancora a ritrovarla.

● Se ti trasferisci in una città in cui nessuno sa chi sei molto probabilmente ti scoprirai diversa da quello che immaginavi, perchè puoi essere quello che vuoi e allora sceglierai di essere semplicemente libera.

● Tutto il mondo è paese: motivo per cui finirai comunque per fare i conti con te stess*.

● La famiglia può essere una salvezza o una condanna e nessuno di noi può scegliere a quale categoria appartenere. Se è una salvezza, sii per sempre grato; se è una condanna cerca di non soccombere. Non essere invidioso di chi è stato più fortunato, non essere cattivo con chi non lo è stato. In entrambi i casi, non abbiamo fatto nulla per meritarlo.

● Non penso che riuscirò mai più a ridere come e quanto ho riso durante il primo anno di università. Questo mi fa riflettere. Ci sono cose che vorremo per sempre rivivere ma che non saranno mai più come la prima volta che le abbiamo vissute.

“Il tempo passa. Inesorabile.” Me lo ripete spesso mio padre, ma quando lo dice sorride.

Forse, allora, mi vien da pensare che un primo obiettivo è stato raggiunto in questi venticinque anni.

Sono riuscita a sorridere della mia malinconia. Inguaribile e insopportabile, è la mia compagna di vita. Non sarei niente senza la mia malinconia, senza il mio incessante desiderio di rivivere.

Questo flusso di pensieri che ha preso vita in queste righe è il mio personalissimo auto regalo di compleanno. Perché non conosco altro modo se non quello di scrivere per ricongiungere le due parti di me: quella che pensa e quella che sente. 

Quale miglior modo di festeggiare se non prendersi un momento per elogiare la vita, la propria vita? La mia è una vita inconcludente, ma non conclusa. E allora non mi resta che continuare a camminare, sperando che alla fine del viaggio, in qualche modo, mi aspetti un lieto fine.

Autore

  • Maria Letizia Gagliardi

    Scorpione nell’anima, classe 1996, nasce a Cosenza e atterra a Torino. Specializzata in Scienze del Governo, curiosa del genere umano e di tutto ciò che è cultura, studiosa dei fenomeni di mutamento politico ed economico-sociale in una prospettiva multidisciplinare, aborra l’autoreferenzialità del sapere, il qualunquismo, e le questioni che non vengono analizzate a dovere. Pallavolista a livello agonistico, aspira a diventare docente universitaria e giornalista. Appassionata di filosofia politica, dibattito, sport, viaggi e mondo viticolo… per diventare presto sommelier!

Lascia un Commento