"Ma da dove nasce questo sforzo, per le donne, di rinunciare ogni giorno a pezzettini di loro stesse pur di raggiungere qualcuno o qualcosa? O di protendere verso un modello, spesso troppo stretto?"

Hai mai incontrato una donna che corre?
È probabile che tu non ci abbia fatto caso, perché le donne che corrono sono abili, oltre ad essere tante.

Non si fanno sentire, non gridano, non urlano.
Loro corrono e si fermano solo quando trovano quello che stanno cercando.

Ma cosa cercano? 

Sono camaleontiche e sanno mimetizzarsi nella giungla che le circonda, nascondendosi anche da se stesse: sono mamme felici, professioniste che riescono a far tutto.
Sono donne alla ricerca di un lavoro, di un amore, di un figlio, di approvazione.
Sono donne che fuggono perché hanno paura di dire che, in verità, un figlio non lo vorrebbero.

Sono donne che cercano ancora il loro posto.

Le donne che corrono sono persone sempre troppo impegnate, intente a non fermarsi per dimostrare che la loro vita va meravigliosamente bene, quando in realtà ogni giorno giocano a fare le equilibriste su un filo invisibile: quello delle aspettative. (Ma di chi?)

Sarà per questo, forse, che quella corsa le porta lontano, confondendole e facendole smarrire.

Il passo vincente si realizza davvero quando si prende consapevolezza della propria velocità.
Cosicché correre conduce ad una nuova méta, più inconscia, inesplorata, più autentica.
E quello scorrazzare non è più fuga, ma tornare a casa. 

Etimologicamente, il verbo correre deriva dal latino currere, da cui sono derivati una miriade di locuzioni, modi di dire e sostantivi tra cui “corso”; inteso come flusso d’acqua e non solo come lezione da seguire.

Ci pensate mai alle cose ovvie o semplici?

Siamo abituat* a seguire i corsi più disparati: lezioni di giapponese, masterclass di ogni tipo, e nonostante i percorsi formativi, non si è capaci di non ascoltare i pregiudizi.

Pesano tutti addosso, come un’armatura che anziché proteggere, schiaccia.

Quel peso ci abita addosso.
Ce lo portiamo sulle spalle.
Parole e giudizi che diventano etichette.
Quasi come fossero verità, ma in realtà sono solo stereotipi endemici travestiti da “normalità”.

Ma perché fatichiamo a vederci? A seguire il nostro fiume, a scorrere. Punto. 

Le donne che corrono sono questo: un flusso continuo di cui non sono consapevoli.
Un fiume che straripa perché prova a raggiungere posti e territori che non sono propri, prosciugandosi fino a divenire un fiumiciattolo.

Ma da dove nasce questo sforzo, per le donne, di rinunciare ogni giorno a pezzettini di loro stesse pur di raggiungere qualcuno o qualcosa?
O di protendere verso un modello, spesso troppo stretto?

Qual è il risultato?
Annullarsi dietro il sadico tentativo di seguire un corso qualsiasi, costruito non dal loro flusso interiore, bensì da quel vociare esterno che rimbomba silenzioso nella costruzione” politica e sociale del corpo femminile, inteso non solo come entità fisica ma come “essenza”.

Un corpo da sempre politico, quello delle donne, in perenne lotta con il dentro e il fuori.
In continua corsa.

Il best seller “Donne che corrono coi lupi, scritto nei primi anni Novanta dalla psicoanalista statunitense, di corrente junghiana, Clarissa Pinkola Estès, vuole decostruire proprio questa propensione all’auto sabotaggio.
Attingendo alle fiabe e ai miti provenienti da più culture del mondo, ci presenta una nuova lettura dell’Io femminile, quello della “donna selvaggia”.

Un’identità interiore da accogliere e abbracciare, non da soffocare.
Una forza psichica innata, istintuale, che tutto crea: lupa ferina e materna, soffocata da paure, insicurezze e stereotipi.

L’autrice nel testo riporta all’unica favola che bisognerebbe raccontarsi: la consapevolezza che nasce solo quando smettiamo di ascoltare le storie che ci raccontano e iniziamo a scrivere la nostra, con amorevolezza e una grande dose di apertura. 

Favole, miti, cartoni della Disney, che abbiamo amato ci hanno anche raccontato una visione parziale della nostra essenza, riproponendo e riproducendo modelli tossici e fuorvianti per la condizione sociologica femminile.

