Elogio della gentilezza (e dell’educazione)

"Teniamo i cuori in ascolto, restiamo vigili, ascoltiamoci, sorridiamoci, diciamo grazie, prego e arrivederci. Restiamo saldi, restiamo in piedi. Con gentilezza e grazia."

Com’era quel motto? “Sii gentile sempre”.
Sì, essere gentili è fondamentale per distinguersi in questo mondo in cui, schermati dalle mascherine e dalla foga della routine, non si presta attenzione alle piccole cose. La vita mi sta insegnando che essere educata, rispettosa, gentile, è un valore aggiunto che fa la differenza e, il più delle volte, ti ricompensa.

Non è detto che a gentilezza si risponda con gentilezza; anzi, capita spesso che essa non sia ricambiata e non sia compresa. Eppure, se tratti la gente con rispetto e garbo, in qualche modo, da qualcuno verrai apprezzato. Anche in silenzio. La gentilezza ha infatti la capacità di trasformare ciò che ci circonda, e questa trasformazione è sempre vantaggiosa sia per coloro che la praticano che per chi la riceve. È un atto di amore e rispetto che aiuta a creare una vita e un’umanità migliore.

Essere educati e rispettosi non costa nulla, non è neanche così complicato, anzi. Salutare i commessi quando si entra in un negozio e quando si esce; ringraziare il salumiere al supermercato; passare il proprio piatto al cameriere mentre sparecchia; augurare buona giornata al portiere e ai colleghi. Ricambiare un sorriso, un’attenzione, uno sguardo. Non si tratta di gesti particolarmente strutturati, ma sono quelli che fanno la differenza. Si tratta di avere rispetto del lavoro degli altri e degli stessi in quanto esseri umani.

Oggi, essere rispettosa dell’altro e averne cura, è per me una prerogativa imprescindibile. Non riesco, ad esempio, ad ignorare i ragazzi che fanno volantinaggio e non sopporto affatto chi li tratta con sufficienza e modi sgarbati: quello è lavoro. Non mi piace non sentir dire agli altri “grazie” o “per favore”, non c’è niente che ci sia dovuto. Ma non tutti sono in grado riconoscerlo. Come esseri umani commettiamo errori, andiamo di fretta e talvolta dimentichiamo come essere gentili nella nostra corsa quotidiana. Può capitare che al supermercato non rispettiamo il nostro posto in fila, o alle poste passiamo avanti quando magari c’è un’altra persona in attesa. Ma sapete cosa succede dopo? Basta chiedere scusa. Che l’altro voglia accettarle o meno, che ci risponda male o ci mandi a quel paese, non è così importante.
Essere in grado di dire che ci dispiace può sanare molti torti. 

Non sto dicendo che per essere comprensivi ed educati dobbiamo subire comportamenti sgradevoli e importuni. Bisogna, innanzitutto, farsi rispettare. Sempre, in ogni contesto, dal lavoro all’edicola, dai tabacchi al mezzo di trasporto. Purtroppo, ci capiterà con molta frequenza di avere a che fare con persone sgradevoli e maleducate, ma non per questo noi dobbiamo venire meno. Certe cose sfuggono e non è facile recuperarle, ma credo che rimanere gentili sia, alla fine, la soluzione migliore. L’importanza delle buone maniere sembra ovvia a me, ma non a quelli che vogliono fare i prepotenti, pretendendo e ottenendo per diritto cose non guadagnate.

A me riempie il cuore essere gentile con gli altri e no, non è solo per carattere. Ogni giorno, mi accorgo che, più lo sono, più la gentilezza si ricambia – mai in uno stesso modo. Per cominciare, c’è il fioraio, il quale, la prima volta, mi rispose malissimo, facendomi quasi mortificare. Mi disse in maniera troppo sgarbata: “Non puoi prenderne solo un paio, o tutto il mazzo o niente”. Lo guardai quasi stupita, e balbettai dicendo che tutto il mazzo andava bene comunque. “Scusi, non pensavo fosse necessario prenderlo tutto”, gli dissi poi. Successe che lui alzò lo sguardo e non disse nulla. Prese i fiori e iniziò a confezionarli. Pensai che non sarei più tornata – e credo anche lui -, invece la settimana dopo, cocciuta, mi sono ripresentata e lui mi propose gli stessi fiori della settimana prima. Ovviamente tutto il mazzo. È rimasto ancora un po’ rude e vagamente antipatico, ma adesso mi ringrazia e mi saluta sempre quando passo da lì per tornare a casa.

