Diario di un vuoto pieno (e di un pieno di vuoto)

"Cosa accade in un oggi, come quello attuale, a chi è spinto da e verso più vettori? Cosa accade ad un universo "rinascimentale", quando si relaziona con una realtà in cui tutto sembra spingerci verso una specializzazione univoca? Accade che deve imparare a serrare forte i denti. Accade che deve imparare ad andare contro-natura."

Questa è la storia di uno di noi, anche lui nato per caso in via “Buh…?!”.

… Avete canticchiato pure voi, vero? Sapete, io canticchio da giorni, da settimane, da mesi. Canticchio “via Buh” da quando mi sono fermata a riflettere sugli ultimi 30 anni. Da quando un pensiero ha squarciato le riflessioni come la lama sulla tela di Fontana. 

Gli anni ottanta hanno con-segnato una generazione ad un futuro in cui le città erano da bere.

Gli anni novanta hanno di-segnato una generazione con la falsa illusione che bellezza e denaro siano i giusti mezzi per conquistare il mondo, mentre il talento è solo un soprammobile, a meno che tu non sia il fortunato che sa trovarsi nel posto giusto, al momento giusto.

Gli anni duemila hanno in-segnato l’importanza possibilista della trasversalità professionale come dono e virtù.

I covid year(s) segnano e segneranno (per sempre) una generazione intera con il fendente della necessità: siamo e saremo obbligati a reinventare e reinventarci, dotati di mentalità liquida e di capienza emotiva, e proveremo per un’altra – ennesima – volta a sovvertire le regole della stabilità a cui ci avevano abituati.

Ecco, quasi ci vedo, mi vedo, li vedo.

Siamo un micro esercito di “… Enni ”.

Alcuni sono giovanissimi, armati fino ai denti di soft skills, e si ritrovano a specchiarsi attoniti, sperduti, in un singolare isolamento profumato di collettività.

Poi ci sono gli “… Enni” giovani (ma non –issimi) che non si sentono ancora pronti a camminare nella polverosa terra di frontiera.

E poi la catastrofe: gli “…Enni” meno giovani. Quelli che non vivono bene nella prospettiva di dover masticare altre e difficili battaglie dal sapore di vetri rotti – condite di disfatta acidula – e che, sentono di aver perso il potere della sicurezza e dell’elasticità necessaria per essere nuovamente esposti a carne viva sul fronte delle scelte, dell’identità, della professione…

In un mondo raso al suolo, noi “… Enni in generale”, ci prepariamo a combattere per l’ennesimo percorso di costruzione e ricostruzione di noi stessi e del nostro lavoro, equipaggiati da un pesante amor di vita, seppur assai coscienti che reperire l’energia necessaria è un’azione difficile, liquida e persino vischiosa al tatto.

Ma, in questo oggi, in questo qui ed ora, mentre per vivere ci barcameniamo a suon di ristori e sostegni, cosa accade allo status emotivo in cui versano i soldati ”diversamente… enni”, che si sentono più comodi a stare nei panni strampalati di chi vuole essere un lavoro, mentre la maggioranza riesce a fare un lavoro?

Cosa accade quando le parole di Emma Taveri[1] ci disincrostano sensi e ragione, come se squarciassero la crosticina di sangue di quel taglietto rappreso alla nocca della mano, mentre la serriamo per sferrare l’ennesimo pugno contro un muro di mattoni di gomma? 

Non basta lavorare per lo stipendio.

Il lavoro deve contribuire a generare senso per le persone e le comunità“.

Una domanda mi rigurgita in bocca con immediatezza, nonostante provenga dalla parte più profonda della mia mano: come si generano senso e valore attraverso il fare, se il mondo ci costringe ad essere solo “specialisti” in un’unica disciplina, e se tutto sembra direzionarci soltanto verso il saper fare, senza permetterci di ascoltare una pancia che ci suggerisce una pluralità di talenti che sentiamo consapevolmente di possedere?

Ma anche: come facciamo, noi “… enni” a configurarci come specialisti, se il nostro istinto si infiamma per più ambiti; se più passioni ci attraggono; se siamo bravi a fare cose in vari settori e se prendiamo vitalità solo in condizione di sosta contemporanea in più progetti di varia natura e radice?

In breve: cosa accade, oggi, a chi si sente diviso tra una molteplicità di fare ed una multisfaccettata consapevolezza d’essere?

Ancora più semplice: cosa accade, oggi, ad un multipotenziale?

Multichè, scusa?

Multipotenziale: chi possiede qualità e capacità in più interessi e attività, caratterizzato da una forte curiosità intellettuale, propenso alla creatività e che riesce ad applicarsi in più settori. Il multipotenziale rappresenta l’opposto dello specialista.

Fino a qualche anno fa non esisteva un’etichetta (ed io odio le etichette, ndr.) che identificasse chi è mosso dalla passione per una moltitudine di cose. 

Eppure nel corso della storia, precisamente durante il Rinascimento, la necessità di esplorare molti campi era considerato un pregio e non un difetto, come invece accade oggi.

Leonardo da Vinci, Leon Battista Alberti, Pico della Mirandola erano personalità onnivalenti, spesso interessate ad una varietà di argomenti che inforcavano ogni direzione possibile: dall’alfa all’omega, dall’architettura alla filosofia, dalla pittura al teatro…

… Cosa accade a chi è spinto da e verso più vettori, in un oggi come quello attuale?

Cosa accade ad un universo rinascimentale, quando si relaziona con una realtà in cui il tutto sembra spingere verso una specializzazione univoca?

Accade che deve imparare a serrare forte i denti. Accade che deve imparare ad andare contro-natura.

