E se scegliere di stare un passo indietro, fosse il balzo in avanti?

"Ognuna di noi, ogni giorno, attraversa tanti tribunali, affronta tante giurie, ma l'unica che non deve incontrare è proprio quella del femminismo. Facciamoci scudo tra noi e proteggiamo la nostra libertà. La normale libertà di essere noi stesse".

C’è da sempre un protocollo che la donna deve seguire.

È un “da sempre” che rischia di diventare un “per sempre”. A scrivere è una femminista convinta, ma preoccupata. Il mio dilemma è presto detto: sembra quasi che per sdoganare vecchi conformismi, rischiamo di ingabbiarci in nuovi.

Il sipario è sempre lo stesso: Donne di tutto il mondo, fatevi avanti e proponetemi il nuovo argomento su cui batterci, unite e convinte. E quando ne saremo sazie, scriveremo i canoni, i confini e i limiti, e ogni donna sarà il bassorilievo di quello che abbiamo deciso. E se qualcuna decidesse di non far parte di questa ennesima scultura al femminismo, che sia bandita e che venga preparata la lettera scarlatta da indossare, come memento per ogni altra donna.

Il problema è che quella gerarchizzazione che abbiamo da sempre combattuto, la stiamo creando tra noi stesse dividendoci tra femmine e donne se non si rispettiamo i nuovi canoni anticonformisti che ci imponiamo, con la ricaduta in un conformismo moderno.

Mi spiego meglio.
Non sei donna se sei casalinga, non sei donna se vesti di rosa, non sei donna se hai osato depilarti, non sei donna se ami un uomo, non sei donna se non vivi sola, non sei donna se non viaggi sola, non sei donna se non possiedi un vibratore e non ammetti pubblicamente di masturbarti.

La seconda ondata del femminismo si sviluppa intorno al 1960 come risposta alla divisione e gerarchizzazione sessuale: l’uomo si ergeva al di sopra della donna, la quale era relegata ad angelo del focolare, con il dovere di essere silenziosa nei momenti tristi e felice per il successo degli uomini.
La donna non aveva voce, e ogni parola in più che ha pronunciato ha portato dietro di sé battaglie del movimento femminista e di donne coraggiose a cui dobbiamo essere per sempre grate.

Con questi canoni non rispettati, a mio avviso, l’essere donna, meravigliosa creatura che merita la stessa libertà dell’uomo, diventa una mera ostentazione di principi che presto saranno soppiantati da altri.
Una farsa dei tempi moderni.
Non donne, ma attrici.

Ed è proprio con donne di spettacolo che voglio declinare le sfumature di ogni donna.
Sfumature, appunto, non confini.
Le donne protagoniste – ancora non abbastanza – delle serate di Sanremo, sono testimonianza di autenticità e di come le tante sfumature che ognuna porta dentro siano state il segno caratterizzante di ogni spettacolo.

Iniziamo con Ornella Muti: donna della sua epoca, che fa la valletta, indossa abiti splendidi con disinvoltura, scende le scale con la sicurezza di una regina.
Sa di essere bella, e non se ne fa una colpa.
La Muti sa che “oltre le gambe c’è di più”, ma le gambe le mostra (e che gambe!) e intanto pubblica una sua foto con un mazzo di fiori di Sanremo, condito di foglie di marijuana.

Perché è bellissima, è valletta ma conosce benissimo il messaggio che vuole lanciare. È sempre lei che lascia in dono alle sue colleghe un regalo Eco-friendly: un regalo per ognuna, una solidarietà tra donne che conoscono e dominano la paura da palcoscenico.

Seconda serata: una Lorena Cesarini emozionata, forse troppo. Un’attrice deve far emozionare, e non emozionarsi al punto di non riuscire a rispettare le pause teatrali.
In lei ritroviamo la donna frizzante, vibrante attraverso le sue emozioni.
E anche in questo caso, la bellezza è un valore aggiunto.

Sempre durante la seconda serata abbiamo Emma Marrone, conosciuta come donna genuina, verace, in uno splendido abito Gucci. Canta con tutta la sua energia, fa il simbolo femminista ed è a suo agio, al suo posto.

Al contrario la Michelin, una presenza forzata, che, a mio avviso, rientra in quel voler essere anticonformista in maniera sbagliata. È lei il Maestro d’orchestra, ma dirige con la stessa superficialità di un bambino che imita un direttore d’orchestra.
È una forzatura, un’offesa nei confronti delle donne Maestro, di chi studia dieci anni di Composizione al Conservatorio per raggiungere quel posto. Ad essere troppo anticonformiste, si finisce per essere imbarazzanti (e offensive).

La terza serata ci regala una eleganzissima Drusilla, la femminilità fatta persona. È lei la vera conduttrice di Sanremo, l’unica che tiene testa ad Amadeus.
Donna di teatro, dizione perfetta, abiti che non richiamano nessuna casa di moda perché è lei a renderli speciali, non la griffe.

