Edoardo Sanguineti, dieci anni senza un grande poeta

"Poeta, narratore, drammaturgo, finissimo critico letterario e agguerrito polemista. Con le sue prime tre opere poetiche, unitamente ai suoi primi due romanzi e a una serie di scritture per il teatro rivoluzionarie, diede un fondamentale impulso creativo al movimento che oggi ricordiamo come neoavanguardia. Ma non solo, perché la sua opera letteraria ha attraversato tutta la nostra storia recente."

Me lo ricordo piuttosto bene, quel maggio di dieci anni fa. Me lo ricordo, potrei dire, perché in un certo senso io c’ero. Ero allora uno studente del Liceo Artistico di Fano, nelle Marche, ed ero in attesa di un esame di maturità che si sarebbe rivelato né bello né brutto, né dimenticabile né memorabile. Un passaggio come un altro, un rito senza troppe cerimonie. Eppure, per il maggio di quell’anno, la scuola aveva organizzato un evento speciale, che si sarebbe tenuto nella bella Rocca Malatestiana della città: una conferenza con il grande poeta Edoardo Sanguineti.

Ricordo un certo trambusto organizzativo, nei giorni appena precedenti l’incontro. C’era, certo, della tensione, e qualche professore di buona volontà si premurò persino di farci sapere qualcosa sulla vita e sull’opera di questo misterioso autore: chi era, da dove veniva, perché era importante. E ancora: i Novissimi, la neoavanguardia, il Gruppo 63, la rivista «Quindici» e il ’68. E Laborintus, naturalmente. Nomi, parole, cose che degli studenti arrivati appena e malamente al primo dopoguerra afferravano sì e no per un terzo. E poi quelle pagine, quelle partiture testuali a malapena leggibili: «composte terre in strutturali complessioni sono Palus Putredinis», come recita il primo verso di Laborintus, opera prima del 1956, che – avrei scoperto più tardi – la critica letteraria considera il primo vero esempio di poesia d’avanguardia di secondo Novecento. Ma allora, chi lo sapeva? A chi interessava?

Alcuni alunni della sezione di decorazione pittorica, la più attiva sul fronte delle iniziative culturali, ebbero l’incarico di scegliere alcuni testi da presentare al poeta, di studiarseli, di farseli piacere. Così fu, e benché io frequentassi la pigra sezione di architettura, durante gli intervalli qualcosa trapelava, e mi sembrava maledettamente interessante. Ed ecco allora che, in un modo o nell’altro, si arrivò a quel giorno, come da programma: un incontro pomeridiano alla Rocca, in una stanzetta minuta, adibita a mostra temporanea delle opere degli alunni del liceo. Ma l’agitazione aveva lasciato il posto a un’incomprensibile mestizia. Il comitato di professori che avrebbe presentato il poeta era al completo, e la principale responsabile dell’evento, una giovane professoressa di cui conservo ancora un carissimo ricordo, prese, un po’ imbarazzata, la parola: «Abbiamo saputo che, purtroppo, Edoardo Sanguineti è morto».

Tutto qui, insomma. L’incontro si trasformò in un requiem. I testi che il poeta avrebbe dovuto spiegare e commentare vennero recitati dagli alunni a mo’ di commemorazione funebre, e quell’immagine, il senso di aver comunque assistito a qualcosa di importante, alla morte, quasi in diretta, di uno dei più grandi intellettuali del Novecento, anche se allora non lo sapevo, tutto questo rimase impresso a fuoco nella mia memoria. Per dirla con Renato Serra, sul momento mi sembrò di aver mancato il mio appuntamento con la Storia.

