"Dobbiamo imparare a gioire per gli attimi di felicità e serenità che questi ci regalano, ma dobbiamo tenere a mente che il tempo è anche il simbolo della caducità, della imprevedibile fragilità."

L’ermetismo: una espressione dialettica, uno strumento che sarebbe utile alle contemporanee modalità di comunicazione.
Spesso si parla troppo, spesso si parla a vanvera.
Gli esponenti di questo movimento letterario sviluppatosi agli albori del 1900, nonostante prima facie appaiano anacronistici, in realtà potrebbero assurgere a prototipi e maestri per le nuove generazioni.

Si parla troppo, si parla a vanvera, dicevo.

Ci forgiamo delle nostre vittorie, dei nostri successi e ci lamentiamo di quelli altrui; siamo nutriti da sentimenti di invidia, rancore.
A volte, siamo cattivi.
Contro ogni previsione e buona aspettativa, neanche il virus ci ha cambiato, neanche lui ci ha fatto sentire più vicini.

E invece siamo niente.
Dovremmo rammentarlo.
Da un momento all’altro torneremo ad essere cenere, ad impersonare il nulla.

“Eri cenere e cenere ritornerai”, leggiamo nella Bibbia.

E allora? Cosa ci resta?

Ci resta la vita, quella piena, quella vera. Fuggiamo dalle illusioni di essere il centro e al centro dell’universo: Quasimodo scriveva che ognuno è fermo, immobile, solo, nell’illusione di essere il fulcro della terra, illuminato ma anche trafitto da un raggio di sole.
All’improvviso, però, sopraggiunge la sera, simbolo irriverente della morte inaspettata.

Solamente tre versi liberi per esprimere i tre concetti chiave dell’esistenza e della condizione – precaria – dell’uomo: la situazione di solitudine, la lotta per raggiungere una felicità fugace, la soccombenza, infine, alla Morte.
Tre versi “liberi”: come liberi dovremmo essere noi dalle catene imposte dalle non scritte regole sociali, liberi dal timore di essere continuamente giudicati.

La condizione umana è condivisa: ognuno sta solo sul cuor della terra, poiché ogni uomo è tragicamente solo. Ed anche se egli crede di essere al centro del mondo – scrive il poeta – grazie alle relazioni, ai legami che creiamo con gli altri, grazie alla famiglia – il nucleo della propria esistenza – e, quindi, apparentemente vive appieno la sua vita, rimane, nella sua intimità, comunque solo con sè stesso e per giunta trafitto da un raggio di sole, come recita Quasimodo. La vita dona, infatti, all’uomo un filo di calore e di speranza, di felicità, proprio come un raggio di sole; ma allo stesso tempo lo ferisce come una spada, lo trafigge, lo distrugge, facendolo soffrire.
Lo rende inerme.
Lo rende niente.
Ci rende niente.

Noi umani siamo in una lotta continua, ma non l’uno contro l’altro: bensì con il Tempo.
Il Tempo è il nostro migliore e peggiore nemico.
“Tieniti stretti i nemici”, recitava un vecchio proverbio.
Dobbiamo imparare a gioire per gli attimi di felicità e serenità che il Tempo ci regala, ma dobbiamo tenere a mente che esso è anche il simbolo della caducità, della imprevedibile fragilità.

E questa lotta si conclude ben presto, poiché “è subito sera”: l’esistenza umana si esaurisce in un attimo, in un soffio di vento.
Oggi ci sei, domani no.
La stessa brevità del componimento e la lunghezza dei versi che va calando dal primo all’ultimo, ci trasmette questo sentimento di impotenza, ci evidenzia come la vita sia precaria e precipiti, inevitabilmente, verso la sera, verso la morte che giunge fulminea.

La morte arriva, ci rende uguali.
“È una livella”, diceva Totò.
E allora basta parlare, basta criticare.
Impariamo gli uni dagli altri ad essere migliori.
Siamo donne, siamo uomini, siamo lavoratori, siamo madri, padri, figli, sorelle, fratelli, amici, amanti.
Siamo persone.
Ogni mattina, all’alba di un nuovo giorno, abbiamo il potere di svegliarci e decidere.
E allora tocca a noi scegliere come condurre la nostra esistenza.

Liberi?
Felici?
Timorosi?
Comunque coscienti.
Consapevoli che il nostro tempo è limitato: tocca a noi rendere questo passaggio degno di memoria, degno della nostra esistenza.

Ciao Jole, che la terra Ti sia lieve.

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Martina Vetere

Martina Vetere

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