La gentilezza mi viene ricambiata con la commessa del negozio a via Nemorense che, pur non sapendo come mi chiami, mi tiene da parte i vestiti che mi piacciono e mi offre il caffè quando passo da lì anche solo di sfuggita. Mi chiede sempre come sto, come va il lavoro, mi racconta del figlio, della paura di un nuovo lockdown e, anche se a volte non ho proprio il tempo di ascoltarla, sto ferma al mio posto e lascio che parli. La vedo sorridere anche con la mascherina, perché è sempre bello essere circondati da persone che riconoscono il nostro rispetto e lo ricambiano.
Anche se non hanno idea di quale sia il tuo nome.

La dimostrazione più bella ce l’ho con Raji, il mio amico del Bangladesh che ha un chiosco sotto il mio vecchio appartamento. Raji non mi fa pagare le cipolle se ne prendo solo due, mi fa piccoli sconti e mi chiede sempre come va. È sempre sereno, ride moltissimo e, nonostante il suo italiano stentato, trova sempre il modo di farmi capire che si ricorda di me e sa chi sono. Prima del lockdown, sono passata da lui per comprare gli spaghetti di soia e lui mi ha detto che aveva molto timore di quello che sarebbe successo, aggiungendo però: “Finché posso io resto aperto, se ti serve qualcosa vieni e me lo dici”. Ma, la cosa più bella me l’ha detta quest’estate, dopo due mesi di assenza da Roma. Non appena mi ha visto si è sbracciato, salutandomi: “Ciao Maria! Io pensavo che tu andata via! Non ti ho visto per tanto tempo!”. Sapete, non ho risposto subito. Ho perso un paio di secondi a guardarlo: contento, dietro il bancone e con la mascherina, senza che glielo chiedessi mi stava già prendendo una cassa d’acqua. In realtà non mi serviva, ma l’ho presa lo stesso. E gli ho sorriso, fino a farmi male, perché volevo che lui lo sapesse. Mi aveva reso felice. 

Forse si tratta solo di piccole cose, quelle di cui parlavo all’inizio. Ma vi dirò che a me non sembrano poi così piccole. In questi tempi così incerti, in cui altaleniamo tra euforia e serrate in casa, avere queste certezze mi sembra un’enorme conquista. Perché se appiattiamo tutto al solito studio-lavoro, alla fine, cosa ci resta? Lo so, sembra una domanda retorica e scontata, ma aveva ragione qualcuno a dire che le cose piccole sono quelle che rendono felici, perché nonostante si tratti di quelle apparentemente più scontate, risultano essere quelle più difficili da trovare. 

Non perdiamo di vista questi valori, quelli positivi che ci rendono migliori, anche solo un poco. Di male ne è pieno il mondo, ne siamo letteralmente circondati. Anche adesso. Non siamo tutti uguali, o perlomeno non sempre. Allora è vero che essere gentili è un atto rivoluzionario e reazionario a quel male di cui siamo pregni e stanchi. Soprattutto ora che non possiamo più tenderci le mani gli uni verso gli altri, teniamo i cuori in ascolto, restiamo vigili, ascoltiamoci, sorridiamoci, diciamo grazie, prego e arrivederci. Restiamo saldi, restiamo in piedi. Con gentilezza e grazia.

Essere educati, sì, sempre, e non è solo una questione di curriculum, è principio. Praticare la gentilezza, sì, sempre, specialmente con chi rimane indietro e ha bisogno d’aiuto. Cerchiamo di fare un piccolo sforzo, anche se siamo stanchi.
I contorni della nostra realtà si sfumano, resta a noi ridisegnarli.
Questo mi sembra un ottimo inizio.

Autore

  • Maria Letizia Stancati

    Docente, laureata in Lettere Classiche e Filologia Moderna. Ha conseguito un Master in Economia e Organizzazione dello Spettacolo dal Vivo, perché il suo sogno nel cassetto è di diventare la giovane manager degli artisti lirici italiani nel mondo. Dalla spiccata sensibilità, fa dell’istruzione la sua missione quotidiana, plasmando giovani menti, e fa volontariato in ospedale grazie alla sua prepotente voglia di aiutare il prossimo. Appassionata di musica (di ogni genere), lettura e scrittura, soprattutto creativa.

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