Quest’anno sono dieci anni da quel giorno. Sanguineti morì il 18 maggio 2010, in un ospedale di Genova. Era un poeta, un narratore, un drammaturgo, un finissimo critico letterario e un agguerrito polemista. Con le sue prime tre opere poetiche, Laborintus (1956), Erotopaegnia (1960) e Purgatorio de l’Inferno (1964), unitamente ai suoi primi due romanzi, Capriccio italiano (1963) e Il giuoco dell’oca (1967) e a una serie di scritture per il teatro tra cui la monumentale e rivoluzionaria messa in scena dell’Orlando Furioso per la regia di Luca Ronconi (1969), diede un fondamentale impulso creativo al movimento che oggi ricordiamo come neoavanguardia. Ma non solo, perché negli anni successivi, nei controversi e oscuri anni ’70, e poi nei regressivi e reazionari anni ’80, Sanguineti partecipò attivamente alla vita politica e intellettuale di questo Paese, presentandosi come marxista, comunista, gramsciano e materialista storico, sia dentro che fuori dal Parlamento, in un’Italia che stava sprofondando nel terrorismo e nella repressione poliziesca. Lui, che sempre si definì un «ateo lucrezianamente sereno», decise di stare dalla parte della ragione, di non consegnarsi alla disperazione. Sotto il segno di Gramsci e del suo proverbiale «ottimismo della volontà», rivestì i panni dell’intellettuale cosmopolita per raccontarci, durante viaggi memorabili di qua e di là dal Muro, in Germania, Serbia, Uzbekistan, Macedonia, Colombia e Cina, il dramma e la confessione degli intellettuali rivoluzionari del suo tempo. È così che sono nate raccolte bellissime, lontane dal clima avanguardistico degli anni ’60, ma non meno dense e combattive: Reisebilder (1971), Postkarten (1978), Stracciafoglio (1979), Scartabello (1980). Il mio ricordo, a questo punto, vorrebbe concentrarsi proprio sulla piccola raccolta del 1980, sorta di parentesi che nella grande quantità di scritti di questo labirintico autore rischia di restare in ombra.

Il decennio di piombo è finito. Aldo Moro è stato ucciso da ormai due anni, Pasolini da cinque. Il Movimento del ’77, anima creativa e avventurosa di dieci anni altrimenti terrificanti, è stato soppresso da un’azione congiunta di inchieste giudiziarie, raid di polizia e controinformazione di una stampa allineata e di matrice inquietantemente oscurantista. Nuove tendenze letterarie e nuove poetiche sono nate, pur facendo tesoro della lezione del Gruppo 63. Eppure, ciò che prima era agguerrito e rivoluzionario, ora sembra stanco e di maniera. La poesia ha riscoperto un’aura lirica e individualista, addirittura orfica; il romanzo, dopo i suoi furori sperimentali, ha riscoperto la trama e l’intreccio, il gusto piano del narrare. Eco ha pubblicato Il Nome della Rosa (1980), Calvino Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979). Si è insomma entrati, a pieno titolo, nel cosiddetto Postmoderno. Per un intellettuale di sinistra nato nel 1930, maturato nei grandi dibattiti ideologici degli anni ’50 e ’60, tutto questo non può che apparire segno di un mutamento epocale, di una degenerazione, quasi: i giovani scoprono la cultura del disimpegno e dell’evasione, le canzonette, Herman Hesse, Star Wars e Il Signore degli Anelli; gli intellettuali riscoprono Nietzsche e Heidegger, dimenticano Marx, Lukàcs e Gramsci. L’Italia intera scopre il neoliberismo, il capitalismo rapace, Berlusconi e Fininvest. Di lì a poco tutto il mondo scoprirà il crollo del Muro e la dissoluzione dell’URSS, la fine della più grande utopia, o della più grande illusione, che l’umanità abbia mai conosciuto.

Tutto questo, il senso del collasso di un’ideologia, di un’intera classe intellettuale e dirigente, si riflette e rifrange in modi sottili nella poesia sanguinetiana del periodo. Scartabello sembra dominato da un senso di disfacimento, di cupa e inquietante putrefazione. È il poeta che, letteralmente, perde i pezzi: il suo corpo si ammala, si storce, si contorce; i denti cadono e la pelle assume le sfumature dello «sterco». Il lessico del dolore e della malattia si fanno strada sarcasticamente nei lunghi versi descrittivi; la vista si appanna e gli occhiali dissolvono ironicamente le ultime tracce di un’illusione, di una rappresentazione del reale sfasata e non più conforme. Eppure, l’integerrimo intellettuale gramsciano, gramscianamente posto di fronte al «pessimismo della ragione» dei decrepiti anni ’80, riscopre un sottile, amaro ma ammiccante, «ottimismo della volontà». Anche in una circostanza del tutto casuale, come l’atto di radersi allo specchio, egli trova il tempo di insegnare a suo figlio, come fosse un grande maestro stoico dell’antichità alle prese con i massimi sistemi della natura e del cosmo, che «è il banale, di solito, il difficile». Sottintendendo, forse, e ancora una volta con le parole di Gramsci, che «anche quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio». Ecco allora che anche radersi allo specchio, farsi lo shampoo, annodarsi la cravatta, insomma anche il banale più trito e prosaico, più vieto e impoetico, può trasformarsi, di colpo, in un «esercizio spirituale», in un atto di rifondazione di un’intellettualità allo sbando, in una vera e propria resistenza civile.