È lei che ci ricorda ancora una volta l’unicità. La stessa che ogni donna dovrebbe rivendicare, senza ricorrere a nuovi dettami. La sua emozione è tangibile, ma da attrice quale è, sa che deve far emozionare; è consapevole di essere stata chiamata su quel palco come valletta, ma a lei quel costume sta stretto, lo dice, lo strappa e se ne ricuce uno a sua immagine e somiglianza.

Al pubblico potrà non piacere, ma… chissenefrega del pubblico, Drusilla è una donna libera (sia in un abito nero lungo, sia nei panni di Zorro).

Maria Chiara Giannetta, figlia del centro Sperimentale di Cinematografia, prende con coraggio e consapevolezza il testimone da parte di Drusilla. Anche lei padrona del palco, modella per un giorno di Armani: la bellezza le è compagna e non oscura la sua bravura.
È lei la protagonista anche quando fa spazio all’amico Lastrico, anche quando parla in foggiano, anche quando scherza su se stessa per la paura delle scale.

Lei è il risultato delle notti di studio, della tenacia, della volontà di farsi portavoce di chi viene chiamato diversamente abile. Lei ha la capacità di non vedere ciò che manca, si focalizza su ciò che c’è e sul di più. Lei è brillante, non dimentica le sue origini e quando le luci di Sanremo si spengono, rimangono i suoi occhi sorridenti e la sua volontà che la porterà a calcare tanti altri palchi perché è brava (e anche bella).

A chiudere è Sabrina Ferilli. E lei è il senso di questo articolo. La presenza di una donna non deve essere sempre legata ad un problema, richiama alla leggerezza. È questo il punto. Una donna non è donna solo se è femminista.

Non ci deve essere sempre una battaglia da vincere perdendo il punto focale: la nostra unicità che non possiamo ingabbiare in stereotipi che non sentiamo nostri.
La Ferilli è prorompente, decide di non dare la mano ad Amadeus. È stanca di quel ruolo da valletta, glielo si legge in faccia. “The show must go on”, ma con le espressioni parlanti della Ferilli.

Le donne di Sanremo ci hanno insegnato che non è l’abito ad indossarci, ma siamo noi a portare l’abito. Sfiliamo il filo alle Parche, prendiamo quel filo d’oro e cuciamo il vestito che più ci piace senza rispettare uno schema precostituito.

Scuciamo, ricuciamo, ma coerenti con noi stesse, è questo l’atto rivoluzionario: il coraggio dell’autenticità. Il secondo passo è non giudicare una donna dalle sue scelte. C’è del femminismo nel mettere al mondo un figlio, così come c’è del femminismo nel fare il meccanico, così come c’è del femminismo nello sfoggiare un corpo perfetto, così come c’è del femminismo nell’avere un armadio di soli vestiti scuri.

La parità ancora non esiste, ed è per questo motivo che bisogna essere femministe, sganciandosi dalle convenzioni e travestite da nuovi obiettivi.
Sdoganiamo il punto cardine: non abbiamo bisogno di dimostrare niente perché ci venga riconosciuta la nostra identità sessuale.

Non è il fotografarci con un vibratore in mano a mo’ di microfono a renderci più donne, né tantomeno criticare chi non sfrutta tutto il tempo di maternità perché vuole tornare a lavoro.
Sono critiche mosse da donne ad altre donne; quindi, forse, prima di essere femministe, fermiamoci, facciamo un passo indietro e impariamo a essere solidali.

Ognuna di noi, ogni giorno, attraversa tanti tribunali, affronta tante giurie, ma l’unica che non deve incontrare è proprio quella del femminismo. Facciamoci scudo tra noi e proteggiamo la nostra libertà.
La normale libertà di essere noi stesse.

La parità ci sarà solo quando non esisteranno convenzioni, neanche per le donne. Sfoggiare una femminilità spesso può essere ridicolo, insulso e offensivo proprio verso l’universo femminile.

Siamo capaci di ridere, di viaggiare, di amare, di godere, di cantare, di studiare, di schierarci, ma renderlo un evento eccezionale non fa altro che renderlo anormale.
Parlarne sì, sproloquiarne no.
Viverlo sì, marchiarlo sempre con girl power o altri titoli no.

Ci sarà la parità solo quando sarà tutto normale, perché il vero evento eccezionale è quello di essere donna.

Autore

  • Delia Lanzillotta, classe 1990. Dottorata in Oncologia Molecolare con molteplici esperienze all'estero, partecipazioni a convegni internazionali e vincitrice di diverse borse di studio, attualmente lavora come chimico analitico in una nota azienda farmaceutica. Da sempre amante del teatro e della musica, ha studiato (e non ha mai smesso!) canto lirico, partecipando anche a concerti. Appassionata di scrittura, la reputa la sua forma di libertà preferita, con cui dà sfogo a idee, emozioni e convinzioni!

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