Cosa accade, mentre si aspetta che le ceneri della Fenice d’Italia (e di noi stessi) si ricompongano nella possibilità di un nuovo domani?

Accade che ci si può perdere nella foresta nera delle possibilità. 

Cosa accade a chi vuole imbarcare rotte trasversali, in un mondo in cui sembra di stare ordinatamente riposti per colore e forma, alla maniera di Mary Kondo?

Accade che ci si sente una barchetta, in mezzo al mare in tempesta.

Cosa accade ad un multipotenziale che, in era pre-covid, aveva trovato a fatica un’identità professionale comoda quasi come un outfit sportivo da quarto lock-down, ma che adesso si ritrova a dover ricominciare da capo, sentendosi fuori posto in un mondo costruito per e da specialisti?

Accade che il multipotenziale, con molta probabilità si sente deforme

Capita che si perda nella costrizione imposta dallo scegliere… E capita anche che possa cadere dalla barchetta ed affogare in un mondo a lui sconosciuto.

Un mondo specializzato ed abituato a tatuare sulla pelle il disegno tradizionale del “devi essere circoscritto, e saper stare zitto e buono.

Le passioni di un multipotenziale, l’istinto fervido e il fuoco sacro, che muove le corde della sua musica vitale, hanno un carattere cangiante, apparentemente contraddittorio, perché sono dominate da una linea creativa, ma concreta.

Un multipotenziale riesce a governare la capacità di reinventare la passione per le cose in ciascuna circostanza, e lo fa in ogni cosa che decide di abbracciare

Per chi lo osserva da una posizione di specializzazione (da lui stesso invidiata), sembra che percorra strade in direzioni uguali e contrarie: in un mondo di neologismi in slang che tentano di racchiudere intere gamme di sfumature possibili in una sola parola.

Spesso, il multipotenziale si ritrova a rispondere alla domanda: “Che lavoro fai?” con: “Beh io faccio questo”. Ed è come se scendesse a compromessi con la signora morte della propria identità, mentre stringe la mano all’unico conforto in suo possesso: sapere che il mondo si aspetta da lui proprio quella risposta.

Le soft skills si trasformano da porto sicuro a catene che stringono caviglie nella costellazione di specialisti definiti ed apparentemente chiari a sé stessi.

Il multipotenziale viene travolto dal sentirsi un deficitario, per questo mondo e di questo mondo.

Egli viene costretto dolorosamente a “scegliere”, per adattarsi al sistema specializzante e specializzato.

Ma, mi chiedo, adesso, indossando le vesti impolverate del soldato in guerra e con il mal di mare del naufrago disperso: come si può decidere tra le mille possibilità (tutte incerte e da costruire/decostruire/ricostruire) di un poliamore, senza perdersi al suo interno?

Come può, un multipotenziale prediligere una direzione univoca, negando di fatto la sua stessa intima complessità?

Come può un multipotenziale preferire una vocazione all’altra, se già combatte l’infinita materia del possibilismo, che lo impantana nelle scelte?

Come fa un multipotenziale a sapere se è proprio lui la decantata persona giusta, al momento giusto?

Ma soprattutto, perché un multipotenziale dovrebbe scegliere ed adattarsi al mondo specialista?

Provate ad immaginare di camminare in un paio di scarpe Five Fingers (quelle con le dita conformate con la forma anatomica del piede, per intenderci ndr.) predisposte per 5 mignolini e non per l’anatomia naturale delle 5 dita…

Come vi sentireste? Ecco: il multipotenziale si sente così: scomodo

Sente in sé un vuoto, che è pieno zeppo. E, al contempo, si sente pieno zeppo di vuoto.

Ma quindi, a cosa porta tutto questo parlare di “multipotenziale”? Forse solamente a un grande, immenso “… Buh…?!?!”

Forse sono solo parole: segni su un foglio virtuale, che tentano di incatenare un concetto astratto alla ragione…

Forse sono riflessioni multipotenziali sul multipotenziale… Forse è solo necessità di liberarsi dalle spire del mantello volontario dell’invisibilità… 

Forse è bisogno di narrare e narrarsi per definire l’indefinito… O forse è solo costruirsi un paio di remi per resistere alla tempesta dell’incertezza, creando nuove armi per lottare…

Una cosa è certa: in questo zoppo pezzo di storia, c’è davvero bisogno di credere che una ri-fioritura “rinascimentale” arriverà presto, e che ognuno di noi “… enni” possa ricominciare a credere fortemente di avere in pugno la peculiarità necessaria per un nuovo domani colorato di bellezza e, magari, senza alcuna catena.

In fondo, però… “Questa è la storia di uno di noi, anche lui nato per sbaglio in via “Buh”, giusto?

… Ma che forma ha il vostro “Buh”…?!”

Il mio ha un grosso potenziale.

Anzi, meglio: è un “Buh decisamenteMultipotenziale .


[1] Emma Taveri: CEO di Destination Makers, è un’appassionata imprenditrice esperta in destination marketing & management ad impatto sociale con esperienza internazionale per alcuni tra i più importanti brand del travel (TripAdvisor, World Travel Market, TTG).

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Artista, nata in Sicilia e adottata dalla Calabria... Ma il mondo è la sua città di provenienza.
Laureata in DAMS, è mamma, moglie e co-fondatrice della società “Pagliassi”.
L’arte di strada e infanzia è ciò che colora le sue giornate, mentre sogna un mondo intero a colori - quello stesso mondo fatto di storie che ama ascoltare - e, fintanto che ciò non accade, trasforma quotidianamente la sua passione in un lavoro ricco di sacrifici e gioie.
Appassionata di lettura, scrittura e arte!

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