Elisabetta, siamo pronti al sacrificio… Di ascoltare l’ennesima ingiustizia!

"Un’occasione in cui si potevano affrontare in modo intelligente temi di attualità scottante, in cui si potevano trasmettere messaggi importanti: un’occasione persa."

Ho sempre pensato che un bravo imprenditore debba essere una persona capace di avere visione d’insieme, prospettiva di lungo periodo, progettualità.

Ebbene, ascoltando il discorso tenuto da Elisabetta Franchi durante il convegno di PWC Italia dal titolo “Donne e moda” non si può certo essere ottimisti sullo stato di salute dell’imprenditoria italiana. Un’occasione in cui si potevano affrontare in modo intelligente temi di attualità scottante, in cui si potevano trasmettere messaggi importanti. Un’occasione persa.

Ancora una volta si è scelta la via dell’iper semplificazione per dibattere questioni che meriterebbero ben altra attenzione e rispetto. Si è preferito, come piace tanto a noi italiani, buttare tutto in caciara.

E tuttavia, quando lo stile comunicativo da “quattro chiacchiere al bar” non è supportato dalla validità dei contenuti , si genera una complicazione. Accade che i tuoi stessi followers (così li definisce la stessa Franchi) si ribellano. Accade che una persona qualunque come la sottoscritta si imbatte in quel discorso e lo trova raccapricciante: no, non solo perché sono una donna, ma perché prima di tutto sono una lavoratrice.

Non mi sono mai definita una femminista, ho sempre creduto che nell’eterna differenziazione tra uomo e donna vengano sempre prima le persone. Chiunque, uomo o donna, può provare fastidio nell’ascoltare un discorso colmo di vecchi stereotipi e miti tossici da sfatare.

Può indignarsi una donna quando sente che “quando metti una donna in una carica davvero importante non puoi permetterti di non vederla arrivare per due anni, è un problema” o che  “le donne le ho messe, ma sono anta, le ragazze cresciute. Se dovevano sposarsi, si sono già sposate; se dovevano fare figli li hanno fatti; se dovevano separarsi hanno fatto pure quello e adesso sono libere. Insomma, hanno già fatto i 4 giri di boa. Così poi possono lavorare con me h24”.

La premessa a questa serie di affermazioni è che “l’imprenditore non può sostenere tutto da solo”: sacrosanto. Ma come sopperire al problema? Ecco, è proprio qui l’occasione persa.

Si poteva parlare di conciliazione famiglia-lavoro, di come questa sia avvertita sempre di più come un’esigenza di entrambi i genitori, di come non esistano solo famiglie eterosessuali e di come quindi lo stereotipo della madre che resta a casa non vada più bene. Si poteva, ma non si è fatto.

Si può quindi facilmente indignare anche un uomo, nel suo pieno diritto di volere essere padre anche se deve sentirsi dire che “incinto ancora no, il camino in casa lo accendiamo noi” o ancora che “questi uomini sono dei bambinoni e non vogliono crescere mai”.

Può indignarsi qualsiasi lavoratore quando è costretto a sentire che può andare bene se vai a lavorare il giorno dopo esserti sottoposto a un intervento, con i punti che ti fanno male, perché continuiamo a perpetrare lo scenario tossico del “più lavori, più produci”.

Può indignarsi chi non ha mai progettato di avere figli perché, al contrario di quanto emerge dal discorso della Franchi, non è un dovere sociale e non ci si deve sentire in colpa.

Possono indignarsi i giovani, come me, che per l’ennesima volta devono sentirsi dire che “Io esco dall’azienda alle undici, sono viva, non sono morta, nella vita bisogna fare dei sacrifici, perché questi ragazzi di oggi la parola sacrificio…”.

Cara Elisabetta, affermi di voler raccontare la verità, perché i tuoi followers chiedono quello.

Ma la verità, quella che vedo io tutti i giorni, è che la realtà è molto più complessa di quella che vi proponete di raccontare – e talvolta addirittura spiegare – a noi poveri disillusi.

La verità è che vorrei vedere donne che non si arroghino più il diritto di sapere che cosa vogliono altre donne. Vorrei vedere chiunque assumere una donna perché è competente, appassionata, e non perché ha già fatto i giri di boa. Vorrei che al lavoro corrispondesse finalmente una dignità. Vorrei vedere giovani un po’ meno disillusi, ma è difficile quando si è costretti ad assistere costantemente a discorsi come il suo: banali, retrogradi, inopportuni.

Quindi sì, siamo pronti al sacrificio, ma che non sia per l’ennesima volta quello di ascoltare un’ingiustizia.

Autore

  • Scorpione nell’anima, classe 1996, nasce a Cosenza e atterra a Torino. Specializzata in Scienze del Governo, curiosa del genere umano e di tutto ciò che è cultura, studiosa dei fenomeni di mutamento politico ed economico-sociale in una prospettiva multidisciplinare, aborra l’autoreferenzialità del sapere, il qualunquismo, e le questioni che non vengono analizzate a dovere. Pallavolista a livello agonistico, aspira a diventare docente universitaria e giornalista. Appassionata di filosofia politica, dibattito, sport, viaggi e mondo viticolo… per diventare presto sommelier!

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