Quello che fanno le donne è creare la vita da una vita, ma non solo partorendo.
Anche quando scelgono di non farlo o quando non possono, continuano a rinnovare la loro.

Generare è nel loro DNA.

Come insegnano, del resto, l’artista poliedrica, Frida Kahlo e la cantante italiana Loredana Bertè: figlie dei loro tempi e così vicine tra loro e alle donne di oggi.

Ma le donne sono davvero così fragili, da fuggire se stesse e adattarsi agli standard?

Anche le parole che molt* non usano, provano a metterle in fuga dai dialoghi.
Quel maschile sovraesteso – anche quando il femminile di alcune parole esiste ma non viene usato – prova a nascondere l’identità semantica delle donne facendole fuggire, ancora una volta, da un discorso o da un testo.

Provando ad oscurarle, a non vederle, a non sentirle, a non farle esistere. 
A farle correre alla continua ricerca del loro ruolo.
Persino in una frase.

E se come dice Pinkler, “In ogni frammento di una storia, si trova la forma dell’intera storia. Le storie mettono in moto la vita interiore”, per abbandonare la storia del sacrificio, che sembra esser stata impacchettata dalla nascita solo a chi appartiene al genere femminile, proviamo a correre coi lupi anziché verso di loro. 

Prendiamo per mano tutte le donne selvagge che ci corrono dentro e facciamo la nostra personale maratona per vincere quel premio chiamato “consapevolezza”. 

Le donne che corrono con i lupi sono le donne che credono in ciò che fanno, e sono anche quelle che si impegnano per recuperare le dimensioni di quell’istintualità e di quella creatività perdute, soffocate da schemi, limiti culturali e sociali.

Sono quelle donne che riconoscono e danno voce alle proprie ansie, alle proprie frustrazioni riscoprendo il ruolo che la natura ha sempre assegnato loro. La donna ” lupo”, può trovare in se stessa la forza di volontà, il coraggio, e l’energia per cambiare il corso della propria storia individuale.

Per riscoprire la propria natura ed avvicinarsi alla propria anima, è necessario abbattere i muri delle proprie paure, che ostacolano l’espressione del proprio essere e l’autentica conoscenza di sé.

Conoscersi meglio, significa essere consapevoli; la consapevolezza del proprio essere e l’avvicinarsi alla propria anima, interrogandola, inevitabilmente rende libere…di essere, di agire…e di non accontentarsi di situazioni che in apparenza sembrano comode e semplici.

L’essere consapevoli, quindi, rende liberi, ma nello stesso tempo leali prima di tutto con se stesse prima che con gli altri.
Ogni donna sa, istintivamente, cosa merita di rimanere… cosa va allontanato… e sa quando restare e quando andare via.

E poco importa se per qualcuno o qualcuna saremo sempre troppo: donne che amano “troppo”, “troppo” femministe, “troppo “in carne per indossare le nostre calze a rete, “troppo” magre per i leggings, o “troppo” donne per non volere un figlio, o “troppo” incinte per lavorare.

Avremo già imparato a correre per non fuggire più da nessuna parte.
Avremo dimenticato il “dover essere” e abbracciato il “siamo”.

Correremo, ma questa volta, verso casa.
E chi non ci vedrà per ciò che siamo, potrà correre insieme a noi per non essere più invisibile a se stess*.

Noi, comunque, avremo imparato a correre, ma a cuore aperto.

Cor habeo.

Autore

  • Nasce a Cosenza, nel 1991. Laureata in discipline economiche e sociali, consegue due master presso il Sole24ore in Digital PR: addetto stampa e social media, e in Data Protection. Oggi si occupa, tra le altre cose, di sistemi di gestione, privacy e anticorruzione: risolve problemi da quando è nata. I suoi interessi sono in continua evoluzione, proprio come lei. È la curiosità che la muove, insieme al cuore. Ama in maniera viscerale tutto ciò che ha a che fare con le parole: comunicare è il suo unico modo di stare al mondo. Non può vivere senza poesia e ai suoi occhi tutto è bellezza e combatte con la sua tendenza a innamorarsi ogni giorno. Adora scrivere, leggere, dipingere, ballare senza regole ed esplorare tutto ciò che si trova “dentro”, in quello spazio vuoto, interiore, che ci rende umani e non solo uomini. È alla continua ricerca dei suoi talenti, convinta di averne qualcuno, senza aver ancora capito quale. Sognatrice e falsa cinica, scrive per mettere in ordine le idee e capire chi è, ma vive nel caos dei suoi pensieri.

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