Da Scartabello, 1980 (in E. Sanguineti, Segnalibro. Poesie 1951-1981, Feltrinelli):

3.

i denti guasti, il cotone guasto, il cotone in fiore, e l’acqua

quando ce n’è molta, e lo sterco di vitello, e quello di maiale:

sono questi, i miei colori ritrovati:

                                                              in te, riconosco sfumature ineffabili

di canditi marciti, di cartolerie fallite, di modeste modiste morte:

7.

ti faccio mezza barba, oggi, davanti allo specchio del bagno (e con tanto

di contropelo):

                            non sono un vero virtuoso della schiuma e del rasoio, come

risulta, con evidenza anche eccessiva, vedi, dalle mie ostinate cicatrici

facciali: (tutto sommato, figlio mio, però, me la cavo abbastanza bene, credo):

(e adesso, le ultime raccomandazioni: docce con l’acqua calda, sciampi

antiforfora, controllare la calligrafia, sorvegliare la bilancia e il bilancio,

annodarsi con cura la cravatta):

                                                         è il banale, di solito, il difficile:

12.

mi ha fatto bene stare male: (io vivo, con la mia bassa pressione, sotto

pressione, troppo: e in depressione):

                                                                 esiste, tra l’angina e l’angoscia,

un nesso, come è noto, etimologico (e fisiologico e psicologico): (ma qui non voglio

esagerare, adesso, con le mie manie psicosomatiche):

                                                                                        quando mi metto dentro un letto,

di fronte a me medesimo, da solo, con un termometro in corpo (in culo,

in bocca, su all’ascella, giù all’inguine, che è poi lo stesso bubbone, sempre),

mi sviluppo i miei esercizi spirituali, mi svolgo i miei esami di coscienza:

21.

mi sono riadattato agli occhiali (che la patente, a me, rende obbligati, ormai),

in un paio solo di giorni: vedo tutto più netto: (ma niente mi è, per questo,

diventato migliore, in verità: un semaforo è sempre un semaforo, un marciapiede

è un marciapiede: e io sono sempre io, così):

                                                                               (quanto al doloroso senso di capogiro

vaticinato, con l’emicrania, da un Istituto Ottico di corso Buenos Aires, al quale

mi sono rivolto, questa volta, l’ho sperimentato e l’ho superato): (l’oculista

affermava che, con il tempo, io mi ero costruito una mia rappresentazione arbitraria

della realtà, adesso destinata, con le lenti, a sfasciarsi di colpo):

                                                                                                                 (e ho potuto

sperare, per un attimo, di potermi rifare, a poco prezzo, una vita e una vista):       

45.

ecco, cioè: sono molto occupato (e preoccupato): e, tra di noi,

per replicarti replicabili stilemi, in mobile montaggio: invidio

i vivi in quanto vivi, i morti in quanto morti:

                                                                                e, al più alto grado,

invidio me, che tu invidi, in quanto invidiabilmente escluso da due schiere:

(vivo, durevolmente, gioia mia, la mia piccola morte in miniatura):

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Marchigiano, classe 1991. Sebbene in passato sia quasi diventato un architetto, ora è laureato in Italianistica all'Università di Bologna e aspira a diventare un ricercatore in Letteratura Contemporanea. Periodo storico preferito, il secondo Novecento. Ama la città e la sua vita frenetica, ma forse ama di più i piccoli borghi di campagna, di cui la sua terra è fortunatamente ricchissima. Appassionato di cinema, musica, arte ed è anche un vorace lettore, soprattutto di poesia.

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